
LA GRAZIA, la bellezza oltre ogni ragionevole dubbio
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La Grazia
USCITA ITALIA: 15 gennaio 2026
REGIA: Paolo Sorrentino
SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino
CON: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello
GENERE: drammatico
DURATA: 131 min
Coppa Volpi per il miglior attore al Festival di Venezia 2025
VOTO: 8
RECENSIONE:
Con La grazia, Sorrentino torna fra i corridoi del potere attraverso il character study del fittizio Presidente della Repubblica Mariano De Santis, diviso tra eutanasia, richieste di grazia e i fantasmi della propria vita privata. Un film sull’agonia delle nostre scelte, sulla memoria e sulla bellezza che resiste oltre ogni ragionevole dubbio.
L’articolo 87 della Costituzione italiana elenca i poteri del Presidente della Repubblica, “capo dello Stato” e rappresentante dell'unità nazionale. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo, promulga le leggi ed emana decreti e regolamenti. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene.
Una sola cosa è taciuta, non compare in questo articolo. Cioè che il Presidente (e il potere, va da sé) è tra noi, è uno di noi, non si riduce soltanto alla propria funzione di garante e rappresentante. E può non essere sempre una figura neutrale, impermeabile, inamovibile. È un uomo anche (e soprattutto) Mariano De Santis, il presidente (totalmente fittizio) protagonista de La grazia, l’undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino che apre ufficialmente l’82ª edizione della Mostra del cinema di Venezia. Cattolico, democristiano, giurista luminare e rispettatissimo, autore di un testo fluviale, fondamentale e - per molti laureandi - davvero insormontabile, come “insormontabile”, del resto, è la “scalata” della legge. Non solo, Mariano è stato pure il marito devoto e afflitto della compianta Aurora, ed è inoltre il padre di due figli: un maschio (compositore) che conosce poco e nulla, e una femmina, Dorotea, anch’ella esperta di diritto che sembra aver plasmato e inteso come sua successora ideale, senza mai davvero (ri)conoscerla. Da quando Mariano ha accettato la carica di capo dello stato, è sempre al suo fianco notte e giorno per consigliarlo, curarlo, sostenerlo e adempiere a tutti quei compiti che lui non ha intenzione (o forse coraggio) di svolgere. Difatti, se c’è una cosa che contraddistingue l’uomo - e, di conseguenza, il presidente De Santis -, è il suo atteggiamento remissivo, inerte, conservativo, quando non tradizionalista. Un’inclinazione all’equilibrio, al compromesso, o ancora un immobilismo che gli hanno garantito il soprannome di “Cemento armato”, e che riecheggiano e riflettono i tratti del nostro paese, più che del suo, vicino ad un miraggio progressista.
Sembrerebbe anzi giunto il momento di varare un disegno di legge sull’eutanasia, che attende soltanto la sua firma, accanto a due spinose e delicatissime richieste di grazia: gli ultimi, gravosi compiti prima della conclusione del mandato. Ma proprio qui Mariano si scopre esitante: il peso della scelta lo turba, lo fa vacillare, trasformando l’atto politico in un tormento personale. Di fronte a lui, si spalancano dilemmi che sono anzitutto morali, e poi politici e sociali, e che presto si intrecceranno, in modo quasi inestricabile, con la sua vita privata e con le sue fragilità più intime. Con altri dubbi, esistenziali e relazionali, che lo indurranno a rivalutare chi è e tutto ciò che ha fatto. Ed eventualmente ciò che farà. Firmare o lasciare l’incombenza al presidente venturo? Vale a dire: vivere nel passato o conoscere un futuro possibile? Ricordare (e quindi ripiegare nel peso del proprio vissuto, del proprio lutto, di una qualche forma di scopo insoddisfatto), oppure cominciare a prendere ciò che viene con leggerezza?
Nella forma di un character-study sciolto che vuol dare l’impressione di essere strabordante, bigger-than-life (finanche più vero del vero, e dunque irrimediabilmente falso, come dimostrano i finti cartelli a mò di biopic prima dei titoli di coda), La grazia parte da una “minima grandezza” per approdare ad un “grande minimalismo”. Parla dell’agonia, del tormento delle nostre ossessioni, inscindibili da quello che crediamo essere libero arbitrio; dalle scelte, prese e non prese. Ed era forse dai tempi de Il divo, che Sorrentino - qui per l’appunto di ritorno nei corridoi del potere dopo la supposta duologia napoletana di È stata la mano di Dio e Parthenope (da cui mutua l’equipe produttiva)- non aveva per le mani una sceneggiatura così dentro al tempo, potenzialmente foriera di riflessioni, capace di intrecciare l’intimità di un destino individuale con le incongruenze più profonde della storia e della politica italiana. Finita la ricerca di madeleine giovanili e nostalgiche, il regista costruisce altresì un film a immagine e somiglianza del suo protagonista, che si muove in equilibrio tra dramma e farsa, tra gravità e leggerezza.
A volte, nondimeno, lascia che la bilancia penda troppo verso la seconda. Ecco quindi che l’intuizione si stempera in superficialità, in eccessi simbolici e didascalici, in scelte affrettate, poco incisive o completamente fortuite, in ripetizioni e reiterazioni di concetto e situazioni che sospingono il film oltre la soglia delle due ore, quasi ci fosse il bisogno di dimostrare qualcosa che, a dirla tutta, è evidente dopo poco. Non mancano inoltre i consueti “sorrentinismi”, anche se stavolta appaiono meno granitici e inoppugnabili del solito, e proprio per questo più vicini e confidenziali.
Ha tutto il sapore di un’ennesima “nuova giovinezza” per il regista (dopo quell’Amarcord personale con cui, proprio a Venezia, conquistò il Leone d’argento), ma stavolta filtrata attraverso la maturità del tempo trascorso e delle storie già raccontate. In tal senso, La grazia è anche un’opera sulla memoria, in senso peraltro (o come solito) autoriflessivo e metatestuale, col ricordo gentile del lungo sodalizio con Toni Servillo da sempre incarnazione-funzione del potere, approdato già “vecchio” al cinema, e per questo naturalmente aderente al versante più politico del cinema di Sorrentino e al suo sguardo antropologico, insieme mistico e mistificato.
Non dimenticare le conseguenze dell’amore. Sia esso alibi della morte o celebrazione della vita, in fondo, il monito è sempre quello, seppur riformulato, trasfigurato, fedele a nuovi principi. Anche se non è più tempo di passioni, ma di grazia. Quella bellezza che esiste (e resiste) oltre e aldilà di ogni ragionevole dubbio.
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