
Perché THE PERFECT COUPLE è il perfetto guilty pleasure
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Perfect Couple
USCITA ITA: 5 settembre 2024
USCITA USA: 5 settembre 2024
REGIA: Susanne Bier
SCENEGGIATURA: Jenna Lamia, Bryan M. Holdman, Leila Cohan, Courtney Grace, Evelyn Yves, Alex Berger
CON: Nicole Kidman, Liev Schreiber, Eve Hewson, Dakota Fanning, Isabelle Adjani
GENERE: thriller, drammatico, giallo
N. EPISODI: 6
DURATA MEDIA: 42-63 min
DISPONIBILE SU: Netflix
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Dimenticatevi la caccia al colpevole, il peregrinare giallo, il mistero, ma non una sempre più "plastica" Nicole Kidman: quel su cui (volontariamente o meno) pone l'attenzione The Perfect Couple sono i suoi stessi bioritmi algoritmici, quelli che regolano la maggioranza dei prodotti Netflix. La meccanica algebrica che ne detta il passo. Così come il suo rapporto con le ultime derive della fruizione e, quindi, con la presente ontologia del nostro guardare (ed essere guardati, ergo profilati).
The Perfect Couple è il perfetto guilty pleasure. Ebbene sì, e ad accertarlo è la probabile celerità con cui avrete divorato o divorerete le sei puntate che l’ideatrice e sceneggiatrice Jenna Lamia trae dall’omonimo romanzo di Elin Hilderbrand.
Purtroppo o per fortuna, questo merito non è però da ascrivere a chissà quale brillantezza e intuizione della scrittura della showrunner, né ad un’autorialità (invero ultimamente spezzata) alla base dello sforzo registico della danese Susanne Bier (vincitrice nel lontano 2011 dell’Oscar per In un mondo migliore, ma anche firmataria del più recente Bird Box), né tantomeno alla singolarità della controparte cartacea. Che anzi affonda le mani nella lunga tradizione dei whodunit - da Agatha Christie a seguire - ponendo al centro della sua narrazione le finzioni, i segreti, le bugie, i proverbiali scheletri nell’armadio di una coppia apparentemente perfetta, per l’appunto, che finisce nell’occhio del ciclone insieme a tutto il suo clan, ai suoi parenti serpenti (tra figli, nuore e appendici varie), sulla scia di un misterioso omicidio che ne incrinerà prevedibilmente quell’invidiabile immagine di eleganza, ricchezza, splendore “parte della vostra mitologia”.
No, semmai The Perfect Couple è la riconferma di una formula, quella sì, davvero perfetta nelle sue mansioni. Della formula magica, e parimenti segreta, che Netflix adotta per coinvolgere, intrattenere, sostenere e sostentare i propri spettatori, pure nella visione di prodotti non propriamente acuti. Come direbbero loro, è la nuova, popolare (e popolana) arte dell’engagement - dal verbo to engage, che curiosamente può fare anche al caso nostro, giacché declinabile anche nel contesto delle relazioni amorose, di situazioni sentimentali idilliache come quella di cui sono protagonisti i belli, irraggiungibili e parimenti imprendibili Greer e Tag Winbury. Una ricetta, il cui funzionamento vero e proprio, per natura, ci è del tutto ignoto, eccezion fatta per un'evidente sostanza algoritmica, alla quale, tra le altre cose, va ricondotto il primato della casa di Los Gatos nel terreno del crime (true o meno).
Ciò detto, il meccanismo netflixiano va ben oltre il genere, il tono, l’atmosfera, l’argomento estetico e tematico, al di là delle relative e rispettive combinazioni, mescolanze e remixing, estendendosi, permeando, prevedendo e decidendo anche la più minima variabile o particella del prodotto finito. Alla stregua di uno spirito (benigno? demoniaco?) nato solo per impossessarsi di ogni suo eventuale prolungamento.

Perciò dimenticatevi (noi l’abbiamo già fatto, ndr) l’intreccio thriller, il mystery, il peregrinare giallo di sospettati e colpevoli. Perché quel che - volontariamente o meno - The Perfect Couple racconta fin dal titolo clickbait, servendosi della pretestuosa caricatura dai risvolti grotteschi di una “classica tragedia americana”; e che nasconde nella patinatissima filigrana di un racconto dove la detection è proporzionata e proporzionale al gusto soap-operistico dei piccoli problemi di cuore (da bianchi privilegiati), sono i suoi stessi bioritmi industriali, la meccanica algebrica che ne detta il passo. Così come il suo rapporto con lo spettatore, con le ultime derive della fruizione e, quindi, con la presente ontologia del nostro guardare (ed essere guardati, ergo profilati, a nostra volta).
Di conseguenza, pressoché ogni tentativo di Lamia & co. di darsi come qualcosa di più di tutto questo, di puntare verso altri lidi metatestuali; fallisce, o tutt'al più si riduce alla giustapposizione cacofonica tra il tema criminoso e idealmente dark, e la carnevalesca sigla a prova di scult - sulle note pop, guarda caso, di Criminals di Meghan Trainor -, appositamente preconfezionata dal nostro algoritmo (da chi o cosa altrimenti?) per una diffusione virale.
Constatata allora la totale artificialità dell’operazione, ecco sovvertiti anche gli equilibri di immedesimazione. Nonostante l’altisonanza dei nomi, il fascino divistico, l’allure deluxe degli interpreti chiamati ad vestirne i panni: una sempre divina e più "plastica" Nicole Kidman, un Liev Schreiber maestro di sfumature, uniti a Dakota Fanning e ad una ritrovata Isabelle Adjani, tutte presenze funzionali al carattere sintetico e al fabbisogno della fantomatica formula; la parte da protagonista non spetta più ai Winbury, bensì ai poliziotti, ai detective. Che, al pari degli spettatori, paiono essere intrattenuti e deliziati dalle svolte sempre più intricate e dagli scossoni imprevisti di questa faccenda alquanto improbabile. Corresponsabili di un’illegale tragicommedia della visione. E veri colpevoli di The Perfect Couple, poiché parte della mitologia della contemporaneità.
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