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            6 Novembre 2026
            La recensione di It Ends, il primo film da regista di Alexander Ullom su un gruppo di amici che imbocca una strada che prosegue all'infinito.
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            IT ENDS, inferno a portiere chiuse

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: It Ends
            USCITA ITALIA: 28 ottobre 2026
            USCITA USA: 21 agosto 2026
            REGIA: Alexander Ullom
            SCENEGGIATURA: Alexander Ullom
            CON: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole
            GENERE: horror, thriller, drammatico
            DURATA: 89 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Un quartetto di ragazzi alle prese con una strada senza fine, un viaggio che si trasforma progressivamente in un confronto con sé stessi e con l’impossibilità di immaginare un altrove. Con It Ends, Alexander Ullom fa dell’horror soprannaturale una singolare allegoria dell’alienazione contemporanea, firmando un esordio che intercetta le inquietudini di una generazione e le sue difficoltà nel trovare una direzione, più fertile sul piano delle idee che compiuto e memorabile sotto il profilo strettamente cinematografico.

            Quattro ragazzi – che non si frequentano più come una volta, con il college ormai alle spalle e il futuro davanti a sé – salgono in auto, ma non fanno in tempo a seguire le indicazioni del navigatore e imboccare la statale che tutto quel che li circonda comincia ad assumere contorni sempre più sinistri. Non solo non riescono più ad orientarsi, ma quando provano a fare inversione e ripercorrere la strada appena fatta, scoprono che il tratto alle loro spalle è ormai completamente sbarrato da un muro impenetrabile di vegetazione. Come se non bastasse, nel momento in cui si fermano per esplorare i dintorni e cercare aiuto, vengono assaliti da una folla urlante, per certi versi zombesca, di disperati – o, potremmo dire, di naufraghi – decisi a impossessarsi della loro auto.

            Non resta dunque loro che rimettersi in marcia, salvo scoprire, dopo pochi istanti, di trovarsi su una strada senza diramazioni, incroci o uscite laterali, un tracciato che sembra non avere fine. E non è tutto: ogni volta che tentano di abbandonare l'abitacolo, hanno a disposizione solo pochi istanti prima di essere nuovamente assaliti. Di contro, l'auto non consuma carburante né mostra segni di usura, mentre loro non avvertono stanchezza, fame o alcun'altra necessità fisiologica. Al punto da cominciare a chiedersi se siano ancora vivi e che cosa abbiano mai fatto di male per meritarsi di precipitare in una condizione tanto assurda.

            Inferno o purgatorio, sogno lucido o contrappasso divino, gioco sadico, beffardo o simulazione videoludica, limbo (iper)reale o virtuale che sia, i quattro sono costretti a proseguire, a macinare chilometri senza una meta né una ragione apparente. Tentando, nel frattempo, di (ri)costruire una parvenza di normalità, una routine rassicurante e condivisa, preservando quanto più possibile del proprio bagaglio umano – e di ciò che erano prima – in un contesto che, di umano e ordinario, sembra non avere più nulla. O forse ogni cosa.

            La recensione di It Ends, il primo film da regista di Alexander Ullom su un gruppo di amici che imbocca una strada che prosegue all'infinito.

            Ebbene, non conta tanto il perché o il come sia successo, bensì la maniera in cui reagire, cosa fare dopo e quale senso attribuire a questo calvario, a questa sorta di scalinata – di ascesa o catabasi – paradossalmente piatta e lineare. Non quel che di potenzialmente sconfinato può annidarsi là fuori, quanto la consapevolezza che può svilupparsi entro i confini dell’abitacolo di una macchina spersa in uno spazio che è eterotopia del nulla e del tutto. A portiere chiuse, parafrasando il titolo di una delle più celebri pièce teatrali di Jean-Paul Sartre, con cui It Ends, l’esordio al lungometraggio per il giovane (classe 1997) Alexander Ullom, intrattiene un dialogo tutt’altro che peregrino.

            Difatti, come nel dramma del filosofo francese l'inferno coincide con l'impossibilità di sottrarsi allo sguardo, al giudizio e alla presenza degli altri, qui la condanna assume le sembianze di una convivenza forzata, di una prossimità dalla quale non è dato prendere congedo. Allo stesso tempo, laddove Sartre faceva dell'altro il carnefice, Ullom sembra suggerire la possibilità di una resistenza collettiva. Perché, in un mondo dal quale sono scomparsi ogni riferimento, ogni destinazione e ogni prospettiva, quel che rimane è proprio la presenza reciproca, la possibilità di riconoscersi, confrontarsi e, magari, ritrovarsi. In tal senso, l'inferno potrebbe non essere soltanto negli altri, ma anche nella loro assenza.

            Ed è forse proprio in questo rovesciamento che potrebbe nascondersi il cuore di It Ends: nella presa di coscienza che non è necessariamente una meta a doverci definire, né una risposta o un procedere sofferto e indolente a realizzare o giustificare il nostro stare al mondo. Talvolta, ciò che importa è semplicemente l’imparare e il riuscire finalmente ad abitare il proprio percorso. Un ribaltamento contemplato, del resto e fin dall’inizio, dall’uso che il neoregista (a sua volta anche sceneggiatore e montatore) fa delle convenzioni e dei luoghi comuni del genere, dimostrando una lucidità e una sensibilità non comuni nel leggere usi e costumi, logiche e meccanismi della contemporaneità. Il suo è allora un percorso che parte dalla superficie – da un innesco e da premesse tipicamente da horror boschivo, permeabile al folk, o comunque ambientato nell’America profonda, se non da survival thriller ad alto tasso adrenalinico – per dirigersi e approdare altrove.

