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            9 Gennaio 2026
            La recensione di Song Sung Blue, il film di Craig Brewer tratto dalla storia vera di Lightning & Thunder, con Hugh Jackman e Kate Hudson.
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            SONG SUNG BLUE suona la melodia di un'altra America

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Song Sung Blue
            USCITA ITALIA: 8 gennaio 2026
            USCITA USA: 25 dicembre 2025
            REGIA: Craig Brewer
            SCENEGGIATURA: Craig Brewer
            CON: Hugh Jackman, Kate Hudson, Michael Imperioli, Fisher Stevens, Jim Belushi, Ella Anderson, King Princess
            GENERE: biografico, musicale, drammatico, sentimentale, drammatico
            DURATA: 132 min

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Dietro le luci modeste dei palchi di provincia e le melodie familiari di Neil Diamond, Song Sung Blue mette in scena un’umanità fragile, resistente e profondamente dignitosa. Craig Brewer costruisce un racconto di amore, musica e seconde possibilità che, tra cadute e risalite, prova a trasformare una storia minima in una parabola sull’(altra)America: quella che vive ai margini del sogno, ma continua ostinatamente a cantare.

            Da lontano, qualcuno potrebbe scambiarli per Paul Simon e Dolly Parton. E non sarebbe nemmeno del tutto fuori strada. Mike Sardina e Claire Stingl sono infatti due musicisti di Milwaukee, Wisconsin, specializzati in imitazioni di grandi leggende della musica statunitense e nelle cover dei loro tantissimi e amatissimi successi - che qualcun altro potrebbe invece definire “musica da vecchi”.

            Eppure, malgrado il loro talento, questo non è il loro principale impiego, né tantomeno la loro sola fonte di reddito. Anzi, il primo sbarca il lunario cambiando olio alle auto, mentre la seconda fa la parrucchiera: soluzioni di comodo, di ripiego per entrambi, che qualche sera a settimana e nei weekend si accontentano di esibirsi di fronte a qualche decina di persone nella speranza, un giorno, di sfondare e riuscire finalmente a vivere per il palcoscenico, per intrattenere gli altri. E a fare musica per vivere a loro volta - il che ormai, alla loro (mezza) età, significa anche e soprattutto rimettere insieme i pezzi e dare finalmente forma a quei progetti piccolo-borghesi di casa, famiglia e stabilità.

            Il loro primo incontro avviene tra luci e lustrini, ai piedi delle scale di un umile palchetto in una tipica fiera di paese. Tra il serio e il faceto, tra l’appassionato e il ridicolo, Mike si presenta con il suo nome d’arte: Lightning (Fulmine). Un alter ego quasi fumettistico, una maschera da scena dietro cui nascondere un’esistenza segnata da dolori e tribolazioni: un “crazy heart” sopravvissuto ai traumi del Vietnam e a un matrimonio fallito per sua stessa, ammessa, negligenza.

            Con Claire la scintilla scocca subito. Anche lei arriva da una relazione naufragata, logorata dalle continue svalutazioni dell’ex marito, dalla quale le restano due figli e una cautela che convive col desiderio di ricominciare. 

            La recensione di Song Sung Blue, il film di Craig Brewer tratto dalla storia vera di Lightning & Thunder, con Hugh Jackman e Kate Hudson.

            Anche se, quella sera, lui fugge, si defila in assoluta coerenza col proprio nome d’arte, già al secondo appuntamento all’uno e all’altra viene tanta voglia di parlare di futuro, di immaginare qualcosa assieme. Nasce così il duo (inseparabile per leggi naturali) Lightning & Thunder (Fulmine & Tuono), che passerà alla leggenda locale come la più grande tribute band di Neil Diamond, al di là dell’impersonificazione, della riproduzione, verso l’interpretazione di quella che potremmo facilmente e banalmente definire la melodia americana per eccellenza.

            È, in fondo, il compito di una certa tradizione del cinema hollywoodiano – prendere una storia particolare, minuscola, persino periferica, e farne parabola, metafora, trasfigurazione dello spirito di un’intera nazione – a rivivere in Song Sung Blue, il film che Craig Brewer (di ritorno e rivisitazione, dopo Il principe cerca figlio, degli accidentati territori di Hustle & Flow e Footloose) scrive e dirige a partire dalla storia vera di un amore straordinario già raccontata da Greg Kohs in un documentario omonimo, piccolo fenomeno del circuito indie. Una vicenda sospesa tra formula e verità, che ha per protagonisti due eroi tenaci, resilienti, coraggiosi e dignitosi della working-class e di una middle-America spesso trascurata, dei quali ripercorre la rapida e apparentemente inarrestabile scalata al successo, la vertiginosa caduta, e l’ultimo, strenuo tentativo di rivalsa.

