
DREAM PRODUCTIONS, dove il cinema è davvero un sogno
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dream Productions
USCITA ITA: 11 dicembre 2024
REGIA: Valerie LaPointe, Mike Jones, Austin Madison
SCENEGGIATURA: Mike Jones
CON LE VOCI DI: Paula Pell, Richard Ayoade, Amy Poehler, Kensington Tallman
GENERE: commedia, avventura, fantastico
N. EPISODI: 4
DURATA MEDIA: 22 min
DISPONIBILE SU: Disney+
VOTO: 8+
RECENSIONE:
Primo spin-off e prima costola televisiva del neonato franchise di Inside Out, Dream Productions è un delizioso prodotto per famiglie che trapianta l’anima e l’inclinazione pseudo-psicologica delle pellicole nel reame di una sorta di mediazione primigenia, parlandoci di come quel che immaginiamo ci trasforma nel profondo, nel e oltre il sogno. Scrive e dirige Mike Jones - sceneggiatore di Soul e Luca -, che riesce a riportare la mente ai fasti della Pixar, pur mantenendo lo sguardo sempre dritto davanti a sé.
Fin dalla sua originale apparizione nel primo Inside Out, la Dream Productions: ovvero i simil-studios hollywoodiani fantomatici autori, sceneggiatori e registi dei sogni "proiettati" nella mente di ognuno di noi; apparivano come una delle migliori idee di quello scrigno di intuizioni che era, ed è tutt’oggi, il capolavoro di Pete Docter. Perciò, era solo questione di tempo (ma anche, ovviamente, di successi travolgenti come si sono rivelati tanto la prima, quanto la più recente seconda avventura “dentro e fuori” Riley) prima che Disney e Pixar decidessero di sviluppare un progetto ad essa dedicata.
È da queste premesse che prende vita il primo spin-off, nonché prima costola televisiva del neonato franchise con protagonisti Gioia, Ansia e tutte le principali emozioni. Quattro episodi con cui lo showrunner Mike Jones (già autore di Soul e Luca) ne va ad espandere la mitologia, seguendo il vorticoso brulicare di un "mondo nel mondo" del quale fa parte anche Paula Pell, una famosa e “pluripremiata” regista (boomer o, come direbbe qualcuno, bourgeois); colei che, nel pool di dream-makers, è specializzata nei cosiddetti sogni divertenti di Riley. Talmente dedita e concentrata sul suo lavoro, sul creare ogni notte un nuovo successo e così soddisfare le richieste della severa head-of-studio Jean Dewberry, spesso si dimentica delle persone che la circondano, tra cui c'è l’inseparabile e giovane assistente Janelle, alla ricerca di una propria dimensione nel paese dei sogni.
C’è poi Xeni, un regista di “sogni ad occhi aperti” eccessivamente sicuro di sé, un po’ hipster, dalla visione praticamente opposta a quella di Paula - poiché improntata sull’improvvisazione, sulla cattura del vero e del presente; su un approccio che potremmo definire a metà tra il cinema verite, la Nouvelle Vague e il Dogma 95 - che si ritroverà suo malgrado a dover collaborare con la veterana film-maker quando la spalla di quest'ultima riceverà un'improvvisa promozione…

Bastano queste righe - e la succitata micro-sequenza della controparte cinematografica - per intuire l’inevitabile decorso e discorso metatestuale, insieme alla naturale cifra autoriflessiva posti a corredo di Dream Productions. Il cinema, in questo caso, è realmente un sogno che si avvera. E lo è sotto diverse accezioni: sia come materiale onirico e immaginativo utile a processare e metabolizzare le informazioni e le emozioni assimilate e vissute durante la giornata, sia come strumento talora capace di riuscire dove il quartier generale fallisce, guidandoci e ispirando le nostre azione e scelte da svegli.
Esso è però, anche e soprattutto, la sostanza narrativa di una parabola in sé alquanto proverbiale di inseguimento della propria felicità, di una soddisfazione esistenziale e professionale, travestita tuttavia dei colori, delle immagini, dei caratteri e delle suggestioni di un agile e delizioso prodotto per famiglie che trapianta l’anima e l’inclinazione pseudo-psicologica delle pellicole e il loro rapporto tra “dentro” e “fuori”, tra realtà e pensiero, tra eventi esistenziali e reazioni emotive; nel reame di una sorta di mediazione primigenia. Di quel nostro cinematografo antropico che “si accende” quando cala il sipario del giorno e della vita; prodromica e misteriosa oscurità che genera immagini imprendibili, fumose ma, al contempo, capaci di insinuarsi nelle profondità del nostro inconscio.
Dream Productions è allora una serie che ci parla di come quel che immaginiamo ci influenza e trasforma nel profondo, nel e oltre il sogno. Una in cui risalta la penna inventiva, sofisticata - ma non per questo indelicata - del suo showrunner, adottando il linguaggio del febbrile (finto) documentario dietro le quinte, con tanto di interviste, "fuori onda" e momenti rubati. E ancora, sfide giornaliere, ostacoli imprevedibili, isterismi e iperboli a tutto spiano sulla china di The Office e di altri prodotti simili (pensiamo ad Arrested Development o a Brooklyn Nine-Nine), solo nel contesto di una rivisitazione cartoon, dal design al solito favoloso, di una Hollywood sospesa fra un'inguaribile nostalgia, copioni locked e sceneggiatori caffeinomani, riunioni creative e produttori esigenti, trend-topics, “emozionometro” (a mò di box-office) e recensioni, (sogni) blockbuster, premi e celebrità evanescenti.

Se è vero, come chiarisce qualcuno, che “l’arte dovrebbe sovvertire le aspettative del pubblico”, allora possiamo tranquillamente riconoscere nel lavoro di Jones i segni di una piccola gemma che offre al franchise prospettive per certi versi inedite, oltre a tanto potenziale e ad una gradita dose di creatività e invenzione. Così facendo, ci riporta con la mente all’epoca d’oro della Pixar, pur mantenendo lo sguardo dritto davanti a sé. Emoziona, Dream Productions, come nemmeno le Emozioni vere e proprie sono riuscite a fare. Una serie da sogno, per davvero.
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