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            31 Maggio 2024
            Una storia nera Recensione Cinemando
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            UNA STORIA NERA, UN CLICHÉ LUNGO UN FILM

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Una storia nera
            USCITA ITALIA: 16 maggio 2024
            REGIA: Leonardo D'Agostini
            SCENEGGIATURA: Leonardo D'Agostini, Ludovica Rampoldi, Antonella Lattanzi
            CON: Laetitia Casta, Andrea Carpenzano, Giordano De Plano, Lea Gavino, Mario Sgueglia
            GENERE: drammatico, thriller
            DURATA: 100 min

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            A quasi cinque anni dal suo esordio con Il campione, Leonardo D'Agostini torna dietro la macchina da presa adattando il romanzo bestseller di Antonella Lattanzi. Purtroppo, quel che avrebbe potuto essere la risposta italiana ad Anatomia di una caduta, diventa un'opera sempliciotta e sciapa che fa incetta di stereotipi.

            Per un certo cinema italiano vale una regola (non scritta). No, non stiamo parlando della rappresentazione degli interni medio-borghesi, fotografati sempre nella stessa maniera, anonimamente allestiti con prodotti all’ingrosso, di convenienza, da grandi magazzini, del tutto irrealistici nelle loro generose dimensioni. E no, non è la scrittura oltremodo stereotipata, artefatta, plasticosa delle giovani generazioni o, come preferibile, dei “gggiovani”, dei loro scambi, abitudini, insomma del loro mondo. E non è nemmeno l’utilizzo forzoso della color correction e di temi e musiche gravi, inquietanti come unici possibili sostegni su cui costruire il minimo sindacabile di tensione e atmosfera.

            No, la più diffusa e adottata delle regole interessa l’ambiguità. O meglio, l’impossibilità, l’incapacità di vedere il (proprio e quindi il nostro) mondo, la figura umana, la realtà, la vita, il presente come qualcosa di enigmatico, sfuggente, talora difficile da sciogliere, da spiegare, da cogliere nella sua interezza. L’ultimo a darcene conferma è Leonardo D’Agostini col suo secondo lungometraggio da regista (a quasi cinque anni dal buon Il campione), trasposizione dell’omonimo bestseller di Antonella Lattanzi, dal titolo Una storia nera.

            D'altronde, il territorio narrativo su cui si muove la pellicola è tra i più agevoli affinché questa massima possa attecchire e mostrarsi in tutta la sua schiacciante verità. Trattasi infatti di un drammone di violenza domestica, con maschio e padre di famiglia possessivo, instabile, irrisolto, retrogrado e misogino che picchia e abusa la moglie succube. La quale, dopo vent’anni d’inferno (durante cui ha resistito a tutto per proteggere i suoi tre figli), è oggi riuscita a chiedere e ottenere il divorzio e ad iniziare a ricostruirsi una propria vita. Ciò nondimeno, lui e il suo spettro non accennano a mollarla. La sua storia si tinge ben presto di giallo quando Vito - così si chiama il marito abusante e manesco - prima scompare senza lasciar traccia e poi viene ritrovato morto nel Tevere. Visti i trascorsi, i sospetti ricadono fin da subito su Carla - il nome di lei -, che, messa spalle al muro dalla polizia, confessa l’omicidio invocando la legittima difesa. Eppure, gli inquirenti e la corte che dovrà decidere della sua sorte hanno ben più di un dubbio riguardo al suo coinvolgimento…

            Una storia nera Recensione Cinemando

            Al leggere queste poche righe di sinossi, il pensiero dei più sarà corso ad un paragone naturale, ma pienamente accidentale e, in fin dei conti, infausto sia per il testo di Lattanzi, sia per questa traduzione. Difatti, Una storia nera ricorda, in maniera del tutto sconvolgente, Anatomia di una caduta di Justine Triet, sia per le dinamiche di trama, sia per tutti i discorsi e le ricadute socio-politiche che ne derivano.

            Dicendo questo, non vogliamo certo insinuare l’idea che il film di D'Agostini dovesse per forza essere la versione italiana di quel meraviglioso ed ermetico ritratto di donna, eppure questa sua possibile derivazione avrebbe senz’altro fornito al progetto il carattere che latita in ogni suo recesso. A venir meno qui è invero e innanzitutto lo sguardo, lo slancio, l’istinto ad immaginare che Una storia nera possa andare in più direzioni, e aprirsi alla complessità insita e congenita all’essere e al vivere. Molto meglio lasciarsi conciliare, coccolare, rassicurare da un intreccio dai risvolti risibili e dai colpi di scena telefonatissimi, con tanto di doppio finale e moraletta prêt-à-porter che sarebbe sterile e innocua, se non fosse pure abbastanza discutibile dal punto di vista morale.

            Quel che ne deriva un’opera sciatta e sempliciotta. Una storiaccia (per il come e non per il cosa) che ha luogo ai giorni nostri ma avrebbe potuto essere ambientata pure negli anni ‘60, senza che questo potesse in alcun modo cambiare qualcosa. Una che arriva addirittura a vanificare e ledere la bontà e l’importanza dell’argomento trattato. Non parco della grande regola non scritta, D’Agostini - assistito dalla stessa Lattanzi e da Ludovica Rampoldi in sceneggiatura, dal direttore della fotografia Michele Paradisi, dalle scenografie di Sonia Peng e da Ratchev & Carratello per le musiche - inciampa clamorosamente anche in tutte le altre da noi menzionate in apertura. E stentiamo a credere che, in produzione, vi sia un nome e una personalità del calibro, con l’astuzia, l’attenzione e la concentrazione di Matteo Rovere, il quale dopo Sei fratelli ci rende ancora più convinti di una progressiva perdita di adesione, vigore e fervore della formula Groenlandia sul grande schermo.

            Tutto questo per dire che, di davvero sospettoso e insolubile, in Una storia nera vi è magari l'utilizzo ipotetico e presumibile di una qualche intelligenza artificiale per scriverne il copione: solo una mente artificiale si inventerebbe infatti dialoghi e pieghe simili. O che, se in casi del genere si parla spesso di premesse deluse e attori sciupati, qui forse l’unico spreco è un sempre misurato Andrea Carpenzano, il Campione appunto. Entro i limiti del possibile e a differenza dei colleghi (in primis, la co-protagonista Laetitia Casta), egli riesce infatti a contrastare e resistere alle maglie della sceneggiatura di D'Agostini, Lattanzi e Rampoldi, portando la gravitas, la tensione, la profondità, l’autenticità necessari a questo container che non si fa mancare proprio nulla. Né la (pulsione irrefrenabile e tutta italiana di ridimensionare e ridurre ogni cosa a livello) fiction, né Un giorno in pretura, né tantomeno le ricostruzioni di Amore criminale. Giusto la mafia non si presenta in questo cliché lungo un film... Come non detto, c’è pure quella.

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