
ANORA, chiamare i sogni per nome
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Anora
USCITA ITALIA: 7 novembre 2024
USCITA USA: 18 ottobre 2024
REGIA: Sean Baker
SCENEGGIATURA: Sean Baker
CON: Mikey Madison, Mark Ėjdel'štejn, Jurij Borisov, Karen Karagulian
GENERE: commedia, drammatico, sentimentale
DURATA: 139 min
Palma d'oro al Festival di Cannes 2024
VOTO: 8
RECENSIONE:
Aggiudicandosi la Palma d'oro a Cannes 2024, Sean Baker diventa una "promessa mantenuta" del cinema statunitense contemporaneo. Il film vincente è Anora, una nuova favola dark "made in America" con cui tenta di esportare presso un pubblico più ampio possibile tutti i discorsi e percorsi a lui cari. È però solo grazie all’accostamento alchemico tra una materia spericolata e una precisione raffinatissima, che il regista riesce ad ottenere un equilibrio invidiabile tra mainstream e indie, ma anche tra forma e sostanza, traducendo in un’esperienza audiovisiva tanto incantevole, quanto inebriante l’altalena di illusione e disillusione del sogno americano.
Brilla come un sogno, Ani (e non certo uno qualsiasi). Brilla come il suo nome, Anora. Tanto, del resto, può rappresentare, raccontarci, celarsi dietro un nome. Ma ancor più cose può dirci la storpiatura, il “maquillage” di un nome. Sta tutto qui il senso del nuovo (l’ottavo, per la precisione) film di Sean Baker, quello che gli ha permesso di aggiudicarsi la sua prima Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes [quello del 2024, ndr], consacrandosi in via del tutto definitiva a “promessa mantenuta” del cinema statunitense contemporaneo.
Infatti, per i più - o perlomeno a coloro a cui importa qualcosa di come si chiami -, questa sfrontata, sicura, ammaliante sex worker newyorchese altri non è che Ani: appellativo, sinonimo di un corpo, di un oggetto esclusivamente finalizzato al piacere, da assoldare profumatamente, sfruttare, sfiorare, toccare e poi dimenticare appena imboccata l'uscita del club. La promessa di un sogno (lungo una o più notti) che, come ogni cosa, nasconde un lato corrotto, immorale, indicibile. Uno in grado di portare alla "luce dell’oscurità" l’abiezione e le ipocrisie di un paese e di una società interi.
Questo non vale per Ivan, giovane rampollo russo chiamato e conosciuto da tutti col soprannome (rieccoci) di Vanja. No, per lui la ragazza rappresenta una chimera ben più grande: quella di un american dream che fa rima con libertà ed emancipazione sfrenate, fuga dalla propria identità (e, appunto, dal proprio nome di battesimo), dall’eredità, dal controllo, dagli obblighi, ma non dai soldi. La lingua - ancor prima del russo - che ne lega le irrisorie aspirazioni a quelle, ben più essenziali e concrete, di Ani, da tempo sul suo stesso itinerario, solo in direzione totalmente inversa: alla disperata ricerca di quello che lui già possiede, del suo stile di vita, della ricchezza, dell’affermazione sociale... Insomma, di un’altra faccia del sogno (e, quindi, di un diverso modo di chiamarlo).
E poi c’è Igor (e basta!), galoppino dolce e paziente del padrino di Ivan, ma soprattutto l’unico, fra i tanti che Anora incontrerà nel corso del film, ad osservarla, vederla, riconoscerla realmente e realisticamente, senza filtri o sovrastrutture di sorta, e - neanche a dirlo - a chiamarla col suo nome di battesimo. Questo perché entrambi condividono il ruolo di vittime inconsapevoli dello stesso gioco, della stessa macchina di ideali; di un sistema immobile, irreparabilmente ed inesorabilmente puntellato su contrasti e disparità (siano esse di genere o di classe) innati e insanabili.

Un trasformismo funambolico e disinibito - quello dei personaggi e delle loro travolgenti finzioni - e una sproporzione - quella del mondo in cui si muovono - che Baker pone a grammatica di questa logica prosecuzione e, al contempo, inatteso tentativo di esportazione verso un pubblico più ampio dei discorsi e percorsi cari al suo cinema.