            Catturato lo spettatore quel tanto (o quel poco) che basta, Ullom imprime una sterzata a dir poco ammirevole, con la fermezza e la convinzione di chi sa esattamente dove intende condurlo. E cioè verso un flusso o un mo(vi)mento corale di (auto)coscienza, un monologo intimo a quattro voci. Oppure ancora, un character study via via più straniante e tendente al metafisico, il cui valore aggiunto e le cui sorti dipendono interamente dalla credibilità e dall'efficacia dei suoi altrettanto giovani interpreti (i volti, tutti interessantissimi e promettenti, di Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole). Sono loro dopotutto a essere chiamati - con il sostegno della scrittura e della messa in scena - a sopperire alle inevitabili ristrettezze di un budget irrisorio (poco più di 80mila dollari, perlopiù destinati alla post-produzione), a dare corpo e tenuta all'intero impianto soprannaturale e, soprattutto, a restituire la percezione lacerante del tempo che scorre, delle ore, dei giorni e dei mesi che portano con sé tutta una serie di mutamenti e trasformazioni interiori, insieme alla fatica, più psicologica e morale che propriamente fisica, del viaggio e dei chilometri che si accumulano inesorabilmente.

            La recensione di It Ends, il primo film da regista di Alexander Ullom su un gruppo di amici che imbocca una strada che prosegue all'infinito.

            Uno stillicidio il cui orizzonte ideale e concettuale è, alfine, quello di una seduta psicanalitica on the road. Una terapia di gruppo su ruote mediante cui Ullom compone il ritratto di una generazione – quella stessa Gen Z, che proprio in questi giorni sta cercando di imporre la propria voce sulla scena internazionale e di rimettere in carreggiata le proprie esistenze –, scomponendola nelle sue diverse anime ed esperienze.

            Di fronte all'imprevisto, all'assenza di coordinate o, più radicalmente, all'insussistenza di un margine di futuribilità, c'è allora chi reagisce trincerandosi dietro il cinismo, la disillusione, finanche l'apatia – e le sue manifestazioni social, dal cosiddetto brainrot ai meme, alle “milioni di stronzate” che affollano i feed e le gallerie dei nostri smartphone. C’è poi chi sembra invece aver introiettato fino in fondo l'imperativo contemporaneo della prestazione: la necessità di razionalizzare ogni cosa, di attribuire una direzione ad ogni gesto, di muoversi incessantemente in funzione di un obiettivo. Un'ossessione che finisce però per innescare un circolo (o un loop) vizioso, perché la meta, quanto più sembra avvicinarsi, tanto più si sottrae, sfuma, si ridefinisce o si rivela inevitabilmente deludente, allontanandoci proprio da ciò che dovrebbe avere più importanza.

            Parallelamente, affiora altresì il desiderio - forse ancora confuso e sfocato, ma non per questo meno tenace - di disertare quell'obbligo di avere una rotta, di sottrarsi alla tirannia di una direzione prestabilita e alla continua necessità di dover diventare qualcosa. Sono discorsi, questi, che avvicinano la vicenda dei nostri James, Day, Fisher e Tyler alle idee e alle intuizioni di Mark Fisher, in particolare a quelle raccolte nel breve saggio Realismo capitalista, in cui il filosofo britannico indagava l'incapacità del presente di concepire un futuro radicalmente diverso da sé, l'impossibilità – o quantomeno la crescente difficoltà – di immaginare alternative ad un sistema che ha finito per colonizzare desideri, aspirazioni, persino le forme attraverso cui pensiamo di poterci realizzare. Da cui, quella che egli definiva “impotenza riflessiva”: la consapevolezza che qualcosa non funzioni, senza tuttavia riuscire a intravedere la possibilità concreta di cambiarlo.

            Una condizione che It Ends intercetta e restituisce per mezzo dei codici di un horror generazionale, l'ennesimo (pur parziale) dopo i successi di Obsession e Backrooms, con cui condivide anzitutto l'importanza accordata agli spazi - specie se liminali. Il sentire di una generazione diventa così una questione (prima ancora che di quando, come o perché) di dove; un'angoscia esistenziale tradotta in assurda topografia, in claustrofobia sensoriale, in una geografia dell'alienazione. A questo impianto, sorretto nella fattispecie dalla scrittura e dalle prove attoriali, si somma poi la collaudata formula di un loop da scardinare, dell'ultimo modello di maledizione a cui trovare rimedio prima o, il più delle volte, dopo, quando ormai è giunta la fine. Che è sempre inevitabile e che ci riguarda anche se parrebbe trascendere la propria individualità.

            La recensione di It Ends, il primo film da regista di Alexander Ullom su un gruppo di amici che imbocca una strada che prosegue all'infinito.

            Ciò detto, se il viaggio dei protagonisti giunge immancabilmente al termine (l'unico possibile o quantomeno logico), la carriera di questo neocineasta - la cui voce e il cui sguardo, ora come ora, sono sospesi tra una promessa di grandezza e il rischio di un nulla di fatto - è appena cominciata. Ma per il momento facciamo i conti con quel che in fondo è It Ends: un debutto forse più stimolante sul piano intellettuale e teorico che memorabile sotto il profilo strettamente cinematografico, a tratti eccessivamente cervellotico ed elucubrativo, ma innervato da una materia dalle potenzialità pressoché illimitate. Qualcosa che, per assurdo, potrebbe essere il vero (e più riuscito) adattamento de La lunga marcia di Stephen King, o il critoprequel del più recente Passenger.

            Insomma, la strada davanti a Ullom è ancora tutta da inventare, ma già vastissimo è il territorio espressivo che, almeno sulla carta, potrebbe esplorare e dischiudere ai nostri occhi.

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