
WICKED - PARTE 2, là dove la magia svanisce
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wicked For Good
USCITA ITALIA: 19 novembre 2025
USCITA USA: 21 dicembre 2025
REGIA: Jon M. Chu
SCENEGGIATURA: Winnie Holzman, Dana Fox
CON: Ariana Grande, Cynthia Erivo, Jonathan Bailey, Ethan Slater, Michelle Yeoh, Jeff Goldblum
GENERE: fantastico, musicale
DURATA: 138 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Tra ambizioni epiche disattese, scelte industriali prudenti e una sorprendente redistribuzione del baricentro narrativo, Wicked - Parte 2 rinuncia al coraggio cinematografico del debutto per rifugiarsi in una riproduzione fedele ma poco vitale del modello teatrale.
Ora che ha sfidato la gravità, ovvero tutto ciò che comporta e consegue il doversi misurare con l’adattamento per il grande schermo di Wicked, uno dei musical più amati e venerati di sempre (o, per la precisione, della sua prima metà) - non solo ricreando il clamore, lo scalpore, il senso di fenomeno pop che accompagnarono il testo di Stephen Schwartz e Winnie Holzman (tratto dal romanzo di Gregory Maguire, a sua volta rivisitazione del classico letterario di L. Frank Baum) al suo debutto sui palchi di Broadway nei primi anni Duemila, ma donando nuova linfa vitale alla pièce, e all’iconografia e all’immaginario dai quali prende il via -, il regista Jon M. Chu si ritrova a scontrarsi col successo della propria creatura (per certi versi autarchica sia verso le controparti cartacee, sia verso quella teatrale). E, soprattutto, a fronteggiare la gravitas paventata sulle note di Defying Gravity che notoriamente contraddistingue il secondo atto della origin story (per dirla in termini supereroistici) di Elphaba Thropp, la celeberrima e temuta Perfida Strega dell'Ovest.
È estremamente difficile infatti immaginare che la Parte Uno e la Parte Due (titolo commercialmente gelido scelto per l’edizione italiana, laddove quello originale, più fine e significativo, è Wicked For Good) siano stati in realtà girati insieme - o, come si suol dire, back-to-back - tale e tanta, quasi abissale, è la differenza di registro, tono e atmosfere. Nondimeno, pur essendo trascorse ben “dodici maree”, medesimi e immutati sono il mondo di Oz e i suoi abitanti, ambi vittime delle “magiche” invenzioni, degli abili trucchi di prestigio e delle infide macchinazioni del Mago (con la complicità della spietata Madame Morrible) per mantenersi ben saldo sul seggio del potere e così poter realizzare le proprie aspirazioni.
“La verità non si basa su fatti e ragioni, bensì su quello su cui tutti sono d’accordo”: è quello che, suo malgrado, comprenderà la nostra Elphaba - divenuta ormai e di fatto una dissidente politica - nel suo tentativo strenuo, solitario, chimerico di rivelare ai suoi conterranei (forse irrimediabilmente), abbagliati, la natura e l’entità illusoria, menzognera, (potremmo dire) umana di coloro che li governano e della manipolazione che regge il sistema del quale fanno parte.
Qui, Wicked – Parte 2 affonda le radici del proprio cuore tragico. Se nella prima parte Chu aveva abbracciato invero la dimensione luminosa ed embrionale di questa storia, ora si ritrova a dover gestire l’ombra, il contrappeso emotivo e politico di un racconto che si fa più cupo, adulto, irrevocabile. Al contempo, la narrazione abbandona la dimensione scolastica e i territori del romanzo di formazione per trasformarsi in una discesa dentro una crudeltà oscura e impaurita, xenofoba e immorale, prossima ad un inquietante autoritarismo. La stessa crudeltà che spezzerà – in modo fatale e irreparabile – il legame tra Elphie e G(a)linda: l’una vittima, l’altra strumento ultimo di una macchina propagandistica e diffamatoria che si adopera senza sosta, giorno e notte, per fabbricare bugie semplici, lineari, rassicuranti.

Sulla scorta dell'epilogo della prima parte, Wicked - Parte 2 parla di una finzione sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno riesce o vuole vedere per davvero. E quindi, di ciò in cui si e non si vuole credere perché è facile o difficile farlo. E ancora, di un mondo che tutt’a un tratto decide di mettere al bando, ostacolare, ostracizzare porzioni considerevoli della propria società e popolazione. Di un rapporto che prova a ridefinirsi e ricomporsi sulla base di tutto questo. Privato e pubblico, micro- e macro-scopico si intrecciano, dunque, fino a diventare indistinguibili: l’ascesa politica di Glinda e la progressiva demonizzazione di Elphaba non sono che due facce della stessa costruzione simbolica, parti complementari di un regime che ha bisogno tanto di un idolo quanto di un capro espiatorio, un mostro, un nemico giurato per legittimare sé stesso e perdurare.
