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            18 Febbraio 2026
            La recensione de La Gioia, il nuovo film di Nicolangelo Gelormini con Valeria Golino e Saul Nanni ispirato ad un vero caso di cronaca nera.
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            LA GIOIA si ferma ad un passo dall'abisso

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: La Gioia
            USCITA ITALIA: 12 febbraio 2026
            REGIA: Nicolangelo Gelormini
            SCENEGGIATURA: Benedetta Mori, Giuliano Scarpinato, Chiara Tripaldi
            CON: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betty Pedrazzi
            GENERE: drammatico, thriller
            DURATA: 108 min
            Presentato nella sezione Giornate degli Autori al Festival di Venezia 2025

            VOTO: 7-

            RECENSIONE:

            Ispirato al caso Rosboch, La Gioia rifiuta la scorciatoia del true crime per diventare un’opera di messa in scena e sottrazione. Nicolangelo Gelormini lavora su corpi, attori e immagini, sovverte le percezioni divistiche e costruisce un racconto di desiderio e dominio che affonda nel disagio senza cedere alla morbosità. Peccato che la scrittura non vada di pari passi, anzi fermandosi ad un passo dall'abisso.

            Ancor prima che dal caso di Gloria Rosboch — scomparsa nel gennaio 2016 e assassinata dopo essere stata raggirata e derubata di circa 187.000 euro dall’ex allievo, allora ventitreenne, Gabriele Defilippi, in concorso con l’ex amico e amante Roberto Obert e con la madre Caterina Abbattista — La Gioia, seconda regia nel lungometraggio di finzione per il napoletano Nicolangelo Gelormini, prende il via da un attento, accuratissimo e ispirato lavoro di casting, nel senso più letterale del termine — scelta e assegnazione di volti e corpi in funzione delle esigenze narrative, identitarie ed estetiche dei ruoli — cui è seguito evidentemente un parimenti sagace processo di ribaltamento e sovversione, di ridefinizione e ridisegno (tanto sul piano figurativo quanto su quello teorico) di percezioni, canoni e immagini divistiche.

            A recare in forma e maniera più rilevante i segni di tale, imprescindibile sforzo è senza ombra di dubbio Valeria Golino, simbolo incarnato, vivo, inequivocabile — da Puerto Escondido e Il capitale umano, alle regie di Miele e L'arte della gioia — di una femminilità inquieta, prorompente, libera, talora ferina; e che viceversa, di ritorno di fronte alla macchina da presa di Gelormini, decide di spogliarsi, disfare e disfarsi di ogni sovrastruttura e allure, rarefare il carisma, sottrarre energia, votarsi ad un minimalismo espressivo, per dar vita a tal Gioia Montefiori, alter ego fittizio (ça va sans dire) della stessa Rosboch.

            E quindi: una professoressa di scuola superiore colta e preparata, ma emotivamente indifesa, naïf, inesperta, forse mai davvero iniziata alla vita (bugiarda degli adulti). Una donna che è sempre “stata lenta”, confinata un microcosmo fatto di casa e lavoro, di genitori da accudire e di francese da insegnare. Un’esistenza, la sua, apparentemente ordinata, ma in realtà chiusa e protetta, come sospesa in una gabbia soffice e fanciullesca, edificata sull’iperprotezione, su un amore genitoriale totalizzante e su un senso di sicurezza che finisce per coincidere con l’esclusione del rischio, del desiderio — soprattutto quello sessuale — e di ogni forma di dolore o conflitto.

            La recensione de La Gioia, il nuovo film di Nicolangelo Gelormini con Valeria Golino e Saul Nanni ispirato ad un vero caso di cronaca nera.

            Su un versante opposto e speculare, ma fondata altresì su un rapporto disfunzionale coi legami primari — o viscerali, per dirla con Gioia — si staglia la figura di Alessio Benedetti, studente ripetente di quarta superiore dello stesso liceo della Montefiori, noto per comportamenti problematici, narcisistici, autodistruttivi, talora ai limiti dell’illecito. Potrebbe apparire arrogante, nichilista, insolente — e in parte lo è — ma tale postura non è che una delle molte maschere che produce, uno dei travestimenti che indossa in una recita continua, febbrile, necessaria.

            Il suo, infatti, è un bisogno spasmodico di piacere, di sedurre, di ottenere conferme: un’esibizione permanente che tenta di colmare una voragine interiore. Dietro un aspetto suadente, quasi angelico, e un’aria di continua sfida e provocazione, s'intravede una vita costruita su una vacuità e miseria affettiva e morale, su una ricerca febbrile di una dimensione autentica, di un barlume di verità su di sé. Una tensione che si rovescia in rabbia famelica, in impulso predatorio, in un parassitario bisogno di dominio. Non è forza, la sua, ma fragilità convertita in potere. Quello che esercita su Gioia nel momento in cui sottilmente penetra, s’insinua e assieme piomba violentemente nella sua quotidianità in cerca di qualcosa di non meglio precisato. Ripetizioni di francese, affetto, attenzioni, conforto, accettazione, sesso, soldi, futuro… probabilmente, un po’ di tutto questo.

