
IF, IMMAGINARE DI NUOVO, SPERARE ANCORA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: IF
USCITA ITALIA: 16 maggio 2024
USCITA USA: 17 maggio 2024
REGIA: John Krasinski
SCENEGGIATURA: John Krasinski
CON: Ryan Reynolds, John Krasinski, Cailey Fleming, Steve Carell, Phoebe Waller-Bridge, Louis Gossett Jr., Emily Blunt, Matt Damon, Sam Rockwell, George Clooney, Bradley Cooper, Brad Pitt, Blake Lively
GENERE: commedia, drammatico, fantastico
DURATA: 104 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Dopo aver stupito con i suoi due A Quiet Place, l'attore John Krasinski vira sul family movie per la terza prova dietro la macchina da presa. IF è un film dal cuore, dal tocco, dalla parentela e dai collaboratori spielberghiani che affida alla messa in scena sentimenti, atmosfere, idee, tutto il suo spirito, laddove la sceneggiatura pare più che altro un morbido pretesto. Una meditazione sul diventare e sull'essere diventati grandi, sull'immaginare di nuovo, sempre, così da sperare ancora.
What IF…? E se John Krasinski divenisse (o fosse già diventato, con tutte le puntualizzazioni dovute) se non proprio lo Spielberg dell’odierno panorama statunitense, comunque un suo abile epigono, un suo (pro)nipote parimenti gentile? Magari un nuovo Richard Donner o un Joe Johnston, un Robert Zemeckis o un Chris Columbus in via di farsi, un Joe Dante più imbellettato, un Brad Silberling più stellare…
È questa la domanda che già con i due A Quiet Place poteva far timidamente capolino, ma che sorge del tutto spontanea con IF, il terzo tentativo dell’attore dietro la macchina da presa. Complice, innanzitutto, l’idea che, nonostante l’evidente eterogeneità e rispettiva difformità in termini estetici e categorici, i suoi due progetti trovino un punto d’incontro nell’approccio che il neo cineasta (in questo, puramente spielberghiano) adotta nei confronti della macchina e allo spettacolo hollywoodiani. Anche Krasinski, quindi, definisce il proprio stile, più che attraverso tematiche o segni ricorrenti, ridondanti, mediante l’utilizzo, quasi in purezza, della messa in scena, del senso assoluto del gesto cinematografico, il quale assume un valore di fondamentale, primo e privilegiato veicolo di sentimenti, atmosfere, idee, dello spirito della pellicola al di là della sua storia.

In questa ottica di “eredità”, non è allora per niente casuale la scelta dei collaboratori, il cui lavoro va a comporre, a dare energia e respiro a questa dinamica, fluida impalcatura di alchimie, incantesimi e giochi di prestigio semplicissimi ed elementari, ma che ci vuole guizzo e talento per rendere nella loro classicità. Circa tutti coloro che affiancano Krasinski in questo suo nuovo film hanno lavorato o hanno comunque gravitato nella fucina spielberghiana.
Basti pensare a Michael Giacchino, alle prese con una colonna sonora molto funzionale, che sa accompagnare, ma sa anche molto bene quando prendersi il palcoscenico, quando sferrare le proprie incursioni emotigene. Ed è davvero impossibile non notare la presenza alla fotografia di Janusz Kamiński, che per il papà di Amblin ha stretto un sodalizio che va avanti splendidamente dal 1993 di Schindler’s List. In IF, cattura una luce abbagliante, calda, autunnale che si fa largo tra i grattacieli newyorkesi (e che, partendo dal suo ultimo West Side Story, arrivano addirittura a riecheggiare il Vittorio Storaro dei film di Woody Allen, in particolare de La ruota delle meraviglie), senza dimenticare, né attenuare le ombre, talora di chiaro gusto espressionista, per raffigurare, visualizzare, immaginare - nel senso di “fare immagine” - la filosofia e il discorso di fondo del soggetto e del copione ideati e scritti dallo stesso Krasinski.
Questi, dopo aver dato i natali e portato al successo un’idea, per certi versi nuova, di post-apocalittico e di esperienza horror con un silenzioso universo à La guerra dei mondi, torna appunto sul grande schermo (sempre sotto logo Paramount) con un family movie; un’avventura dai buoni sentimenti che enfatizza un elemento del mondo infantile per raccontare del crescere e del prendere in - o per - mano la propria, di avventura. Non tanto un film di multiversi, su quel che sarebbe potuto essere e chi saremmo potuti diventare, come farebbe subito pensare il titolo, quanto piuttosto una fiaba che fa i conti con chi siamo e chi siamo stati da piccoli, gettando le basi per un nuovo franchise potenzialmente illimitato, popolato da una galleria di IF, appunto: Imaginary Friends, personaggi improbabili e deliziosi, di chiara derivazione Pixar (Toy Story, Monsters & co., Inside Out), ma d’impeto Illumination, realizzati in maniera sopraffina e doppiati da un cast stellare di voci (Steve Carrell, Phoebe Waller-Bridge, Louis Gossett Jr., la moglie Emily Blunt, Matt Damon, Sam Rockwell, George Clooney, Bradley Cooper, Amy Schumer, Brad Pitt), ma purtroppo mai realmente esplorati e approfonditi dalla sceneggiatura.
