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            5 Novembre 2024
            Parthenope Paolo Sorrentino Recensione Film Cinemando
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            PARTHENOPE e l'antropologia mi(s)tica di Paolo Sorrentino

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Parthenope
            USCITA ITALIA: 24 ottobre 2024
            REGIA: Paolo Sorrentino
            SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino
            CON: Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Silvio Orlando, Gary Oldman, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, Dario Aita
            GENERE: drammatico, commedia, grottesco, sentimentale
            DURATA: 136 min
            Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Paolo Sorrentino non si sposta di un millimetro dalla Napoli inconfondibile del suo capolavoro È stato la mano di Dio per raccontare il coming-of-age della sua prima protagonista femminile. Questo perché la storia di Part(h)enope è la storia di Napoli. Il sangue (e la carne, con esso) del suo speculare predecessore si liquefà e astrae, l’invisibile diventa visibile, l’immateriale sensibile, e la pellicola diventa così il tentativo dell'autore premio Oscar di interrogare (invano) la sua città natale. Il suo miracolo e inganno sono infatti qualcosa di indicibile, che supera aforismi e immagini, ma che si può forse scorgere nella bellezza dirompente e nell'ambiguità espressiva di Celeste Dalla Porta.

            “Napule è mille culure / Napule è mille paure / Napule è a voce de' criature” cantava Pino Daniele nel finale di È stata la mano di Dio, quello che, ad avviso di chi scrive, è il vero, grande capolavoro di Paolo Sorrentino sin dai tempi de L’uomo in più, non solo perché coacervo congeniale, sostanziale della cifra stilistica e dei discorsi espressivi del cineasta, ma anche e soprattutto poiché più intimo, sentito, necessario, elegiaco e profondo fra i suoi racconti. Un romanzo di formazione tinto della (solita, eppure mai così cristallina e limpida) malinconia agrodolce, disarmante, prevista e ricercata da gran parte della filmografia sorrentiniana, che ci auguravamo potesse aprire un nuovo itinerario, una soglia altra per il cinema dell’autore premio Oscar.

            E invece, Sorrentino a suo modo ci stupisce. O forse, come lasciava forse intuire Daniele e confermano le parole di Cocciante, “era già tutto previsto” che il lavoro successivo a quel suo Amarcord (misto a I vitelloni, per la precisione) sarebbe stato Parthenope: il suo Roma a Napoli. Se infatti lo sguardo sul mondo appare cambiato, quando non stravolto - per la prima volta, all’insegna del femminile -, il proscenio è sempre il medesimo. Non ci si sposta di un millimetro da quella Napoli inconfondibile, tra mare, parenti, amici, scherzi, scoperta di sé stessi, del proprio corpo e dell’amore (per le donne? per gli uomini? per la nostra natura?). Quella lì, coi suoi scorci, le sue strade, il suo tacito equilibrio tra bene e male, le sue superstizioni, la sua luce e la sua oscurità, la sua levità e gravità, le opportunità che essa offre e la stramba fauna umana che ospita, per non parlare delle sue presenze spettrali.

            Anzi, il capoluogo campano brama ancor di più un ruolo da protagonista in questo logico e speculare ma imprevisto approfondimento e rielaborazione di un grande successo. E di un ennesimo lutto, che è sì la morte di un familiare (nel caso di Fabietto, alter-ego sorrentiniano, dei genitori), ma è pure la coincidente perdita dell’innocenza, dell’illusione della spensieratezza, di quella leggerezza come forma di piacere puro, di godimento libero, finanche - per dirlo con Youth - come freudiana perversione.

            Parthenope Paolo Sorrentino Recensione Film Cinemando

            Se in È stata la mano di Dio si lavorava allora su un piano più fisico e(rgo) biografico: il regista si riconnetteva, cercava di ritrovare, fare e dare pace al suo fanciullino interiore, si rivedeva e faceva bambino e viceversa; ebbene, in Parthenope il sangue (e la carne, con esso) si liquefà e astrae, l’invisibile diventa visibile, l’immateriale sensibile. Napoli assume fattezze antropomorfe, si fa donna. E la lingua parlata è quella del trascendentale, del celeste. O, per meglio dire, della celestiale e irrefrenabile espressività di Celeste Dalla Porta.

            Battute a parte, (non ce ne voglia la “futura” Stefania Sandrelli, ma) questa giovanissima esordiente è il dono più gradito della pellicola, quasi (!) al pari di quel che fu il “colpo di fulmine” Filippo Scotti. Riflesso sorrentiniano al femminile nello sguardo malinconico e pungente, in un fascino insieme candido e sfacciato: Dalla Porta da sola fa e vale il film. Del resto è Part(h)enope. E Partenope è Napoli. E Napoli è, di nuovo, tutto.

