
FUGA IN NORMANDIA, L'ULTIMA LEZIONE DI DUE ICONE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Great Escaper
USCITA ITALIA: 20 giugno 2024
USCITA UK: 6 ottobre 2023
REGIA: Oliver Parker
SCENEGGIATURA: William Ivory
CON: Michael Caine, Glenda Jackson
GENERE: commedia, drammatico, storico
DURATA: 96 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Volente o nolente, Fuga in Normandia di Oliver Parker segna l'addio al cinema di due icone del cinema britannico (e non). Michael Caine e Glenda Jackson sono la coppia protagonista dell'ennesimo dramedy geriatrico venuto d'oltremanica. Un canovaccio confortevole e privo di grandi guizzi è elevato fortunatamente da interpretazioni a dir poco favolose.
Prima o poi, nella carriera di ogni grande attore o attrice, arriva una pellicola come Fuga in Normandia. Una di quelle non particolarmente memorabili, magari di fattura media e con ambizioni da prodotto televisivo, se non straight-to-videoi, che tuttavia riesce a fare il proverbiale salto e ad elevarsi soltanto perché può disporre fortunatamente (dell’ultima interpretazione) di un interprete sublime ed esperto.
Nella fattispecie, l’ultimo di Oliver Parker (regista noto perlopiù per uno sgraziato adattamento di Dorian Gray) può contare addirittura sulla presenza di due premi Oscar, già marito e moglie (nella scena) in Una romantica donna inglese di Losey, entrambi - chi per scelta, chi per tristi cause naturali - qui al loro personale commiato alla recitazione. Lui è Michael Caine, volto iconico e distintivo del moderno cinema britannico, tra i più prolifici di tutti i tempi, riuscito inoltre a mantenersi sempre attivo, vivace e presente, anche per merito del felice sodalizio con Christopher Nolan (che lo ha voluto per ben sette volte di fronte alla macchina da presa). Lei invece è Glenda Jackson, incantevole e indimenticata musa per registi come Peter Brook, Ken Russell e John Schlesinger, tornata di recente sulle scene dopo una pausa di quasi un ventennio (durante cui ha cercato fortuna in politica), ma sfortunatamente venuta a mancare poco prima dell’uscita di questo suo ultimo lavoro.
Come anticipato sopra, neanche a dirlo sono loro e soltanto loro il motivo per cui bisognerebbe concedere una chance a Fuga in Normandia. E lo sono, del resto, anche la chimica che (ri)trovano, dimostrano e con cui arricchiscono delle interpretazioni che fungono da magistrale lezione di espressività. Una maniera minimalista, genuina di portare e trasmettere la verità e le emozioni dei personaggi, frutto di tanta esperienza e altrettanto mestiere, grazie alla quale pure la più proverbiale delle battute può mirare alla grandezza e ambire ad una sublimazione.

Ciò detto, Caine e Jackson dedicano anima e corpo a portare in scena i protagonisti di un’altra di quelle classiche storie geriatriche, da sempre guilty pleasure del cinema d’oltremanica, e spesso, come in questo caso, ispirate a fatti di cronaca e vite realmente vissute. Racconti dove, con gentilezza e un pizzico di ironia tutta british, adorabili anziani decidono di sottrarsi ad una condizione esistenziale sedentaria, routinaria, di lenta e abulica attesa della fine: quella a cui la normalità della vita, le consuetudini e gli schematismi della società li vorrebbero ridurre. Essi sono appunto interpretati da star sul viale del tramonto che, per l'occasione, si fanno “corpi”, si fanno umani per noi. Per evadere, in termini effettivi e non solo, dalle piccole, grandi difficoltà a cui costringe il tempo, partendo alla volta di un’avventura (stra)ordinaria la cui promessa è puntualmente il dono di una consapevolezza malinconica, triste e insieme nuova e confortevole.
Magari non del Virgil Hilts di Steve McQueen (ne La grande fuga, omaggiato dal titolo originale), bensì degli Ella & John, dei giovincelli di Youth, degli Harold Fry, dei Tom di Land’s End, delle Miracle Club, è il solco lungo cui si muove Bernie Jordan, ex-soldato della Marina Inglese impegnato in Normandia durante la seconda guerra mondiale. In occasione del 70° anniversario del D-Day, egli decide di sgattaiolare fuori dalla casa di riposo in cui risiede assieme all’amata moglie Rene, e di imbarcarsi al porto di Dover su una nave in direzione delle coste francesi, per cercare di chiudere i conti con un passato e alcune ferite che non si sono ancora rimarginate del tutto.
Accarezzato dalla solita, leggiadra e tenue colonna sonora al pianoforte (qui composta da Craig Armstrong), il ritorno del novantenne inglese in quelle spiaggia che, svariati anni prima, ha difeso con le unghie e con i denti, vedendo molti, fin troppi amici perdere la vita; trova un preciso equilibrio tra il punto di vista di marito e moglie. Che, a sua volta, si trova a combattere e confrontarsi con la sua e la loro storia, nonché con una fine che sa essere imminente e da cui vorrebbe risparmiare tutto e tutti, in primis il suo caro Bernie.

Non solo, Parker riesce a tenere un ritmo molto vivace e sostenuto, intrecciando flashback di rito, fugaci e patinati - che alternano frammenti di guerra a ricordi della storia d’amore della coppia -, momenti più prettamente patriottici e didascalici, di chiara e deferente eco spielberghiana, e pure un tentativo di denuncia della brutalità e della futilità di tutte le guerre. Direzione e ideologia, queste, verso le quali sembrerebbe propendere lo stesso protagonista. Emblematici e preziosi, in tal senso, gli sguardi diffidenti tra ex-alleati, ma soprattutto il segmento dell'incontro, al tavolo di un pub, con un gruppo di veterani tedeschi, che, quei posti e quella costa, avevano il compito di difenderli, e a cui, con sorpresa di tutti, Bernie decide però di mostrare solidarietà e mutua compassione.
Del resto, pur (ri)vestiti delle proprie uniformi, tutti loro sono uomini che pagano ancora oggi il prezzo delle proprie azioni e di quello che altri hanno voluto facessero. Anch’essi vittime, che hanno avuto la fortuna di sopravvivere solo per fare di ogni loro nuovo respiro una riflessione su di sé, su ciò che è stato e su chi non c’è più. Interamente mossa dall’intensità e verità degli attori coinvolti, questa pace simbolica, questo malinconico e senile “cessate il fuoco”, vivacizza un canovaccio dignitoso, ma prevedibile e confortevole, privo di altri guizzi simili e ricco viceversa di tante occasioni perse - a partire dall’intrusione dei media nella vita e nell’intimità della coppia.
Ne consegue un'opera che forse dà a vedere i propri intenti in maniera troppo palese, che cerca sì la lacrima facile, ma riesce a fermarsi sempre un attimo prima di perdere la sua forma e la sua grazia. Ed è nella formula segreta di questo piccolo, ma significativo miracolo a celarsi la grande lezione e maestria di un attore e di un’attrice favolosi che, volgendo un’ultima volta lo sguardo alla luce del tramonto (del cinema, del loro cinema), ci salutano per sempre.
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