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            14 Gennaio 2025
            Emilia Pérez Recensione Film Cinemando Karla Sofía Gascón Zoe Saldana Selena Gomez
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            EMILIA PÉREZ e la purezza dell'artificio

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Emilia Pérez
            USCITA ITALIA: 9 gennaio 2025
            USCITA FRA: 21 agosto 2024
            REGIA: Jacques Audiard
            SCENEGGIATURA: Jacques Audiard, Thomas Bidegain, Léa Mysius, Nicolas Livecchi
            CON: Karla Sofía Gascón, Zoe Saldana, Selena Gomez, Édgar Ramírez, Adriana Paz
            GENERE: drammatico, musicale, commedia, thriller
            DURATA: 132 min
            Prix d'interprétation féminine e Premio della giuria al Festival di Cannes 2024; 4 Golden Globes 2025

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Jacques Audiard firma un nuovo capitolo del suo cinema da sempre di frontiera, allestendo un mash-up incistato tra un Almodóvar sovreccitato e un Villeneuve (o Sollima) sfrenato. Dramma di esistenze, relazioni, corpi e voci, noir, musical tra Berkeley, Godard e Carax, debutto folgorante per Karla Sofía Gascón, prova di maturità per Zoe Saldana: Emilia Pérez è un’opera nata dal cuore e dal ventre del (nostro) tempo, da un desiderio che sa di futuro. Una canzone affascinante, che fa l’amore col cinema, per il cinema stesso.  

            Può qualcosa di artificioso risultare più autentico, puro, finanche migliore di quel che invece - canonicamente - si ritiene e definisce naturale?

            È la risposta a questa domanda, in fondo, la meta del viaggio di (consapevolezza a cui giungerà) Manitas Del Monte, uno dei più crudeli e temuti boss del narcotraffico messicano, una volta sottopostosi ad un’operazione per cambiare il proprio sesso e, con esso, la propria identità, al fine di conquistare quel sentire e sentirsi, quell’interiorità da sempre repressa, soffocata: quella Emilia Pérez che intitola il film di cui lui/lei è protagonista. A farsi e a porgerle questo interrogativo è però in primis Jacques Audiard, (oggi a maggior ragione) imprendibile e indefinibile autore della contemporaneità che ne racconta la transizione in una pellicola poggiata e imperniata del tutto su un artificio naturalmente cinematografico.

            Il cineasta prende infatti ispirazione dal romanzo (a lui molto affine dapprincipio) Écoute di Boris Razon e allestisce un mash-up incistato tra un Almodóvar sovreccitato e un Villeneuve (o Sollima) sfrenato. Un pastiche in piena regola, capace nondimeno di trovare una propria dimensione attraverso un dramma di esistenze, relazioni, corpi e voci dai risvolti tragici (pure nel senso di un melò dall’inflessione quasi lirica), immerso, vestito, popolato del chiaroscuro morale (ancor prima che narrativo o fotografico), delle situazioni e dei personaggi di un crime, noir, thriller o action gangsteristico che dir si voglia, e parallelamente assediato da un’anima musical che si rifà alle coreografie geometriche e astratte di Busby Berkeley, alle sperimentazioni metatestuali di Godard in La donna è donna, e ancora agli esplosivi Hedwig e Velvet Goldmine, e alle derive anti-canore di Tutti dicono I love You di Woody Allen e Annette di Leos Carax. Momenti e motivi, quelli scritti, composti e musicati dagli ispiratissimi Clément Ducol e Camille (Dalmais), che non solo guidano la narrazione, ma incarnano, amplificano, lasciano erompere i pensieri e sentimenti più gravi, profondi e viscerali. 

            Emilia Pérez Recensione Film Cinemando Karla Sofía Gascón Zoe Saldana Selena Gomez

            Da sempre precursore di un cinema di frontiera: d’autore, d’inclinazione festivaliera, eppure felicemente acceso, anzi elettrizzato dal genere, dalle sue dinamiche, dai suoi umori e dal suo spettro di possibilità; Audiard trova allora nella storia - di redenzione e di una transizione prima fisica e solo dopo interiore - di Emilia il punto di fuga, la chiave eccellente ed esemplare (in quanto clinicamente artificiosa, ma più vera del vero) per incontrare e (ri)vedere il cinema con nuove sembianze; un’altra faccia e un’altra pelle.

