
DIE MY LOVE, Fidanzata in affitto d'autore
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Die, My Love
USCITA ITALIA: 27 novembre 2025
USCITA USA: 7 novembre 2025
REGIA: Lynne Ramsay
SCENEGGIATURA: Enda Walsh, Lynne Ramsay, Alice Birch
CON: Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, LaKeith Stanfield, Nick Nolte, Sissy Spacek
GENERE: thriller, drammatico, commedia
DURATA: 118 min
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025
VOTO: 5
RECENSIONE:
In Die My Love, Lynne Ramsay affronta la depressione post-parto come un viaggio nel corpo e nella mente, trasformandola in un incubo materico e destabilizzante. Un’opera teoricamente potentissima, sorretta da un’interpretazione estrema di Jennifer Lawrence, che però si lascia sedurre dall’eccesso, dalla provocazione e dal gesto fine a sé stesso. Il risultato è un film visivamente magnetico ma emotivamente distante, che smarrisce la complessità e tradisce le proprie ambizioni.
Jennifer Lawrence, una madre, lo è già stata. O, meglio, è stata la(!) madre nell’omonimo film di Darren Aronofsky. Col punto esclamativo alla fine, nel senso più assoluto e universale del termine: madre della casa, della terra, dell’amore, della creazione. Non a caso, il regista sceglieva di non darle un nome, in quanto rappresentazione viscerale del femminile come fonte creativa e al tempo stesso sacrificabile. Essenza femminile primaria. Principio vitale che accoglie, nutre, costruisce e rigenera, ma anche e infine vittima di un mondo dominato dall’ego maschile e dal desiderio di possesso. La casa che lei restaura e custodisce con cura quasi religiosa è un prolungamento del suo corpo: pulsa, sanguina, respira con lei. Ogni crepa nel muro, ogni goccia di vernice, ogni suono improvviso è percepito come una ferita intima. E quando gli intrusi cominciano a invaderla, è come se le penetrassero dentro, violandola.
L’inizio di Die My Love, nuova prova dietro la macchina da presa per Lynne Ramsay a quasi dieci anni da A Beautiful Day - You Were Never Really Here, sembra in un certo senso richiamare quello pensato e messo in scena dall'autore de Il cigno nero. Seguiamo quindi una coppia come tante altre, abbastanza anonima, che entra per la prima volta nella casa in cui hanno scelto di andare a vivere assieme - appartenuta allo zio di lui, morto suicida in circostanze a dir poco peculiari. Una villetta sperduta in mezzo alle remote e selvatiche campagne del Montana, dove hanno intenzione di esaudire i propri sogni, di trovare serenità e una nuova stabilità di coppia, magari diventando finalmente genitori.
Inutile dire che il loro legame subirà una frattura profonda, irreversibile proprio quando lei rimarrà incinta e darà alla luce loro figlio. Inizierà infatti a soffrire il sempre maggior isolamento e distacco del compagno. Un sentimento che quasi subito si tramuterà in un vero e proprio disagio psicologico, portando ad imprevedibili derive autolesioniste, e la loro quotidianità in un territorio decisamente inquietante.

Come forse avrete intuito, il soggetto e copione scritto dalla stessa Ramsay con Enda Walsh e Alice Birch vuole porre l’attenzione sul delicato e poco dibattuto tema della depressione post-parto, consegnandola alle fattezze di un fosco dramma della mente e, insieme, di un iperbolico horror del corpo, dove il male non è più esterno o metafisico, bensì intimo, intestino. Un male che corrode dall’interno e trova sfogo, manifestazione, riflesso nella fisicità e nella carne.
In questo, Die My Love dialoga idealmente con Swallow di Carlo Mirabella-Davis, nel quale una casalinga intrappolata in una vita di sudditanza domestica comincia a ingerire oggetti per riappropriarsi del proprio corpo e del proprio controllo. Allo stesso modo, Ramsay racconta una donna che tenta disperatamente di sfuggire al ruolo che la società le impone: quello della madre angelica e devota, dell’essere che cura (compagno e figlio indistintamente) e accoglie senza mai chiedere nulla in cambio; filmando la follia non come deviazione, ma come reazione estrema a un sistema che nega ogni spazio di ambiguità e contraddizione al femminile. La fisicità della sua protagonista diventa un campo di battaglia, un teatro di resistenza. Ogni gesto, ogni respiro, ogni sguardo è un tentativo di riappropriazione: del desiderio, del dolore, del linguaggio.
Così, Die My Love si fa anche requiem di un femminile che la cultura patriarcale continua a incasellare e sacrificare. Ramsay demolisce la retorica dell’“istinto materno” e la sostituisce con una matericità selvaggia, animale, pulsante, che si ribella ad ogni codificazione estetica.
Si rivela azzeccata - con queste intenzioni - la scelta di affidare la parte a Jennifer Lawrence, che, ancora una volta, si concede senza riserve al personaggio, donando corpo e anima a questa combustione esistenziale, e incarnando una costante frizione tra la volontà di creare vita e il desiderio di annullarsi. Grida, balla, ride, piange, si contorce, prende a testate le finestre quando non le lecca, gattona tra le sterpaglie: una performance estrema, che sconfina nel grottesco e nel cacofonico, spinta fino al limite del sopportabile.

Tuttavia, proprio questa esasperazione — che sulla carta dovrebbe tradursi in intensità e verità — genera l’effetto opposto. Ramsay riesce a rendere bene il colore, l’atmosfera del suo racconto, ma sembra più interessata all’effetto che alla sostanza, al gesto che al significato. Il film si crogiola insomma nella weirdness, nella pura provocazione, nel disagio epidermico, nella volontà di scuotere lo spettatore, anziché problematizzare e, di conseguenza, comprendere davvero la complessità della sua protagonista.
In questo senso, il dolore di Grace si allontana, si fa impalpabile, e i suoi comportamenti via via tediosi e irritanti. Si arriva quasi a parteggiare per l’inetto compagno (portato in scena da un Robert Pattinson indovinato sulla carta, ma sprecatissimo nei fatti), unico approdo sicuro in questa pornografia della Jennifer Lawrence in ipertrofico esercizio di stropicciamento e decostruzione del proprio divismo. Quella “che fa cose strane”: bislacca, eccentrica, stravagante come ne Il lato positivo o Una folle passione. Come se il succitato Aronofsky o il Cassavetes di Una moglie avessero diretto una versione d’autore di Fidanzata in affitto.
Un manuale esemplificativo volgare, sghembo e inconcludente su come rendere appariscente, sciocco e risibile un qualcosa di serio — e appena sfiorato dal cinema — mentre si getta fumo negli occhi dei cinefili.
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