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            15 Settembre 2024
            Limonov Ben Whishaw Recensione Cinemando
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            LIMONOV, una ballata sulle macerie della storia

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Limonov: The Ballad
            USCITA ITALIA: 5 settembre 2024
            REGIA: Kirill Serebrennikov
            SCENEGGIATURA: Paweł Pawlikowski, Ben Hopkins, Kirill Serebrennikov
            CON: Ben Whishaw, Viktorija Mirošničenko, Tomas Arana, Corrado Invernizzi, Evgenij Mironov
            GENERE: biografico, drammatico, storico
            DURATA: 138 min
            In concorso al Festival di Cannes 2024

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Il regista esule Kirill Serebrennikov parte e chiude sul conflitto russo-ucraino nel mettersi dietro la macchina da presa dell'adattamento del capolavoro letterario di Emmanuel Carrère, dedicato alla bizzarra vita di Eduard Limonov. Personaggio che permette a Ben Whishaw di sfoggiare tutta la sua gamma espressiva, dominando e subendo un un ostinato lisergico, indiavolato, vertiginoso, tra happening, concerto punk rock, sudaticcio rave party e viscosa ballata sulle ceneri della Storia.

            A fine febbraio 2022, le truppe russe di Putin entravano e prendevano il controllo di Kharkiv, la seconda città ucraina per popolazione, ampliando ulteriormente un conflitto che ancora oggi - dal settembre 2024 da cui scriviamo - non accenna ad arrestarsi. Ma questa è un’altra storia o, meglio, è la storia, il momento, lo stimolo presente che ha persuaso l’esiliato regista russo Kirill Serebrennikov (Parola di Dio, Summer, Petrov’s Flu) a sostituire il nostrano Saverio Costanzo dietro la macchina da presa di Limonov (- The Ballad, in originale) e così rievocare le gesta di un altro compatriota, artista, esiliato che, a Kharkiv, è nato ed è morto dopo una vita a dir poco stravagante.

            Lui è Eduard Limonov, al secolo Ėduard Veniaminovič Savenko, e la sua odissea profana è stata recentemente ripercorsa da Emmanuel Carrère in un vero capolavoro letterario: una biografia romanzata alquanto particolare, frutto di anni di lavoro e ricerca, capace di trascendere i generi e le modalità narrative. Pagine nelle quali occasionalmente l’autore accosta anche il proprio vissuto a quello del soggetto, confrontando i momenti salienti che hanno modificato il corso delle due esistenze, portandole alcune volte ad intersecarsi o, semplicemente, a sfiorarsi. 

            Limonov Ben Whishaw Recensione Cinemando

            Ciò detto, esattamente come atipico è il libro, parimenti lo è questo film, che tuttavia devia da qualsiasi forma di introspezione psicologica o racconto preciso del contesto storico, sociale, politico (del blocco occidentale e orientale fra gli anni ‘60 e ‘90, e della Russia neo-putiniana dei primi del 2000), per allestire un ostinato lisergico, indiavolato, vertiginoso, concepito ad immagine e somiglianza del suo protagonista, nel bene e (soprattutto) nel male. Il biopic, fieramente anti-convenzionale, di cui questi sarebbe andato fiero. E, in quanto tale, anche un’operazione inevitabilmente paradossale, oltre che parossistica.

            Serebrennikov e i suoi co-sceneggiatori, Paweł Pawlikowski e Ben Hopkins, scelgono invero di adottare un registro ironico, ridanciano, alla stregua - con le dovute proporzioni - di quanto fatto da David Scarpa in Napoleon di Ridley Scott. Una postura dissacrante, burlesca, ridicola nei confronti della vita (più che dell’opera) di questo (piccolo) uomo agguerritissimo e arrabbiato. Un elfo cupo e misterioso, Limonov, insieme pericoloso e ammaliante, che, dalla periferia del mondo (e della storia), intraprende un viaggio verso il centro del suo e del nostro tempo, e(rgo) del suo e del nostro spazio, idealmente sospinto da una fatalità eroica, di grandezza e rivoluzioni. Senso, impulso, questi, che tuttavia si riveleranno essere ben presto solo frutto di un'ingenuità insita in ogni artista. O, altresì detto, la “coerentissima incoerenza” che informerà ogni azione e deciderà infine il vero destino del nostro.

            Del resto, egli altro non è che un bandito (eterno) adolescente che, nel suo voler “fottere tutto e tutti”, è riuscito a “fottere solo sé stesso” - chiamasi ego. Uno schiavo delle ideologie (pure se opposte: tanto di quella occidentale, capitalistica e consumistica, quanto di quella orientale, sovietica e comunista) che interpreta la parte di uno scrittore che, a sua volta, interpreta la parte di un servo. E ancora, un uomo che è stato tutto: dissidente e sovietico, etero e omosessuale, sregolato ma con fugaci sogni di famiglia e stabilità, russo e americano, rivoluzionario e tradizionalista, un militante, un delinquente, uno scrittore underground, il maggiordomo di un milionario a Manhattan, ma anche un poeta dal coltello facile, un guerrafondaio, un agitatore politico e un romanziere che auspicava di uscire di scena in grande stile… E che, proprio per questa sua "tuttologia esistenziale", non è stato mai nulla per davvero. 

            Limonov Ben Whishaw Recensione Cinemando

            Ad interpretarlo, un Ben Whishaw dal perfetto fisic du role, magnetico e camaleontico nel restituire appunto questa natura di imprendibilità e sfuggevolezza incondizionate di Limonov. E, con essa, l’esemplare ipertestualità e transmedialità ante-litteram della sua biografia, tesa, da un lato, verso il (sapore del) grande romanzo ottocentesco, dall’altro capace di ritrovare un’energia esplosiva grazie al potere iconografico della fotografia di Roman Vasyanov (che dipinge gli Stati Uniti degli anni ‘70 come Hollywood faceva con la Russia a quel tempo) e del montaggio sincopato di Jurij Karich. Insomma, grazie a quella miscela incandescente che può essere ed è il cinema.

            Una miscela che Serebrennikov fortunatamente pratica e maneggia con meno ridondanza rispetto a La moglie di Tchaikovsky, gettandosi in un’altra performance di pura messa in scena trasformata ora in happening, ora in un concerto punk rock, ora in un sudaticcio rave party, ora nella viscosa ballata del titolo originale; e sperticandosi tra cambi di formato, di grana, di tono, finanche di genere. Procedendo per strappi, manipolazioni, esplosioni, rifrazioni. Trovando insomma il ritmo più adatto ad "inghiottire" lo spettatore e stringerlo dentro la morsa della mente di un “eroe che l'ombra, la monotonia dei giorni e i semplici piaceri della vita quotidiana uccidono più di ogni altra malattia”, di un personaggio romanzesco che sogna “il rumore, la luce accecante e la frenesia” (Yasmina Reza).

            Da qui, l’abisso disorientante di una figura che esiste solo nella scomposizione e decomposizione, sua e di una storia ridotta ad uno stuolo di macerie (sopra altre macerie). A funambolico artificio dell’uomo. A labirintico set cinematografico vandalizzato, brutalizzato, dal quale Limonov tenta invano di scappare. Perché lui è il passato, “e il passato non può dare consigli al presente”, anzi può soltanto rianimarsi in parabole come questa: imperfetta, incompiuta, meramente cutanea, eppure maledettamente travolgente.

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