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            6 Novembre 2026
            La recensione di Se domani non torno, il film di Paola Randi che racconta il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin.
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            SE DOMANI NON TORNO ha tante buone intenzioni, ma poco cinema

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Se domani non torno
            USCITA ITALIA: 5 novembre 2026
            REGIA: Paola Randi
            SCENEGGIATURA: Paola Randi, Lisa Nur Sultan
            CON: Filippo Timi, Sabrina Martina, Tecla Bossi, Tommaso Allione
            GENERE: drammatico
            DURATA: 107 min

            VOTO: 5.5

            RECENSIONE:

            Una nebbia che non avvolge soltanto i luoghi, ma anche le coscienze, lo sguardo, la capacità di riconoscere la violenza nelle sue manifestazioni quotidiane. È da questa intuizione che Paola Randi muove Se domani non torno per raccontare il tragico femminicidio di Giulia Cecchettin, salvo poi smarrirne la complessità in uno sviluppo sempre più didascalico e scolastico.

            La nebbia. Sono avvolti da una coltre fitta e impenetrabile, irreale (o forse iperreale) i luoghi, le strade e le campagne attorno a Vigonovo, piccolo comune di neppure diecimila abitanti nell’area metropolitana di Venezia, al confine con la provincia di Padova. È qui che Gino Cecchettin, ingegnere informatico, conduce un’esistenza tutto sommato ordinaria, fatta di consuetudini e ritmi regolari, almeno fino a quando la lunga malattia e la morte dell’amatissima moglie Monica non lo costringono a fare i conti con una nuova condizione: quella di padre vedovo, rimasto solo ad occuparsi di tre figli, Elena, Giulia e Davide.

            Trascorso poco più di un anno dal triste evento, egli pare aver ritrovato un barlume di serenità, una forma - per quanto precaria - di rinnovato equilibrio familiare. Si alza presto la mattina, prepara la colazione per “il piccolo”, Davide, che deve prendere l’autobus per andare a scuola. Poi via al lavoro, dove si getta a capofitto nelle proprie mansioni fino all’ora di pranzo. È allora che torna a casa, per far trovare qualcosa di pronto a Giulia e allo stesso Davide al loro rientro – non a Elena, che si trova all’estero per studiare. Nel pomeriggio si concede qualche ora per sé, frequentando il corso di tango al quale si era iscritto insieme a Monica. Un pensiero sempre fisso che, al termine della lezione, lo accompagna fino al cimitero, di fronte alla sua tomba, per un saluto veloce e qualche fugace. confidenza a bassa voce. Perché è già tempo di rincasare, per la cena e il consueto ozio serale in compagnia di un libro o di un programma televisivo.

            Quel sabato però, l'11 novembre del 2023, tutto sembra avere un sapore diverso: di gioia ritrovata, d’orgoglio, di festa. Tra meno di una settimana, infatti, “la Giulia” si laureerà in ingegneria biomedica (anche se il suo sogno rimane quello di diventare un’illustratrice di libri per bambini). Fervono i preparativi, il ritorno di Elena è atteso da un istante all’altro… Insomma, tutto sembra procedere per il meglio nella vita di Gino Cecchettin. Ma ecco la nebbia, la stessa che finirà per insediarne la mente, confonderne i pensieri e sbiadirne i ricordi, quando il giorno successivo (su raccomandazione della primogenita) si recherà al commissariato più vicino per denunciare la scomparsa proprio della sua Giulia. La sera precedente non ha fatto ritorno a casa dopo aver incontrato – all’insaputa di tutti, o quasi – l’ex fidanzato Filippo Turetta, dal quale sosteneva di essersi allontanata una volta per tutte, dopo una serie di comportamenti allarmanti.

            La recensione di Se domani non torno, il film di Paola Randi che racconta il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin.

            Il resto, purtroppo, lo conosciamo: una vicenda che ha travalicato i confini della cronaca nera per imporsi al centro dell'immaginario collettivo come uno dei casi più dolorosi, significativi, sconvolgenti della storia italiana recente. O, meglo, come l’ennesima, tragica testimonianza di femminicidio, quando, il successivo 18 novembre, il corpo della ventiduenne viene ritrovato in un’area boschiva nel pordenonese. Il responsabile - neanche a dirlo - è il già menzionato Turetta, reo confesso dopo essere stato catturato in Germania al termine di una fuga disperata attraverso l’Europa e alfine condannato all’ergastolo.

