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            7 Gennaio 2026
            La recensione di Una di famiglia, il nuovo film di Paul Feig con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried tratto dal libro di Freida McFadden.
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            UNA DI FAMIGLIA, un altro piccolo favore... al guilty pleasure 

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Housemaid
            USCITA ITALIA: 1° gennaio 2026
            USCITA USA: 19 dicembre 2025
            REGIA: Paul Feig
            SCENEGGIATURA: Rebecca Sonnenshine
            CON: Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, Brandon Sklenar, Michele Morrone, Elizabeth Perkins
            GENERE: thriller, commedia, sentimentale, drammatico, horror
            DURATA: 131 min

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Film delle superfici, della patina, delle maschere (ancor prima che adattamento dell'omonimo best-seller di Freida McFadden), Una di famiglia di Paul Feig mette in scena il privilegio come spettacolo e come inganno. Ma nel passaggio dall’ambiguità alla rivelazione, il cinema del regista di Un piccolo favore entra in attrito con un materiale sempre più orientato allo shock, sacrificando la tensione in favore della spiegazione.

            La perfezione non esiste. Non tutto è come sembra. L’apparenza inganna. Mai giudicare un libro dalla copertina. Sono proverbi, questi, che abbiamo sentito e pronunciato così tante volte da averli ormai svuotati di significato; ridotti a formule cristallizzate, semplici convenzioni linguistiche, prive del loro originario impatto. Lo stesso destino, purtroppo, tocca spesso anche alle storie — o, più in generale, alle parabole — che questi detti intendono trasfigurarli. O, nel nostro caso, renderli materia filmica, metterli in scena.

            L’ultima di questa lunghissima serie di pellicole dalla natura doppia, ambigua - il più delle volte speculare a quella dei loro personaggi - è Una di famiglia, adattamento dell’omonimo best-seller [il primo, a dire il vero, di una trilogia parimenti fortunata] nato dalla penna di (una qui produttrice) Freida McFadden. Una storia, quella di Millie Calloway, che inizia in un modo alquanto tipico e ben codificato, per poi precipitare — forse ancor più proverbialmente — in un territorio in cui la promessa di ambiguità si risolve più in un automatismo che in una reale messa in discussione di suddette apparenze.

            Tutto ha inizio, per la precisione, quando la nostra - reduce da dieci anni di detenzione e ora in libertà vigilata per un fattaccio risalente alla propria adolescenza - viene assunta come governante dalla privilegiata(!), elegante, facoltosa, newyorchese famiglia Winchester. In un primo momento, ogni aspetto di questo impiego sembra esserle fortunosamente e piacevolmente congeniale. Ma il sogno ad occhi aperti è solo un idillio momentaneo, perché ben presto Millie comincerà a notare particolari e ad assistere in prima persona a comportamenti sempre più strani e inquietanti, specie per quel che riguarda la datrice di lavoro, Nina, donna fragile e imprevedibile, apparentemente afflitta da disturbi della personalità, amnesie e deliri paranoidi. Per fortuna, a controbilanciare tale instabilità c’è il marito Andrew: bello, impeccabile, rassicurante, perfetta incarnazione del “principe azzurro” nel travestimento di un brillante e milionario imprenditore a capo dell’azienda di famiglia.

            Sempre più attratta e ossessionata dalle dinamiche sotterranee che regolano la vita dei Winchester, Millie finirà per trasformarsi — a sua insaputa — nel tassello mancante di un gioco fatto di segreti, seduzione, scandali, dal quale nessuno uscirà illeso…

            La recensione di Una di famiglia, il nuovo film di Paul Feig con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried tratto dal libro di Freida McFadden.

            Come forse avrete già intuito, Una di famiglia (fin dalla controparte letteraria) è quel che comunemente s’intende per thriller: un racconto del tutto votato all’effetto shock, a quelli che gli angloamericani chiamano “twist and turns”, ma anzitutto imperniato attorno ad una manomissione e strumentalizzazione della percezione e al sovvertimento delle aspettative del lettore o dello spettatore. Ecco perché non ci addentreremo più di così nei dettagli della trama rimaneggiata dalla sceneggiatrice Rebecca Sonnenshine, bensì su cosa i suoi risvolti implichino nell’economia complessiva e su come siano portati sul grande schermo. 