            Insomma, il solito e consueto spartito dei parecchi biopic musicali che, a questo punto, abbiamo imparato a conoscere, così come delle altrettante, agrodolci commedie sentimentali entro i cui larghissimi e generici confini si insinuano accenni e barlumi di discorsi ormai canonici: l’eterno e ossimorico dualismo tra realtà e finzione, tra persona e personaggio; l’io dell’artista, frammentato, frastagliato, intrinsecamente contraddittorio; l’intreccio, il groviglio inestricabile fino al riflesso, sovrapposizione, contaminazione reciproca di vita e arte, il passare del tempo coi suoi segni e sintomi, la resistenza o, al contrario, la resa (per non disperdersi) alle dipendenze — tossiche e/o salvifiche.

            Il tutto, per fortuna, si accompagna ad una rappresentazione vivida, tutt’altro che formulaica o convenzionale, dei meccanismi organizzativi e creativi che sottendono il fare (e il vivere di) musica, così come di un micro- e, al tempo stesso, macro-mondo dello show business: eccentrico, stravagante, spesso improbabile, certo, ma pure solidale, accogliente, inclusivo, profondamente umano. Un’umanità il cui habitat spazia tra luna park, bar, pub, casinò, ristoranti thailandesi e piccoli teatri di provincia; sempre pronta a ravvivare il fuoco di una visione e di una speranza, sì, raggiungibili, ma mai davvero permanenti, complici le circostanze della vita con i suoi alti e bassi.

            Dentisti che diventano manager, autisti di autobus trasformati in promoter, parrucchieri nei panni di costumisti: come nella musica — perché Neil Diamond è molto più di Sweet Caroline e dei suoi “fa, fa, fa” — è nella pluralità, nella diversità, nel poliformismo, nella continua mutabilità che si nascondono la bellezza, il senso e l’unicità delle cose. Ed è proprio lì che batte il vero cuore della pellicola di Brewer.

            La recensione di Song Sung Blue, il film di Craig Brewer tratto dalla storia vera di Lightning & Thunder, con Hugh Jackman e Kate Hudson.

            Un’opera alla quale si possono legittimamente imputare svariati difetti e fragilità, fra cui una certa ruffianeria di base, un mestiere registico corretto ma sommariamente (ergo ad eccezione di una sequenza onirica e un fugace recupero del linguaggio e dell’estetica documentaristica) poco ispirato, e una messa in scena attraversata da un’atempora­le naïveté, quasi fosse l’impossibile imitazione passata di una tendenza presente, un paradossale rifugio nostalgico dalla nostalgia — che, si sa, continua a pagare. Senza poi contare l’uso fin troppo disinvolto, quando non apertamente facilone (qualcuno oserebbe dire manipolatorio), di espedienti e trucchi pensati per ricercare la catarsi e sollecitare una qualsiasi reazione forte dallo spettatore.

            Nondimeno, the show must go on, e Song Sung Blue riesce alfine a raggiungere lo spettatore con sincera autenticità, elevato — per principale, forse unico, merito — da un cast di comprimari a dir poco adorabile (Michael Imperioli, Ella Anderson, Fisher Stevens, Jim Belushi), sul quale svetta l’intenso e incantevole duetto di Hugh Jackman e Kate Hudson. I due profondono nei rispettivi personaggi un imprevisto sentire autobiografico, una letterale e (in)visibile elettricità, oltre ad un calore, una vulnerabilità e una complicità davvero eccezionali. Il primo - dimostrando ancora una volta di meritare a pieno il titolo di Greatest Showman - offre allora un’interpretazione accalorata e accorata, instancabile e tenerissima, di notevole statura sia drammatica sia intrattenitiva, per poi farsi, in definitiva, di lato. O, per essere più precisi, cassa di risonanza, amplificatore, seconda voce rispetto al magnetismo dolcemente commovente della co-protagonista, qui in una veste nuova, altra, alla sua grande prova di maturità.

            Insieme, loro e tutti gli altri suonano al meglio delle proprie possibilità, ciascuno col proprio strumento, a suo modo, questa semplice melodia che si accontenta di ambizioni parimenti semplici, che forse non è esattamente ciò “che la gente vuole”, ma che in fondo desidera solo farci sentire bene. E, per una volta, tanto basta.

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