            Ma ridurre tutto ad una sequenza di fatti, per quanto atroci, significherebbe trascurare la portata ben più ampia di una tragedia che, oltre a sconvolgere un paese intero, ha riportato con forza al centro della discussione pubblica il tema della violenza sistemica, patriarcale e di genere, di una cultura misogina del possesso, le dinamiche maschiliste di controllo e sopraffazione che possono annidarsi persino nelle pieghe della più ordinaria quotidianità. Complice in questo l’impegno, la lucidità e il coraggio nel “chiamare le cose col loro nome” da parte della sorella Elena e, di conseguenza, il tentativo da parte dello stesso Gino di trarre qualcosa di positivo, prezioso, fecondo. Un germoglio di speranza, un’opportunità di riflessione e consapevolezza, se non un principio di trasformazione. Da una parte, dando vita alla Fondazione Giulia Cecchettin con l’obiettivo di promuovere progetti di sensibilizzazione rivolti soprattutto alle nuove generazioni. Dall’altra, raccogliendo le proprie memorie e facendone materia di Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, il libro scritto insieme al romanziere e saggista Marco Franzoso.

            La recensione di Se domani non torno, il film di Paola Randi che racconta il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin.

            È proprio quest’ultimo a costituire il cuore e, al tempo stesso, la pietra angolare di Se domani non torno, il film che Paola Randi e la fidata sceneggiatrice Lisa Nur Sultan – penna ormai avvezza a confrontarsi con i casi più complessi di cronaca nera e con le parabole giudiziarie più intricate, da Sulla mia pelle alla serie Circeo, fino al più recente Zustissia – traggono e costruiscono su questa storia, sempre e comunque nel rispetto del suo spirito e della sua urgenza, dei suoi principi e delle sue scelte. A cominciare da quella, tutt’altro che secondaria, di non pronunciare mai il nome, né mostrare il volto di Turetta (al quale ci si riferisce semplicemente con “lui” o “vostro figlio” nel breve scambio telefonico che Gino ha coi suoi genitori).

            La ragione è tanto semplice quanto decisiva: allontanarsi quanto possibile da una ricostruzione puntuale, cronachistica o documentale degli avvenimenti, evitando che il racconto si esaurisca nella dinamica del delitto e nei suoi dettagli, con tutto ciò che questi possono comportare in termini di morbosità voyeuristica. Una sottrazione che risponde inoltre all’esigenza di ricondurre un episodio tanto tragico quanto, suo malgrado, cruciale e dirimente ad un discorso più ampio, capace di travalicare i confini della singola vicenda per interpellare una realtà, una dimensione condivisa e universale. Allo stesso tempo, s'intende restituire il centro della scena proprio a Giulia, alla sua memoria e alle esperienze individuali di chi l’ha conosciuta da vicino e le è stata accanto. A tutto ciò che la sua assenza continua a dirci e a ricordarci, e su cui non smette di interrogarci.

            Per farlo, Se domani non torno si concentra proprio su questa assenza (a tratti fantasmatica), su un senso di vuoto straziante, incolmabile, dapprincipio sinistro poiché già inscritto e prefigurato dalla messa in scena ben prima del fattaccio. Ma anche su una nebbia che assume un significato altro. Come se si estendesse anche alle coscienze, allo sguardo di una collettività che fatica a mettere a fuoco la realtà, a riconoscere i segnali, a distinguere ciò che troppo spesso viene confuso, minimizzato o persino tollerato. Una foschia culturale e morale, una zona d'ombra che ci induce a collocare la violenza fuori da noi, a considerarla un fenomeno estraneo, una manifestazione di inspiegabile follia, anziché riconoscerne le premesse sociali, l’essere il prodotto (o il “figlio sano”) "della società patriarcale e della cultura dello stupro". E che, come la nebbia, non nasconde necessariamente quel che è lontano, ma soprattutto ciò che è vicino. Ciò che abbiamo davanti agli occhi e che, nondimeno, continuiamo a non (voler) vedere. 

            La recensione di Se domani non torno, il film di Paola Randi che racconta il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin.