            Ed è qui che entra in scena Paul Feig, tra i registi più eclettici ed elusivi del panorama mainstream hollywoodiano, specializzato nel raccontare maschere sociali, rapporti di potere, stereotipi di genere e, soprattutto, la superficie delle cose. Difatti, non distrugge mai davvero ciò che osserva, bensì lo incrina attraverso generi, tonalità ed estetiche molto diverse,  mostrando il sistema nelle sue crepe e nei suoi scricchiolii, ora con ironia, ora con sferzante cinismo. Il suo intrattenimento, elegante e raffinato, sa però accogliere anche registri bassi e sguaiati — farsa, melò da soap-opera, trash e kitsch — con un’impronta distintamente femminile e femminista, quasi fosse il figlio di un Cukor minore, sull’onda, quando non in anticipo sul #MeToo, dai tempi di Le amiche della sposa fino a Un piccolo favore.

            Proprio lì, a quell’idea di svagata comedy thriller, si ritorna immancabilmente con Una di famiglia, per cui il nostro e il suo touch sono indubbiamente una scelta di comodo, anche se meglio indicati per la sua prima metà (e personalità). E cioè quando vuol essere una specie di pacchiano Adrian Lyne (con le sue attrazioni fatali e proposte indecenti) rivisto(si) nell’Hitchcock di Rebecca, Il sospetto, L'ombra del dubbio, financo Psycho, ma al passo della Sam Taylor-Johnson di Cinquanta sfumature di grigio oppure della Susanne Bier di The Undoing e The Perfect Couple. Quando, in altre parole, si nutre di una suspense poggiata sull’equilibrio instabile tra leggerezza e disagio, su un perturbante insito nei dettagli e nelle scelte cromatiche condivise da scenografia, trucco, parrucco e fotografia. E ancora, di un gioco delle apparenze intatto, di un ménage à trois dalle spinte erotiche dipeso da una riduzione paradossale e ossimorica dei suoi tre attori principali (ergo una Sydney Sweeney sempre iperfisica, sensuale, maggiorata, cerbiattesca, in zona The Voyeurs, contraltare di una spigolosa, vitrea, diafana Amanda Seyfried, completate da un Brandon Sklenar “pompato all’osso") a mere forme e corpi emblematici.

            Neanche a dirlo, i problemi si fanno strada nell’istante in cui la pellicola è chiamata a spingere oltre la propria premessa, a trasformare l’incrinatura in frattura, abbracciando peraltro - alla stregua di un cautionary tale per bambine cresciute - una dimensione fiabesca (tra “tossici incantesimi di merda” e Barbablù del nuovo millennio) e assieme simbolica e metaforica mentre si riferisce ad una condizione e ad un quadro universali. 

            La recensione di Una di famiglia, il nuovo film di Paul Feig con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried tratto dal libro di Freida McFadden.

            Partendo dalle oppressioni di un maschile patriarcale e fallocentrico dal quale svincolarsi o contro cui ribellarsi e reagire — magari, simbolicamente, evirandolo — Una di famiglia avanza così un discorso ben più ampio e unanime sul culto dell’apparenza e della perfezione, fino a interrogarsi sulle perverse allucinazioni collettive del nostro tempo, che a volte “possono sembrare reali”.

            Ne deriva, in sostanza, uno scollamento parziale tra l’indole di Feig e il materiale a propria disposizione: il primo incline alla sospensione ironica e alla coabitazione dei contrari, il secondo sempre più orientato verso l’effetto, la sorpresa, la rivelazione, l’esegesi. Laddove allora Un piccolo favore riusciva a mantenere fino in fondo l’ambiguità come valore, qui la narrazione tende progressivamente a irrigidirsi, a optare per soluzioni più nette, esplicative. Il registro si fa più assertivo, la finzione delle maschere si tramuta in un meccanismo di smascheramento programmatico, e la superficie stessa — anziché restare spazio di tensione — diventa mero involucro da strappare avidamente, salvo alfine accorgersi di avere tra le mani qualcosa di effimero e ben poco speciale.

            Uno strano ibrido (dicasi guilty pleasure?) al contempo assurdo, iperbolico e totalmente insapore, già lanciato verso possibilità di franchise dalle basi pure intriganti, ma su cui - visto l’altro piccolo favore - c’è ben poco di che sperare.

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