
IL REGNO DEL PIANETA DELLE SCIMMIE, UN SEQUEL CHE SCIMMIOTTA CON GUSTO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kingdom of the Planet of the Apes
USCITA ITALIA: 8 maggio 2024
USCITA USA: 10 maggio 2024
REGIA: Wes Ball
SCENEGGIATURA: Josh Friedman
CON: Owen Teague, Freya Allan, Kevin Durand, William H. Macy
GENERE: azione, fantastico, avventura, fantascienza
DURATA: 145 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Primo atto di una nuova trilogia, sequel di quella reboot portata in alto da Matt Reeves, Il regno del pianeta delle scimmie di Wes Ball si impegna ligiamente a seguire le orme di ciò che è stato, più interessato al piacere del raccontare, che non al carattere meditabondo, riflessivo e intellettuale per cui è noto il franchise. Nel far questo, recupera e riproduce un sense of wonder puro e incontaminato, da romanzo avventuroso ottocentesco, nonostante le derivazioni, forte di una CGI strabiliante, buone interpretazioni e un mondo che trova nuova vitalità.
Uno degli elementi che, fin dai primi minuti, colpisce de Il regno del pianeta delle scimmie di Wes Ball - decimo inserto del franchise tratto dal romanzo di Pierre Boulle e inaugurato dal cult movie anni '60 di Franklin J. Schaffner, quarto della tranche di film insieme prequel e reboot - è il suo worldbuilding o, per meglio dire, la capacità, da parte del regista, dello sceneggiatore Josh Friedman e dell’intera produzione, di dotare questo mondo di un rinnovato vigore, di una freschezza propizia per quello che dovrebbe essere il primo atto di una nuova trilogia. Difatti, pur essendo l’ennesima avventura in questo futuro (postapocalittico) - in cui, lo ricordiamo, il pianeta Terra ha assistito ad un paradossale capovolgimento nella catena evolutiva e nei rapporti di forza interspecie, ad un cambio drastico del millenario status quo che vuole gli umani intelligenti, padroni, garanti e distruttori, e tutte le altre forme di vita meno evolute e sofisticate sotto il loro giogo - il mondo, l’universo che si riapre di fronte ai nostri occhi sembra avere ancora molto da offrire.
Tale ritrovata vivacità e floridezza è sancita, deriva, discende (pardon) dal confronto, dal rapporto e dal tipo di dialogo che Il regno del pianeta delle scimmie instaura con i suoi "parenti più prossimi", da cui è distante (produttivamente) sette anni e (narrativamente) giusto tre secoli. Il riferimento è appunto all’inimitabile e irripetuta duologia firmata in larga parte da Matt Reeves: tra gli esemplari di blockbuster più lucidi e inebrianti fuoriusciti dalla fucina hollywoodiana in questo nuovo millennio - senza dimenticare l’importanza prodromica e fondativa de L'alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt. È semplicemente impossibile sottrarsi al carattere mitico, iconico, leggendario di quelle pellicole, capaci di ridefinire la percezione della saga, pur mantenendone intatti lo spirito, la continuità narrativa e le tematiche di natura scientifica, antropologica, morale e filosofica. Com'è impossibile, del resto, non riconoscere e omaggiare la paternità del loro protagonista, Cesare (nomen omen), e - va da sé - della maiuscola interpretazione di un Andy Serkis che, riuscendo addirittura a superare il suo Gollum nella trilogia de Il signore degli anelli, ha portato a livelli estremi, forse irraggiungibili, e mostrato una nuova, possibile frontiera della recitazione cinematografica e di cosa potrebbe diventare la tecnica della motion capture.
Insomma, l’imponenza drammaturgica, la profondità di scrittura e l’importanza anche storica dei film sulla scimmia rivoluzionaria, sul “primo anziano”, non possono, né riuscirebbero, a conti fatti, a dissiparsi ed essere escluse dagli equilibri e dall’intreccio di questo nuovo addendo del franchise.

Ball e Friedman decidono, a tal proposito, di dare contezza e solidità narrativa a questo spettro, a questa eco che aleggerebbe comunque libera, indomito fra le foreste, le carcasse di automobile e i grattacieli à la The Last of Us, invasi e reclamati dal verdeggiare selvaggio della natura. Nientemeno, essa si afferma come uno dei pochi spunti previsti dal copione, che racconta la storia (del tutto inedita) di Noa, giovane scimpanzé appartenente ad uno dei tanti clan in cui si è frammentata la comunità primigenia delle scimmie (la sua, nello specifico, si dedica e caratterizza per l’allevamento di aquile). Parliamo allora di un romanzo di formazione, al solito, molto formulaico e archetipico e, almeno inizialmente, dal carattere favolistico, nel quale, a quelli del viaggio, della scoperta, dell’eredità, dell’autodeterminazione e dalla presa di consapevolezza, si intrecciano i temi della vendetta e del contatto col diverso. Ma è tutto (solo) un pretesto, un agile presupposto per ben altri scopi. In realtà, quel che Il regno del pianeta delle scimmie intende fare, è tornare insospettabilmente a parlare di Cesare, dirci cos’è successo nel mentre, porci di fronte alla sua, di eredità.