            Sono queste le principali e più riuscite intuizioni cui approda Randi, attorno alle quali si struttura la divisione netta in due metà di Se domani non torno, corrispondenti ad altrettanti punti di vista sui fatti. Ciò detto, se la prima - interamente incentrata sul dramma, sulla fatica e sul peso psicologico ed emotivo di un padre, sulla fragile sicurezza di una parvenza di normalità progressivamente incrinata dall'incertezza, dalla preoccupazione e da un terribile presentimento, restituiti con grande dignità da un Filippo Timi che, in punta di piedi, si fa interprete del travaglio e degli sforzi di Gino con una partecipazione autentica e profondamente viscerale, fino ad una sorta di immedesimazione totale, scevra da qualsiasi infingimento o compiacimento - dà infatti l'impressione di voler recuperare una sorta di nucleo essenziale della storia, prendere le distanze dal rumore di fondo e dal chiacchiericcio che l'hanno accompagnata; nel momento in cui il primo piano passa ad Elena, la pellicola incorre in una brusca inversione di rotta, smarrendo progressivamente la brillantezza delle intuizioni di partenza e ripiegando su esiti assai più convenzionali.

            La regia si fa allora più trattenuta e impersonale, lontana dalla libertà e forza espressiva che Randi aveva saputo dispiegare in Tito e gli alieni. Parimenti grossolano e artificioso diventa il copione, incapace, tra le altre cose, di ritrovare nella caratterizzazione della sorella quella naturalezza che aveva contraddistinto il personaggio del padre, penalizzando inderogabilmente la prova, pur partecipe e appassionata, dell'esordiente Tecla Bossi. Tant'è che, ad un certo punto, viene spontaneo chiedersi se la scelta di concentrare il racconto sulla famiglia e sulla dimensione più intima della tragedia risponda davvero ad una precisa intenzione o non finisca, piuttosto, per tradire un certo timore ad affrontare gli aspetti più scomodi e spigolosi del caso, insieme alle questioni che esso inevitabilmente ha sollevato (e che comunque vengono suggerite). E quindi: il suo riverbero sui social e le reazioni del panorama politico, senza dimenticare il ruolo profondamente ambivalente della stampa e dei media, contemporaneamente presenza vorace e indiscreta, pronta a divorare il dolore altrui e a trasformarlo in spettacolo, e strumento prezioso e imprescindibile di informazione, divulgazione e stimolo alla riflessione. Un elemento che, del resto, accomuna il film alla ben più riuscita e interessante Avetrana – Qui non è Hollywood, capace di evidenziare con maggiore incisività le responsabilità, le contraddizioni e le derive del racconto mediatico.

            La recensione di Se domani non torno, il film di Paola Randi che racconta il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin.

            Per contro, trovano largo (e fin troppo) spazio eccessi stilistici e di maniera: metafore visive plateali, espedienti narrativi abbastanza modesti, dialoghi disseminati di frasi fatte. Tutti elementi che trascinano la pellicola verso una sezione conclusiva in cui l’istanza narrante, quasi non confidasse nella forza intrinseca della vicenda e temesse che la sua urgenza non risultasse abbastanza evidente, sente il bisogno di ribadirla ad ogni occasione utile. Ne deriva un susseguirsi di formule retoriche, massime e considerazioni che sembrano prelevate direttamente dai volumi che vediamo Gino consultare, riversate nel flusso filmico senza una vera rielaborazione drammaturgica.

            Così, in un profluvio di dati e nozioni, accumulati senza un’effettiva organicità e gettati indiscriminatamente in pasto allo spettatore, Randi rimanda continuamente un epilogo rassicurante e luminoso, certo legittimo e sacrosanto per i protagonisti, assai meno per chi guarda. A cui resta soprattutto l’impressione di una programmatica lezioncina, un breviario femminista prêt-à-porter che, nel tentativo di rendere immediatamente e trasversalmente accessibile una materia assai più complessa e stratificata, finisce per ridurre la portata e l’importanza di quello stesso confronto che vorrebbe suscitare. E, con essa, il rammarico che tante buone intenzioni – affidate, da ultimo, al richiamo alla poesia dell’attivista Cristina Torres-Cáceres, presente fin dal titolo, e alle parole di Gino Cecchettin che anticipano i titoli di coda – abbiano dato luogo a così poco cinema. Ad un film tutt’al più scolastico, in ogni accezione e prospettiva del termine, che arriva a sovrapporre e confondere l’impegno civile e sociale con la pedagogia (ahinoi) più spicciola, svilente, paternalistica.

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