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            20 Gennaio 2026
            La recensione di The Rip - Soldi sporchi, il film Netflix di Joe Carnahan con Matt Damon, Ben Affleck e Steven Yeun.
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            THE RIP, Good Boys for Life

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Rip
            USCITA ITALIA: 16 gennaio 2026
            USCITA USA: 16 gennaio 2026
            REGIA: Joe Carnahan
            SCENEGGIATURA: Joe Carnahan
            CON: Matt Damon, Ben Affleck, Steven Yeun, Teyana Taylor, Sasha Calle, Kyle Chandler
            GENERE: azione, poliziesco, drammatico, giallo, thriller
            DURATA: 115 min

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Pensato per le logiche e le soglie di attenzione del pubblico da piattaforma, The Rip di Joe Carnahan è un fosco eppure sgargiante poliziesco che cambia pelle e registro, passando dal realismo intimista à la True Detective al dramma da camera e all’action più scoperto, senza mai trovare il coraggio di spingersi davvero nelle sue zone più oscure e interessanti. 

            “Siamo noi i buoni?”. Per quanto un poliziotto nel e del 2025 (già 2026) può resistere alla tentazione di abusare del proprio potere? Sono queste due domande, affini se non addirittura speculari, a costituire la tenue, sottile traccia che accompagna la visione di The Rip, nuovo film direct-to-Netflix co-ideato, scritto e diretto da Joe Carnahan, qui parzialmente lontano dai territori selvaggi e brutali di The Grey con Liam Neeson, e invece pienamente rientrato in quelli di Narc, Smokin’ Aces e del più recente Copshop.

            Le stesse domande scortano, in modo invisibile ma insistente, l’operazione di sequestro dagli effetti (im)prevedibili e potenzialmente esplosivi nella quale si ritrova invischiata, suo malgrado(?), un’unità speciale della polizia di Miami, la Tactical Narcotics Team, sospettata di corruzione e complicità nel brutale omicidio del suo capitano, Jackie Velez, a cui è subentrato il tenente Dane Dumars insieme all’amico e sergente J.D. Byrne. Una soffiata anonima li porta infatti in una casa fatiscente dei sobborghi della città, abitata da una giovane ragazza di origini colombiane, alla ricerca di un’imprecisata somma di denaro illecito. Fatti entrare con riluttanza dall’inquilina, gli agenti perquisiscono le varie stanze e, con loro grande sorpresa, rinvengono dietro un muro di cartongesso in soffitta una decina di secchi contenenti ben 20 milioni di dollari del cartello.

            Una somma del genere può portare soltanto guai, specie se c’è la possibilità che uno o più membri del proprio team stiano facendo il proverbiale buon viso a cattivo gioco. Prende così forma una rete di sospetti e inganni, dilemmi morali e mezze verità che, col passare dei minuti, alzano progressivamente la tensione e la posta in gioco, mettendo a rischio finanche la loro stessa sopravvivenza a questa notte infinita di cui — è ovvio — non sono, non saranno e non potrebbero mai essere gli unici attori.

            Il suo ispirarsi ad una storia realmente accaduta (quella dello sceriffo della contea di Miami-Dade Chris Casiano, al quale la pellicola è dedicata) è la pennellata “d’autore” di The Rip; l’elemento che rimanda subito alla Artists Equity, la casa di produzione fondata dalla quarantennale coppia di amici e colleghi Matt Damon e Ben Affleck, impegnati qui anzitutto in veste di produttori e poi di principali interpreti.

            La recensione di The Rip - Soldi sporchi, il film Netflix di Joe Carnahan con Matt Damon, Ben Affleck e Steven Yeun.

            Ed è forse alla loro firma che si deve quel velato accenno di indagine e critica sociale (sullo stato odierno, deviato e malridotto della polizia statunitense, sul suo ruolo di “cuscinetto tra caos e società civile”, e sul suo rapporto col mondo là fuori) di un hard-boiled fosco eppure sgargiante. E quindi, su misura Netflix: congegnato per intrattenere, misurandosi con le nuove modalità di visione e le relative soglie di attenzione, e a tal fine cambiando ripetutamente pelle, forme, estetiche. Dalle corde chiaroscurali, intimiste e realistiche à la True Detective dell’inizio, si passa invero ad un dramma da camera serrato e paranoide (già praticato da Carnahan nei succitati Narc e Copshop) che trasforma una casa di periferia e la strada attigua in una terra di nessuno da riempire con chiaroscuri (fotografici e non), sguardi, gesti, maschere e identità pronte a crollare ed essere ridefinite; chiudendo su una versione più matura e raffinata ma non meno netta e testosteronica di Bad Boys.

            O, meglio, Good Boys, come sono e sempre saranno i nostri Damon e Affleck, il cui casting è, al contempo, mirabile intuizione e bomba ad orologeria ai fini e ai sensi dell’impianto tensivo “ad accumulo” della pellicola. L’idea è quella di un “diversivo” paratestuale orchestrato con precisione chirurgica; un’illusione narrativa fondamentale che si "poggia proprio sulla relazione nota (ed extradiegetica) tra le due star", sul loro stesso essere star del grande schermo, perché "Jason Bourne non può essere un cattivo. Batman non può essere un cattivo”. (Tale strategia si applica a cascata a quasi tutti gli altri membri del cast, da Steven Yeun - "il Glenn di The Walking Dead non può essere un cattivo” - a Kyle Chandler - “l'allenatore di Friday Night Lights non può essere un cattivo”.)

            Parallelamente, questo gioco postmoderno con la percezione divistica e spettatoriale — “con il modo in cui questi attori sono stati stabiliti come personaggi in altre opere e per ciò per cui sono conosciuti” — finisce però per sabotare e disinnescare ogni possibile margine di ambiguità e sorpresa, riducendo The Rip ad una thrill ride dal piacere fugace. Un esercizio svolto con rigore e sporadiche, momentanee (re)invenzioni da parte di un comparto tecnico-artistico solido ed efficiente, che tuttavia preferisce adagiarsi sulla confortante sicurezza delle convenzioni e dei luoghi comuni del genere, su una sintesi grossolana e sommaria del cinema dei “padri” (Huston, Siegel, Lumet, Pakula, Friedkin, Mamet, Mann e Ferrara), oltre che sul fascino, eufemisticamente hollywoodiano, di una “premiata ditta” che avrebbe forse dovuto sporcarsi un po’ di più le mani - e chissà cosa ne sarebbe uscito fuori!

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