Come nel precedente capitolo – e nelle molte opere cui Wicked implicitamente si ricollega –, il parallelismo con la storia e l’attualità statunitense vien da sé, a partire dalla costruzione della ferrovia (la strada di mattoni gialli) sulle spalle degli schiavi, passando per una trasfigurazione animalesca della famigerata Underground Railroad, fino ad approdare ai giorni nostri, ergo all’era della post-verità trumpiana. Del resto, come ricorda lo stesso Chu, il mondo di Oz è sempre stato, tra le altre cose, anche una lente attraverso cui interrogare l’identità americana nei suoi momenti di maggiore fragilità: dalla Depressione all’11 settembre, fino al trionfo dell'ideologia intollerante, aggressiva e profondamente antidemocratica come quella dei Maga. Che è il Mago di cui, per urgenza, il popolo ha deciso di fidarsi.
Purtroppo, però, al netto di tutto ciò che di pregevole — per quanto filtrato, rielaborato e in parte derivativo — riesce comunque a proporre e a veicolare, Wicked – Parte 2 finisce per rivelare una partitura sorprendentemente meno incisiva e convincente del previsto, talvolta persino deludente. E si sa: “desiderare fa solo male al cuore”. In questo caso però non era certo chiedere troppo aspettarsi una seconda parte all’altezza delle premesse — e delle promesse — della prima. E quindi, un crowd-pleaser costruito a regola d’arte, capace di offrire ai fan esattamente ciò che hanno sempre sognato e, a tutti gli altri, un’esperienza che non avrebbero mai immaginato di poter e voler amare con altrettanta intensità. Un film capace peraltro di riaccendere lo splendore attrattivo della Hollywood classica che qui, al contrario, pare venir meno assieme ad un vero e proprio respiro cinematografico, all’ambizione, alla grandezza, all'epica.
Difatti, laddove in Wicked Chu riusciva a intrecciare la radice teatrale con un linguaggio filmico convincente, in questa seconda metà sembra compiere il percorso opposto, recuperando la matrice broadwayana mentre devia dal seminale (Il) mago di Oz di Victor Fleming - quest’ultimo ingaggiato, incluso, osservato (come la sua Dory) sempre da debita distanza, quando non del tutto omesso e sottinteso.
A questo si somma poi un problema di sguardo: Oz e gli oziani rimangono sullo sfondo, appena percettibili e mai trasformati in un organismo vivo e presente. Il world-building non viene ampliato né approfondito rispetto al prodromo. Di conseguenza, quel che potrebbe emergere come un vero co-protagonista della storia è invece ridotto ad un vago fondale, seppur affidato e nobilitato dalle sontuose creazioni e dalle abili mani (rispettivamente) da scenografo e costumista dei premi Oscar (proprio per Wicked) Nathan Crowley e Paul Tazewell.
Unitamente a ciò, la narrazione, concentrata quasi esclusivamente su Elphaba e Glinda, finisce per soffrire della loro sostanziale separazione fisica, non potendo contare sulla chimica che ha elevato e fatto la fortuna di segmenti come il ballo all’Ozdust o la stessa scena di Defying Gravity citata poco sopra. Non aiuta inoltre una gestione incerta di tutti gli elementi a propria disposizione, organizzati più per accumulo che secondo una vera e naturale progressione di tema, discorso o semplice drammaturgia. Una confusione, questa, solo acuita dal montaggio di Myron Kerstein, il più delle volte impreciso, disarmonico, scriteriato, in netto contrasto con il ritmo e il tono (musicale e non) del racconto.
Altra nota dolente è infine la regia, confinata ai limiti del semplice mestiere e di una funzionalità appena sufficiente. Un Chu sorprendentemente a corto d’intuizioni filma senza imprimere alle immagini un reale peso specifico, né colloca i personaggi in una profondità di campo capace di amplificare il respiro dei numeri musicali. Li osserva, li incornicia, li rifinisce, ma quasi mai li reinventa. A tratti, il trucco si avverte; si percepisce la presenza di qualcuno che muove i proverbiali fili, come se la finzione non riuscisse mai a tramutarsi pienamente in magia, lasciando allo spettatore l’onere di decidere se continuare a crederci — o smettere di farlo del tutto.

