
BAD BOYS: RIDE OR DIE, È TEMPO DI REDENZIONE PER WILL SMITH?
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Bad Boys: Ride or Die
USCITA ITALIA: 13 giugno 2024
USCITA USA: 7 giugno 2024
REGIA: Adil & Bilall
SCENEGGIATURA: Chris Bremner
Will Beall
GENERE: commedia, poliziesco, azione, thriller
DURATA: 115 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Dopo lo schiaffo della discordia che ha interrotto ogni rapporto con Hollywood, Will Smith tenta un primo, timido passo di riavvicinamento verso l'industria mostrandosi disposto a porgere l'altra (la sua di) guancia, e puntando sull'usato sicuro. Altresì detto, Bad Boys: Ride or Die, che continua lungo il solco del precedente capitolo (di cui ritrova per fortuna i registi) e di Fast & Furious. Intrattenimento da multiplex senza infamia e senza lode.
Viene spontaneo pensare a qualcosa di voluto e studiato a tavolino da una qualche agenzia di marketing, invece è "soltanto" un’ironica coincidenza che tutto l’intreccio di Bad Boys: Ride or Die ruoti attorno al concetto di redenzione e di ripulire la propria reputazione.
Parliamo appunto del quarto capitolo della saga buddy anni ‘90 nata come risposta hip-hop (e tentativo di adeguamento ai nuovi standard e al potere acquisito dalla comunità black) ai Miami Vice di Anthony Yerkovich e Michael Mann, prodotta dallo storico duo Simpson/Bruckheimer e portata in vita - oltre che da un trentenne Michael Bay alle prime armi con lo stile strabordante che definirà il suo cinema - da quell'iconica coppia che formano Will Smith e Martin Lawrence.
Parliamo però, anche e soprattutto, di una pellicola che passerà agli annali come primo, timido passo con cui il fu principe di Bel-Air cerca di nuovo il favore di Hollywood, a seguito del famigerato schiaffo rivolto a Chris Rock sul palco della notte degli Oscar 2022. Lo schiaffo o, meglio, gli stessi schiaffi che - questo sì volontariamente - il suo Mike Lowrey riceve dal compare Marcus Burnett in una sequenza catartica di Bad Boys: Ride or Die. Una in cui il nostro sta per essere vinto dai fantasmi del passato, dai sensi di colpa, dall’ansia da prestazione… insomma, da un attacco di panico.

Proprio così. D'altronde, chi ha ben presente il precedente Bad Boys For Life, potrà notare come questo ritorno alla guida del franchise ad opera del duo (il terzo, curiosamente, da quando abbiamo iniziato a scrivere) di registi belgi meglio noti come Adil & Bilall segua di pari passo, anzi esasperi oltremodo la linea e l’idea già alla base del loro primo contatto. Che, a partire dalla sceneggiatura di Chris Bremner (l’unico della squadra a rimanere in Ride or Die), Peter Craig e Joe Carnahan, intendeva e faceva corrispondere la nostalgia inevitabilmente legata al ritorno di figure mitiche di un cinema passato, oggi anacronistico e per questo impossibile, con una presa di coscienza della loro attualità, fallibilità, mortalità, transitorietà o, per farla breve, della loro vecchiaia.
Le due ultime avventure dei Bad Boys sono pertanto una cavalcata (o magari una corsa in auto) lungo il viale scintillante e assolato, fra le strade della Miami dei ricordi, come pure un racconto senile, geriatrico, umano in tutto e per tutto, di sessantenni che vorrebbero continuare a fare quello che facevano a trent’anni. Un film che è l’opposto logico del recente Top Gun: Maverick del nostro Bruckheimer: uno di corpi che hanno perso evidentemente l’energia, l’impeto, l’efficienza, che possono cadere sotto i colpi di una smitragliata improvvisa o, come succede qui, avere un infarto per un eccesso di colesterolo da junk-food, e si rifugiano di conseguenza nell’unica cosa che conta e gli rimane. Vale a dire nel sentimentalismo, dalle derive soap-operistiche, e nello scoperto (per Lowrey) o mai dimenticato (per Burnett) valore della famiglia.
Se questo vi ha riportato alla mente un certo Dominic Toretto e la sua "familia" allargata, non siete fuori pista. Tutt'altro: è proprio nel solco e nella formula di Fast & Furious - di cui era prodromo e ora pare epigono, tra colonna sonora e barbecue finali - che si muovono i Bad Boys di Bremer & co. Che si popolano di trame sempre più improbabili, illogiche, ipertrofiche e ipersature, linee di dialogo e situazioni quanto più bizzarre, siparietti camp e risvolti a dir poco assurdi. Per farvi intendere meglio, in Ride or Die si può passare con disinvoltura da allucinogene esperienze near death a vite passate e reincarnazione, da sintomi di preveggenza a sedute di auto mutuo aiuto, da trumpiani appassionati di country a coccodrilli albini di 5 metri liberi in parchi abbandonati.
Non bastasse, la saga familiare su quattro ruote è inoltre il riferimento per il lavoro di Adil & Bilall, i quali, dal canto loro, allestiscono sequenze dove, di volta in volta, l’action aumenta di portata, densità e quantità di elementi, acrobazie, soggetti. Frammenti, questi, in cui il loro stile vorticoso, frenetico e incontenibile, fracassone e funambolico, ai limiti del pleonastico e in bilico tra il junkie movie, il videoclip e gli shooter-games, arriva prima a riproporre la radicalità dell’ultimissimo Bay (leggasi Ambulance), ma è soprattutto chiamato a sopperire alla stanchezza fisica, al muoversi quasi per inerzia dei suoi protagonisti.

Alla stregua del (pur meno convinto) motivetto-mantra degli Inner Circle per i due detective di Miami in costante pre-pensionamento, è ai due registi che è dedicato il sottotitolo Ride or Die. Difatti, pur appoggiandosi quasi del tutto sull’ormai rodata chimica che coltivano e condividono un Will Smith più rigido e svagato del solito - che perde anche un po’ della propria coolness distintiva rispetto al terzo capitolo - e Martin Lawrence - che, incurante del rischio di diventare molesto, motivo di disturbo, perde una volta per tutte la misura e pensa soltanto a divertirsi, portando ad un livello di ulteriore sguaiatezza il suo Burnett, ma con risultati alterni -, il quarto Bad Boys gira come dovrebbe solo per merito delle (re)invenzioni visive di Adil & Bilall, oltre che dell’utilizzo vivace che fanno di ogni mezzo e dispositivo di ripresa a propria disposizione.
In questo modo, la pellicola fa passare in secondo piano pure la graduale perdita di leggibilità dell'azione, o ancora gli evidenti limiti di una sceneggiatura, che, a differenza del film precedente, non trova né una quadratura del suo tono, né un benché minimo di partecipazione emotiva nelle vicende umane e personali dei personaggi. Ma soprattutto, riesce a compiere la propria missione di intrattenimento da multiplex.
Ciò nondimeno, la cosa più interessante dell’operazione si trova altrove: è quella che si può scorgere fra le righe di questo intreccio sguaiato, che si cela dietro un paio di occhiali da sole, in una maschera forzata, castigata. Ad importare davvero a Bad Boys: Ride or Die non è insomma lo stato di salute dei suoi (non più) ragazzi - probabilmente già pronti ad eludere per l’ennesima volta i titoli requiem che gli vengono appioppati, lanciandosi in una nuova corsa mortifera -, quanto piuttosto ciò che sarà della carriera e del futuro di Will Smith, disposto a porgere l’altra (la sua di) guancia per ingraziarsi la tanto attesa redenzione.
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