Anora è, in tal senso, l’ennesima favola dark “made in America", dotata di uno sguardo dignitoso, accurato, profondo sul sex-working e i suoi nuovi e vecchi “attori” sociali, e fondata sull’incessante pedinamento di una (iper)realtà tale da cadere nell'assurdo e tramutarsi in uno spaesante delirio. Una pellicola fieramente indie, in costante e agrodolce equilibrio tra sofferenza, disperazione, e speranze di riscatto, che rifugge gli schemi canonici e precostituiti del socio-realismo. E ancora, una miscela informe che il cineasta cerca di disciplinare e contenere in una costruzione filmica a dir poco magistrale per padronanza, verve, eleganza e versatilità, tanto nelle mansioni della macchina produttiva (dalla sceneggiatura al montaggio), quanto nei generi narrativi, incrociati, affrontati, diluiti, fatti duettare in un viaggio camaleontico e cangiante che, da Ani, lo (e ci) porta ad Anora.
Si parte dunque dal ribaltamento, nobilitato, quasi antropologico, scandito a ritmo social, di una fiaba sempiterna - che può essere Cenerentola come Pretty Woman - passando per una corsa Fuori orario, a perdifiato, tra Brighton Beach, Brooklyn e Manhattan, dall’anima marcatamente comica e dalle pieghe potenzialmente inesauribili, fino ad un congedo drammatico, ma non patetico(!), in cui Baker scopre il doppiofondo e gioca il jolly fino a quel momento tenuto nascosto. In bella vista.
Ciò nonostante, è proprio nella conscia vanità del suo sforzo, e quindi nell’accostamento quasi alchemico tra una materia vibrante, elettrica, spericolata, e la precisione e la misura impeccabili con cui adopera e si avvale del linguaggio, che il regista raggiunge un equilibrio insieme finissimo e prorompente tra (l’apparente semplicità, la gratificazione affabulatoria, la lealtà al genere, il respiro del) cinema mainstream e (la complessità sotterranea, stilistica e formale di quello) festivaliero o d’autore che dir si voglia. In questo modo, ottiene altresì la perfetta coincidenza tra forma e sostanza, traducendo in un’esperienza audiovisiva tanto incantevole, quanto inebriante l’altalena di illusione e disillusione di un sogno chiamato America.

Complice di questo nuovo inno all’imprendibilità e imprevedibilità (di un cinema e di una vita possibili) è un terzetto di attori, diretti anch’essi in perfetta armonia e coerenza con lo spirito e le dinamiche di un copione che li astrae senza mai perderne di vista l’umanità, l’identità, il percorso. Parliamo di una Mikey Madison assolutamente folgorante e molto poliedrica al suo primo, vero ruolo da protagonista (dopo piccole parti in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e nel recente requel di Scream), e di Mark Ėjdel'štejn, altro quasi-esordiente, il quale dimostra di aver quel che serve per imporsi al di là della virale somiglianza con Timothée Chalamet, attraverso una prova in cui sa essere e mantenersi stabilmente e in maniera credibile sul doppio binario di una bonaria comprensione e repulsività.
Eppure, è il connazionale (di quest’ultimo) Jurij Borisov la rivelazione e la promessa che Anora contribuisce a rilanciare e consolidare sulla scena internazionale. Quel che il sempre cannense Scompartimento N.6 aveva confessato, esso lo porta ad un livello superiore grazie ad una parte che permette al nostro di dimostrare le proprie abilità. In grado di spiccare nei frangenti in cui dovrebbe rimanere sullo sfondo, e camuffarsi, scomparire dietro il mistero del proprio personaggio nel chiamare a sé l’attenzione della macchina da presa, Borisov vale, in sostanza, tutto il cinema bakeriano, di cui incarna il funzionamento, e il suo ultimo gesto: un film di ultimi che forse non saranno mai primi, ma riescono quantomeno a vedersi e vedere per quelli che sono.
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