La stessa, del resto, parrebbe essere stata composta più che altro come facile pretesto proprio per permettere a questi ultimi - che vengono dunque ridotti a meri strumenti allegorici, a pupazzi dalle linee piacevoli e dalle forme morbide e, va da sé, a feticci merceologici - di fare la loro apparizione, o, in alternativa, per allestire una serie di sequenze-madri, nelle quali si tiene effettivamente fede alla premessa e alla promessa immaginifiche. Segmenti come quello ambientato in una fantomatica “casa famiglia per amici immaginari” dimenticati, che dà il là ad un omaggio sentito alla compianta Tina Turner, con tanto di rievocazione di uno dei suoi videoclip più conosciuti.
Semmai, a mancare nel racconto di IF sono tutti gli altri momenti, quelli che definiscono e decidono una progressione quanto più naturale delle vicende e favorirebbero una crescita sensata e verosimile della sua protagonista Bea, una dodicenne ancora ferita dalla scomparsa della madre, con cui ogni giorno fa i conti a modo suo. Vale a dire ripudiando quel lato infantile, giocoso, immaginoso, che, tuttavia, è ancora molto forte in lei, e desiderando entrare quanto prima nella grigia età adulta: quella in cui spesso si sopprimono i sogni per non soffrire e ripensare a tutte le occasioni mancate o ai dispiaceri del passato. In questo suo percorso di metabolizzazione, la bambina verrà accompagnata dal misterioso vicino, leader e responsabile di una squadra di amici immaginari. Il suo nome è Calvin, come uno dei protagonisti della striscia umoristica Calvin & Hobbes, interpretato da un Ryan Reynolds (anche produttore) in continuo dialogo con altre sue prove (specie con quelle per Shawn Levy), ma incapace di brillare come suo solito per via di un personaggio troppo esile.

Si legge IF, ma in realtà si possono comodamente rintracciare i segni di tantissimo altro audiovisivo nella proverbiale trama imbastita da Krasinski, nella sua morale trita e ritrita, o ancora nel modo in cui parlano i suoi personaggi umani, tutti abbastanza programmatici (pure nei twist che li riguardano). Per fortuna, le immagini, la messa in scena, l’equilibrio, l’ordine e la sintonia fra tutti i colori della tavolozza dicono molto più e molto meglio di decine di scambi triti e ritriti. Lo dimostra abilmente il sommario che accompagna i titoli di testa, dallo sguardo già nostalgico e malinconico, infantile nella subdola e intromissione del dramma e della malattia nella placida, raggiante, armoniosa vita familiare.
A sua volta, tale sproporzione fra quel che si racconta e come lo si racconta acquisisce un’apparente barlume di senso nel rivolgersi della pellicola tanto ad un pubblico infantile - che accarezza, diverte, e di cui può toccare le corde emotive tramite il design poco originale ma pratico delle creature, un racconto sulle difficoltà del diventare grandi e i dialoghi tra umani e IF - quanto soprattutto agli adulti, ai genitori in sala, portati a meditare sulle storie che raccontano a sé e, di riflesso, ai propri piccini, le quali a volte necessiterebbero di un pizzico di immaginazione.
In tal senso, pur seguendo alla lettera quel tipo di operazioni a cui certe personalità dello spettacolo e certi attori si piegano quando entrano nell'età genitoriale (John Krasinski ha due figli e Ryan Reynolds ne ha quattro), IF diventa infine la riflessione, sempre di un genitore, di un padre - che si disegna un ruolo emblematico, al limite dei mondi, di finzione e realtà - riguardo alla capacità, alla possibilità di immaginare e, quindi, di sperare nel mondo di oggi, frenetico e convulso, sovrabbondante a tal punto da svuotarsi e diventare sempre più un ricordo a cui aggrapparsi per non sprofondare. E a cui il cineasta reagisce con un retro-presente (insieme personale, cinematografico e cinefilo) in cui ricordare, rivivere, serve per andare avanti. Anche se la fantasia non è più quella di quando era bambino, di quando Spielberg inventava il blockbuster moderno.
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