Questo potenziale starting-point per nuovi, magari giovani, fan della saga parte dunque da un qualcosa di diametralmente opposto, praticamente antitetico alla freschezza di cui sopra. Quello di Wes Ball è un film di resti e interrogativi - molti lasciati irrisolti, affidati al futuro e alla fortuna commerciale del titolo. Cosa resta della dottrina, del pensiero, dei dilemmi e continui conflitti intimi e dialettici della “prima scimmia”? La riflessione e i diversi riscontri sono quanto di più imprevedibile e sempre attuale, specie se li si approccia come se si stesse parlando di religione e considerandoli nell'ottica della post-verità. E cosa resta e potrà mai restare, nell’odierno panorama cinematografico e audiovisivo, di un franchise come Il pianeta delle scimmie?
Ciò detto, malgrado si impegni ligiamente a seguire le orme dei suoi mirabili predecessori, riammettendone - solo suggerendolo, mai davvero praticandolo - il carattere più meditabondo, riflessivo, quasi intellettualistico, questo nuovo inserto è più interessato al piacere del raccontare e del lasciarsi seguire e scoprire dallo spettatore, dell’allestire dialoghi e situazioni, del tratteggiare caratteri e personaggi, e del muoversi e sfruttare a pieno location, scenografie e biomi variegati. Al dipingere, insomma, un’avventura epica e classicissima che, seppur godibile, non dà però l’impressione di immediata durevolezza a cui, viceversa, rimandavano da subito i precedenti due capitoli. Dal canto suo, dovendosi interfacciare - a differenza di Maze Runner - con una materia molto più semplice e stringata, Wes Ball segue, con mirabile compostezza, mestiere e pulizia, l’avanzare del viaggio di Noa (il cui nome già potrebbe anticipare qualcosa del suo destino e della sua missione), trovando se non proprio una cifra, una dimensione di ideale equilibrio.

Innervato e innestato di estetica e riferimenti al mondo videoludico (da e per cui il regista dirigerà presto un adattamento di The Legend of Zelda), Il regno del pianeta delle scimmie ricorda e ricrea, allo stesso tempo, la sensazione del primo cartoon o addirittura della prima favola d’infanzia. O perlomeno, recupera e riproduce un sense of wonder puro e incontaminato, da romanzo avventuroso ottocentesco in un certo qual modo. Il che è abbastanza insolito, considerata la quantità di fonti e testi da cui esso prende ispirazione o che ripropone esplicitamente: dal western fordiano all’epopea insieme classica e avanguardistica di Avatar, anche se sarebbe più corretto parlare di recupero di un tocco simil-cameroniano, favorito, tra le altre cose, dalla presenza dello stesso Friedman (al lavoro su Avatar 4), e di Rick Jaffa e Amanda Silver in produzione (impegnati nel copione de La via dell'acqua, già autori del primo capitolo reboot).
Dell’epica odissea di Pandora e dei suoi Na’vi, il film condivide poi una CGI a dir poco strabiliante, ennesimo prodigio tecnico e tecnologico di una WETA in stato di grazia, a metà tra l’immersione totale del miglior cinema fantastico (e parliamo di Peter Jackson e, appunto, di Cameron) e il fotorealismo documentario del remake live action de Il re leone. E, di nuovo, dietro i volti di questi primati digitali, dotati di un'impressionante varietà e qualità espressiva, torna il fantasma di Cesare o, meglio, della lezione di Andy Serkis, il cui impareggiabile solco tenta di colmare invano, ma con indubbia passione, un cast su cui spiccano Owen Teague, ma soprattutto Kevin Durand. Senza la sua intensa prova, il personaggio che interpreta, il villain schiavista Proximus (pure qui, un nome, un programma), non sarebbe affatto temibile e carismatico, bensì un semplice bonobo ossessionato, accecato dal potere. Sul fronte “umano”, è molto giusta e funzionale la scelta di Freya Allan (ormai specializzata, dopo la serie The Witcher, nel ruolo di giovani eroine predestinate, magiche, misteriose) e di un sorprendente William H. Macy.
Risulterà deludente, limitato, carente per molti, potrà sembrare (e forse è, in fin dei conti) quasi un compitino cauto e sicuro, che ripropone le solite peculiarità, i marchi di fabbrica della saga (a cui possiamo aggiungere una cadenza, un ritmo, una scansione particolarissimi), e che sente fin troppo il paragone col passato (specie reevesiano), mancando altresì di nerbo, inventiva, protagonisti parimenti affascinanti, ergo di un’adesione emotiva assoluta con la vicenda. Lo stesso però, sarebbe ingiusto non riconoscere a Il regno del pianeta delle scimmie la generosità e godibilità della propria narrazione e, in particolar modo, il pregio di riuscire ad evitare, a divincolarsi dalle trappole di una trama primitiva in tutti i sensi, semplicemente servendosi di una descrizione vitale e accurata del proprio “terreno di gioco”. Di un mondo che ha una sessantina d'anni sul groppone, ma che, ad ogni nuovo capitolo, pare essere nato l'altro ieri.
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