            Testimone degli eventi, delle avventure, delle esperienze e delle scene in cui si articola il coming-of-age della secondogenita di una famiglia napoletana benestante, la cui vita (sua e dei genitori) viene travolta dal suicidio del primogenito Raimondo durante una trasferta a Capri. Evento, del quale la ragazza viene fin da subito ritenuta responsabile, visto il particolare attaccamento col fratello e la sua (di lui) gelosia quasi ossessiva.

            Ciò detto, tutti questi frammenti di vita, dal più al meno rilevante, uniti alle conversazioni ricche del (sempre) riconoscibilissimo “aforismare” e “sentenziare” sorrentiniano, alle traiettorie dello sguardo e alle geometrie del desiderio, agli incontri con scrittori decadenti e angosciati, camorristi luciferini e pseudo-esoterici, star del cinema eccentricamente tristi, professori amorevoli e dal vivere desolante, misogini uomini di potere, cardinali “farabutti”... ecco, sono solo onde che si infrangono sugli scogli o asciugano sulla battigia del tempo. Effimere, transitorie, semplicemente svaniscono, vengono divorate da Napoli, sedotte e sedate da Partenope, la cui dirompente bellezza è l’unica cosa certa, definita; l’indispensabile àncora a cui tenersi ben saldi in questa immersione in profondità, ma anche la sirena del mito, che ci distrae, riportandoci sempre in superficie a fior d’acqua (e di pelle); alla mera e conturbante sensualità del mistero ermetico, cangiante, indicibile e impalpabile (se non per interposta persona), dell’incantesimo beffardo che è questa città “dove c’è posto per tutto”. Che è questa cultura di verità tragica e resistenza farsesca e ironica. E, con loro, un'umanità fatta “di acqua e sale”, determinata e svogliata, mesta e frivola, trasandata, furba, folcloristica, che trascorre il proprio tempo risuonando di un dolore atavico e radicato.

            Parthenope Paolo Sorrentino Recensione Film Cinemando

            Favorito e assistito, come già nel precedente lavoro, dalla direttrice della fotografia Daria D’Antonio - e dal suo approccio più rigoroso, lineare, terreno (come il tempo, del resto) e paradossalmente meno virtuoso e volatile rispetto a quello del sodale Luca Bigazzi -, il regista premio Oscar rende ancor più inafferrabile la sua protagonista (e la città natale di cui ella è transustanziazione), laddove indecifrabile rimane fino all’ultimo la sua (e la loro) ambiguità. Un po’ come se (ci volesse far credere che) avesse scoperto la propria libertà e volontà, e scelto di vivere a prescindere dal copione e dalle immagini; di non essere (o dover per forza) rimanere l’artificio di un autore.

            Ad ogni modo, quest’ultimo ne diventa parimenti incantato. Cerca di farle le domande giuste, consapevole di poter ottenere, e poter dare di conseguenza, pochissime risposte (“come la vita”, direbbe). La sublima a tesoro più sacro (e quindi umano) di ognuno dei suoi reliquiari profani, amati e detestati, a fulcro d’attrazione di un sistema geocentrico che si disvela nella vertiginosa brevità dell’essere giovani, quando ancora si può avere l’ardire di "sapere tutto".

            O ancora, ad epicentro di un vorticoso studio antropologico; un’antropologia mi(s)tica. A protagonista di una “biografia epica” sullo scorrere del tempo, sulla “grandezza della lunghezza della vita”. E infine, a simbolo, emblema, paladina, (post-)musa di un cinema indefinibile, evocativo, impressionista e fieramente “inattuale”.

            Uno che parla di tempo per sottrarsene, grazie al mitico e al mistico. Ai caratteri di produzioni idealmente lontanissime come le screwball comedies di Billy Wilder (non solo citato, ma ripreso nell’immancabile "risposta pronta"), combinati con piglio postmoderno ad un denso mare di riferimenti alla napoletanità, dalla leggenda alla prosa di Anna Maria Ortese. Che un Sorrentino - forse più mondano e mendace, interessante che non emozionante rispetto a quello di È stata la mano di Dio - sembra (ri)animare nelle immagini di una donna, di una città "eccezionale”, dove - scriveva l'autrice ne L’Infanta sepolta - “tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, [...] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva [...] una impressione stranissima, come di una orchestra i cui strumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione”.

            Poi, se Parthenope sia un miracolo o un inganno, ecco, questo sta a ognuno di noi deciderlo.

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