            Un’alchimia mai vista prima sul grande schermo, dove tutto è già stato detto tutto, come ricordava il buon Schopenhauer. O dove, per citare una delle ultime canzoni del film, il “mistero (mi) manca come una stella lontana”. Quel cinema che Emilia Pérez risveglia grazie ad ogni minima particella del suo essere: alto e basso, brillante e lascivo, ipnotico, sensuale e insieme elusivo e respingente. Impeccabile nella sua imperfezione, specie se ci si focalizza su una sceneggiatura sempre più scompaginata e un racconto che, dopo una prima metà estremamente densa e compatta, si scarnifica e riduce man mano.

            Forse però anche questo rientra nelle intenzioni di Audiard, che, nel tentativo di fare della sua protagonista qualcosa di più di un “semplice” personaggio ingaggiato e ingabbiato in un viaggio di trasformazione (etica, emotiva, identitaria, oltre che corporea), e quindi sublimare, far diventare anch’ella una congerie, una fusione di svariati significati e accezioni; dà vita ad un corpo puramente filmico. Alieno, va da sé, alle esigenze di un intreccio dalle derive gustosamente soap-operistiche, posto su un piano semantico più alto, progressivamente ossimorico, paradossale, ideale, fatto di una diversa pasta, contemporaneamente abitato da due o addirittura tre temporalità distinte…

            Non solo bigger-than-life, ma anche e soprattutto bigger-than-screen. L'indice di “una nuova vita” e “un nuovo orizzonte”; il simbolo, la figura rappresentativa di un futuro (e di un cinema, da sempre arte del tempo; di un suo tempo) visto come fluido, magmatico, possibile, ma pur sempre soggetto alle recrudescenze del passato, a rabbiose radici, ad una voce (quella del “mostro”, prodotto recalcitrante di un ieri e oggi patriarcale, sopravvissuto nei più intimi abissi di Emilia) che riemerge. A ricordi che imprigionano, costringendo pertanto ad un cambiamento che, come al solito in Audiard, parte dal sé, dalla sfera individuale e sentimentale, per approdare e condizionare tutto e tutti: la collettività, il femminile, la società, un paese intero, il mondo.

            Emilia Pérez Recensione Film Cinemando Karla Sofía Gascón Zoe Saldana Selena Gomez

            Per la prima volta protagonista (dopo telenovelas e commedie), la rivelazione madrilena Karla Sofía Gascón - impegnata sia nei panni di Emilia che (per merito di un favoloso trucco prostetico) in quello dello stesso Manitas - ha ciò che serve: il physique du rôle, la presenza statuaria, un carisma incomparabile e un’attitudine a dir poco ammaliante; per risultare credibile e convincente, soddisfare i bisogni drammaturgici ed espressivi, e non soffrire l’onere (oltre che l’onore) di un ruolo di tale entità.

            A spartirsi equamente con lei i riflettori c’è però anche una Zoe Saldana che, smesse le fisionomie digitali di Neytiri e Gamora, può infine dar prova viva e chiara di una versatilità ed estensione interpretative che deflagrano gloriosamente nel segmento di “El Mal”.

            Ciò detto, laddove la regia, lo spunto e il segno di Audiard fungono da battito, da cassa armonica, sono queste due splendide attrici (a cui si sommano, senza infamia e senza lode, una Selena Gomez un po' debole, e una Adriana Paz che appare fin troppo poco per dirsi davvero memorabile) il cuore melodico di Emilia Pérez, un’opera “metà qui, metà lì”, “metà morta, metà viva”, nata dal cuore e dal ventre del (nostro) tempo, da un desiderio che sa di futuro. Una canzone affascinante, che fa l’amore (con amore) col cinema, per il cinema stesso.  

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