
IT ENDS WITH US, DOVREMMO ESSERE NOI A DIRE BASTA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: It Ends With Us
USCITA ITALIA: 21 agosto 2024
USCITA USA: 9 agosto 2024
REGIA: Justin Baldoni
SCENEGGIATURA: Christy Hall
CON: Blake Lively, Justin Baldoni, Brandon Sklenar, Jenny Slate
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 130 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Non è un caso che si stia parlando di It Ends With Us più per le tensioni tra i suoi due protagonisti, Blake Lively e Justin Baldoni: questa "faida" serve infatti da involontario sintomo della pochezza di una pellicola priva della giusta sensibilità per parlare di violenza domestica, che preferisce il sensazionalismo melassoso alle responsabilità di un dramma duro e puro, sperando per di più di cavarsela sul finire dei titoli di coda con un agile link “per chiedere aiuto”.
Nessuno può farci niente ormai: It Ends With Us - Siamo noi a dire basta (a sottotitoli del genere nelle edizioni italiane) verrà senz'altro ricordato più per l’infinità di controversie e polemiche legate ai suoi protagonisti, dietro e davanti la macchina da presa, che non per la sua vera materia narrativa o tematica.
Per chi non ne fosse a conoscenza, il riferimento è alla “faida”, com’è già stata definita, che da un anno circa vedrebbe protagonisti la produttrice e volto distintivo della pellicola Blake Lively (l’avete vista in 4 amiche e un paio di jeans e nella serie Gossip Girl), e la sua co-star, nonché regista, Justin Baldoni (noto per i suoi numerosi ruoli in TV e per aver firmato la regia di uno dei weepie-teen meglio ricordati, A un metro da te). Proprio quest’ultimo avrebbe recentemente ingaggiato l’esperta in PR Melissa Nathan - divenuta celebre per il suo ruolo nella gestione della crisi durante il famigerato processo tra Johnny Depp e Amber Heard - per far fronte alle numerose speculazioni discusse nei giorni precedenti e successivi l'uscita di It Ends With Us proprio su TikTok: il palcoscenico che ha reso popolare l’omonimo romanzo di Colleen Hoover poi trasposto dal film.
Tra i numerosi segnali di tensione, vi sarebbero l’assenza del regista agli eventi promozionali e la sua emarginazione sul red carpet della prima newyorchese, oltre alla mancanza di foto insieme all’attrice. Più significativamente però, fonti vicine alla produzione hanno rivelato a The Hollywood Reporter che la discordia tra Baldoni e Lively sarebbe emersa fin dalla produzione - col di lei marito Ryan Reynolds giunto in aiuto, addirittura riscrivendo di proprio pugno un’intera sequenza - e si sarebbe solo acuita nella fase di post-produzione, al punto tale che, del film, esistono al momento due montaggi distinti.
In quanto produttrice, Lively avrebbe invero richiesto una versione alternativa (realizzata da Shane Reid, già montatore di Deadpool & Wolverine) a quella ufficiale, accreditata a Oona Flaherty, Robb Sullivan e lo stesso Baldoni. Maneggiamento, quello ex-novo, che - si dice, ma senza averne l’assoluta certezza - sia quello infine giunto in sala. Non bastasse, il regista sarebbe stato accusato di comportamenti ambigui sul set che avrebbero messo profondamente a disagio l'attrice durante i segmenti più emotivamente intensi.
D'altro canto, è difficile pure districarsi nel chiacchiericcio relativo a come i due stiano utilizzando, parlando e promuovendo la pellicola, con, da un lato, la supposta leggerezza e spinosa superficialità di Lively, tacciata per le evidenti mire pubblicitarie a sostegno di iniziative commerciali estranee, e dall'altro un Baldoni che ha comunque riconosciuto pubblicamente il valore del contributo creativo della co-protagonista al film, sottolineando l’importanza di lasciare spazio alle donne del cast e ponendo l’accento sui temi delicati del racconto, fra cui la violenza domestica.

Constatata dunque la frivolezza di tali voci e accadimenti (perlopiù ascrivibili al pettegolezzo) e qualunque saranno i risvolti di una querelle (extra-diegetica) che non accenna a concludersi, ciò non toglie che la risonanza di tale diatriba sia non soltanto l’elemento più interessante e coinvolgente, ma serva soprattutto come schiacciante sintomo involontario della pochezza contenutistica di It Ends WIth Us. Il film - rimaneggiato e passato al vaglio di così tante persone e personalità da perdere la propria, qualora ne abbia mai avuta una - ha infatti pochissimo per cui farsi ricordare. O meglio, ha così tanti lati negativi e una così complessa inconsistenza che gli risulta difficile lasciare un buon ricordo.
Al di là di una messa in scena del tutto generica, posticcia, economica - nella pettinatissima fotografia, nei costumi, nelle scenografie da catalogo, giusto risvegliata da un mixtape pop, adoperato in conformità con l'affine estetica tiktokiana -, di un’attuazione pericolosamente goffa, quando non sciocca nei momenti più seri e drammatici, da streaming-movie o TV-movie in ritardo di qualche decennio… insomma, al di là di tutto questo, i vizi del film di Baldoni si concentrano nel copione e nell’approccio che adotta nei confronti dell’argomento.
Da parte sua, la sceneggiatrice e co-produttrice Christy Hall desume e amplifica a dismisura i difetti già lapalissiani nella controparte cartacea, firmando un lavoro che è quanto di più anacronistico e avvizzito possa esistere oggi nell’industria e nel panorama hollywoodiani. E non è tanto una questione di personaggi (adulti, ma trattati come teenager quelle rare volte in cui si accenna a caratterizzarli con cognizione, senza quindi lasciare comodamente il compito alla sola cifra divistica o attoriale), né tantomeno di incapacità di dotare il racconto di un tono e di un’impronta coerente e omogenea.
No, ad essere problematici, sono piuttosto lo sguardo e la postura nei confronti di un tema purtroppo sempre attuale e che meriterebbe pertanto di essere proposto con un minimo di gravità, profondità, sensibilità. Tutte doti che, come avrete probabilmente intuito, It Ends With Us non si sforza nemmeno di mostrare, trasformando la violenza in (di per sé prevedibilissimo e vano) plot-twist, preferendo la commedia romantica al(le responsabilità di un) dramma duro e puro, il sensazionalismo melassoso di un qualsiasi episodio di Grey’s Anatomy, di un After “per adulti”, o di una pretenziosa imitazione di Sex and the City; e sperando nondimeno di cavarsela sul finire dei titoli di coda, con un agile link “per chiedere aiuto”.
Ecco, in casi come questo dovremmo essere noi a dire basta. Anche se - lo riconosciamo - è sempre più facile a dirsi che a farsi.
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