            Ad ogni modo, i due iniziano a frequentarsi con crescente assiduità, fino a quando dentro di lei scatta qualcosa a lungo represso, (cattolicamente) castigato per anni: l’infatuazione, la passione, l’innamoramento. Con esse matura la decisione inconsulta, irrazionale, per certi versi folle, di prelevare fino all’ultimo centesimo investito in banca per assecondare l’improbabile fantasia del giovane. Un gesto che, inconsapevolmente, la conduce dritta verso il brutale, nerissimo (e risaputo) epilogo di questa spirale velenosa, che ha investito l’opinione pubblica, la stampa, i media, l’Italia intera, trasformandosi in uno dei casi più perturbanti degli ultimi anni. In true crime già raccontato, dissezionato, riletto da articoli, approfondimenti di vario tipo, libri, finanche da un’opera teatrale, Se non sporca il mio pavimento, scritta da Gioia Salvatori e Giuliano Scarpinato. La stessa che funge da fonte d'ispirazione e base drammaturgica della novella trasfigurazione di cui s'incarica Gelormini.

            L’intento di quest’ultimo è però quello di allontanarsi dalla cronaca e dalle sue inevitabili morbosità, servendosi proprio di un cast assemblato perfettamente — completato da un Saul Nanni in un ruolo di evidente maturazione, distante da quanto finora portato sullo schermo; un Francesco Colella mostruosamente convincente; una Jasmine Trinca livida e velenosissima — come principale strumento di scarto per consegnare questa storia, la sua tragica essenza e i suoi spettri in filigrana ad un cinema allo stato puro. Un cinema che, nel perlopiù inerte panorama italiano contemporaneo, non può che essere un’eccezione. Che non utilizza, come spesso accade, l’immagine quale mero veicolo funzionale al fluire narrativo, bensì quale dispositivo di condensazione semantica e sensoriale. Per rappresentare i significati latenti della vicenda e, soprattutto, per immergervi lo spettatore, instillando disagio, tensione, repulsione, inquietudine, angoscia.

            La recensione de La Gioia, il nuovo film di Nicolangelo Gelormini con Valeria Golino e Saul Nanni ispirato ad un vero caso di cronaca nera.

            In questa direzione si muove la regia quadrata e ponderata di Gelormini, adottando metafore, soluzioni, espedienti visivi — intime porte che si spalancano al soffio di un vento magico tanto quanto asfissiante, spericolati movimenti di macchina, crash zoom spiazzanti — potenzialmente percepibili come stonati o eccessivi, eppure funzionali a condurre chi guarda in un punto preciso (dell’anima). Parallelamente, ogni componente concorre alla costruzione di un’atmosfera estremamente suggestiva che flirta col neo noir e il genere horrorifico: la fotografia otturata e incalzante di Gianluca Palma, il montaggio affilatissimo di Chiara Vullo, il trucco di Marco Perna e Lorenzo Tamburini, le scenografie curate da Eugenia F. Di Napoli che restituiscono una Torino desertica e disumanizzata à la Deserto rosso e insieme aderente alla sua più mitica aura magica ed esoterica.

            Fondamentali inoltre le musiche, non solo in chiave di registro, accompagnamento e commento umorale del racconto ma nella loro funzione sintomatica e indiziaria, specie per quanto riguarda il repertorio anni ’80 con cui il cineasta inonda la pellicola. Dalla trasformista Modern Love di David Bowie alla martellante e tenebrosa Blue Monday dei New Order, per non parlare di Reality di Richard Sanderson da Il tempo delle mele: canzoni investite del cuore più fosco e disturbante di un copione scritto a più mani da Benedetta Mori, Giuliano Scarpinato, Chiara Tripaldi e lo stesso cineasta, il quale, tuttavia, non sempre riesce a mantenersi allo stesso livello d’ispirazione e incisività della messa in scena. Alla cui epidermica profondità, fatalmente, si arrende, sconfessando le premesse e le promesse di quel premio Solinas vinto e sfoggiato sui titoli di coda.

            Come la gioia prima dell'estasi, la pellicola si ferma così ad un passo dell’abisso: sfiora soltanto la possibilità di insinuarsi davvero sottopelle, di perorare fino alle estreme conseguenze la vertigine delle proprie immagini, ma non sempre trova il coraggio di scavare oltre. Pur tuttavia, questa esitazione non scongiura le prime, potentissime impressioni, né attenua la necessità, la vitalità, i buoni auspici di uno sguardo, quello di Nicolangelo Gelormini, che — in tandem con quello di Paolo Strippoli — merita di essere custodito gelosamente per liberare e (ri)sollevare, anche se solo per un istante, il cinema italiano dalla sua avvizzita, timorata, provinciale medietà.

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