È pur vero che, se nel primo capitolo si intravedeva un cuore pulsante, una qualche forma di passione, in Wicked - Parte 2, viceversa, sembra prevalere la prudenza commerciale. Com’era facilmente prevedibile, la divisione in due parti, che già a priori appariva una scelta discutibile, si rivela ancora più difficile da giustificare. L’unica preoccupazione di questo gran finale sembra quella di non scontentare i fan, di non tradire le aspettative e di restare fedele al modello senza rischiare deviazioni significative. Un’ansia da prestazione e compiacimento che smussa ogni rischio e preclude proprio ciò che avrebbe potuto fare della pellicola qualcosa di più di un predestinato strascico editoriale.
A tenere insieme il cuore emotivo e le speranze della pellicola restano allora giusto Cynthia Erivo e Ariana Grande, di ritorno nei ruoli di una vita. La loro bravura non è in discussione. Anzi, riesce persino a rimediare e mascherare la modestia dei tanto anticipati brani inediti (No Place Like Home e The Girl in the Bubble) composti dallo stesso Stephen Schwartz per soddisfare precise esigenze di trama. A rischio non è neppure la loro chimica, sempre trascinante e teneressima, che - ancor più qui che in Wicked - polverizza qualunque altro interprete provi ad entrare nell’orbita di questo loro incantesimo attoriale e artistico.
Ecco dunque che Jonathan Bailey diventa “il bello che non balla più”; appare intirizzito, quasi ingessato - o, meglio, impagliato -, ridotto altresì a figura ornamentale. Gigione per vocazione, Jeff Goldblum dal canto suo risulta poco temibile, quasi un cameo esteso più che un antagonista. Chiude la lista una Michelle Yeoh inspiegabilmente spenta nella peggior prova della sua carriera, intrappolata in un personaggio che il film non sa come rendere ambiguo o perlomeno minaccioso.
Va però detto che, in questa rinnovata sfida all’ultima nota e all’ultimo primo piano tra le due protagoniste, è la popstar ad aggiudicarsi il favore del pubblico, favorita da un copione che sembra prediligerne il punto di vista, la traiettoria psicologica, l’arco trasformativo ed evolutivo. La sua Glinda riceve spazio, chiaroscuri, esitazioni e improvvisi bagliori di consapevolezza che le permettono di brillare con complessità inattesa, restituendo una figura la cui ascesa politica e personale trova finalmente un’articolazione autonoma, a tratti persino più sfaccettata rispetto alla controparte teatrale. A farne le spese è ovviamente Erivo, la cui Elphaba sembra talvolta sacrificata da una scrittura che la contiene, la limita, o la spinge verso soluzioni più nette e meno sfumate, impedendole di diventare davvero il baricentro tragico che la storia richiederebbe.
È un po' come se l’istanza narrante, pur senza ammetterlo, avesse scelto un’eroina diversa da quella che il musical aveva consacrato: e così, laddove quest'ultima si ritrae in un’ombra luminosissima, Glinda avanza, occupa la scena, si fa filtro privilegiato dell’esperienza dello spettatore.

Tutto ciò non sarebbe di per sé un problema — al contrario, potrebbe rivelarsi perfino stimolante — se non fosse che, sottratto progressivamente il fuoco drammatico alla Strega titolare, il film finisce per patire un evidente scompenso interno, a cui, in ultima istanza, si aggiunge una poca carica immaginifica e la resa scialba, a tratti approssimativa, di alcuni momenti chiave, rendendo ancora più arduo sostenere un secondo atto già di suo considerato meno riuscito - con tutte le sue tinte melò e i risvolti tutt'al più soap-operistici. La fedeltà quasi obbligata al tessuto narrativo del musical accentua ogni limite nell’incontro con lo schermo, amplificandone la fragilità e spingendo a riconsiderare dalle fondamenta il senso dell’intero progetto.
Forse qualcuno, lungo questa strada di mattoni gialli, sarà pure cambiato per davvero — fosse anche solo per procura, per riflesso, per nostalgia. Ma come che sia, in questa Oz qui, da questa parte dell’arcobaleno, dietro questa (ennesima) illusione, di cinema ce n’è davvero poco. E ciò che resta, alla fine, è un eco distante di ciò che Wicked aveva promesso di diventare: un sogno che avrebbe potuto prendere il volo e che invece, per ragioni tutt’altro che magiche, cade amaramente a terra.
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