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            7 Novembre 2025
            La recensione di Predator: Badlands, il nuovo film di Dan Trachtenberg ambientato nell'universo di Predator a marca Disney.
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            PREDATOR(: BADLANDS) a lezione di umanità

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Predator: Badlands
            USCITA ITALIA: 6 novembre 2025
            USCITA USA: 7 novembre 2025
            REGIA: Dan Trachtenberg
            SCENEGGIATURA: Patrick Aison
            CON: Elle Fanning, Dimitrius Schuster-Koloamatangi
            GENERE: fantascienza, fantastico, azione, avventura, commedia
            DURATA: 107 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Dopo Prey e Killer of Killers, con Predator: Badlands Trachtenberg rilancia la saga aggirando nostalgia e fan service, ricollocando l’icona in territori estetici inattesi e mescolando western primordiale, buddy movie e fantascienza pop. Il film diverte, funziona e costruisce un mondo sorprendentemente fresco, ma si arresta sulla soglia della vertigine che avrebbe potuto davvero rifondare il mito.

            Ribellarsi alla propria programmazione. Essere altro, essere di più rispetto a quanto ci viene chiesto. Sembrerebbe essere questo il principio che scorta il regista Dan Trachtenberg e la sua opera di rilancio, per conto di Disney, della saga di Predator - cominciata quasi quarant’anni fa col cult (intenzionalmente, sapientemente) testosteronico che porta la firma di un certo John McTiernan e conserva una delle prove più memorabili del buon Arnold Schwarzenegger.

            Da epigono abramsiano (del noto J. J.), Trachtenberg ha rifuggito, si è distanziato dalla comoda e facile nostalgia che ha messo sotto scacco la quasi totalità delle proprietà intellettuali - dalle più alle meno considerevoli - e, con esse, il panorama cinematografico e audiovisivo hollywoodiano (e occidentale in genere), scegliendo pertanto la strada dell’espansione mitologica e antropologica, del vorace e inesauribile accumulo di epoche, mondi, creature. Si è messo a caccia di suggestioni e declinazioni nuove, per certi versi inedite; di possibilità di ibridazione tra i codici storici e seminali, il materiale genetico, le forme precostituite di una saga abbastanza altalenante, e le derive dello scenario di frontiera su cui si affaccia. Lontano da ogni tentazione museale, ha ricollocato la figura del Predator in geografie estetiche inattese, persino spiazzanti.

            Con Prey questa direzione si era fatta subito evidente: un ritorno al primordiale che era, paradossalmente, un salto in avanti. Un tentativo di ricodificare l’icona attraverso un prisma identitario e temporale inedito, piegandola a un western minimalista punteggiato da inserti videoludici, di pura interazione tattile e immersiva. Nessuna giungla (o metropoli) da guerriglia anni ’80, bensì un ecosistema ancestrale per reinventare la caccia. Il successivo e più recente Predator: Killer of Killers ha proseguito sulla stessa scia, spingendosi in territori ancor più liberi grazie all’animazione, ormai terreno elettivo di sperimentazione visiva e concettuale.

            La recensione di Predator: Badlands, il nuovo film di Dan Trachtenberg ambientato nell'universo di Predator a marca Disney.

            In questo slancio centrifugo — in questa volontà di moltiplicare le traiettorie invece di ripiegare sul già noto — Trachtenberg conduce la sua ribellione: non solo contro il fan service imperante, ma contro l’inerzia stessa dell’immaginario, rivendicando per Predator una vitalità che, dopo il Predators di Nimrod Antal e The Predator di Shane Black, sembrava essersi dissolta nel riciclo più inerte.

            È significativa, in tal senso, la scelta di proiettare tale carattere difforme, tale anomalia nella creatura protagonista di Predator: Badlands, il suo terzo contributo al franchise, il primo (soprattutto) ad incontrare il grande schermo. Dek, questo il nome, è infatti un Yautja sbarbato, inesperto, sottotaglia, figlio di un clan di guerrieri e, in particolare, di un padre che lo ritiene niente più che uno scarto, un sacrificabile, un debole, un vile, un’erbaccia da estirpare prima che disonori irreparabilmente l’onore della famiglia. È con simili parole e pensieri che - per una serie fortuita e sanguinosa di eventi - si ritrova su Genna, il "pianeta della morte", patria e terreno di caccia dell’invincibile Kaliski, superpredatore famoso in ogni angolo dell’universo che questi sceglie come preda da riportare a casa come trofeo e prova del proprio valore e diritto di appartenenza al clan.

            Qualche istante dopo il suo burrascoso e fortunoso atterraggio, il nostro - nel tentativo di non cadere egli stesso preda di creature, finanche di piante il cui unico scopo è l'annientamento - fa la conoscenza di Thia, un sintetico danneggiato al servizio della Weyland-Yutani Corporation (avete letto bene), privata delle gambe a seguito di un attacco proprio del Kaliski, la quale si offre di assisterlo in questo suo viaggio di rivalsa e redenzione. Vedendola (quantomeno in un primo momento) alla stregua di uno strumento, il Predator accetta la sua compagnia.

            Quel che ancora non sa è che che il vero bottino non si celerà nel ventre selvaggio del pianeta, ma proprio nelle pieghe di questa loro improbabile alleanza. Perché Badlands racconta, innanzitutto, la scoperta del valore della fragilità, dell’essere rotti e diversi, della capacità di appartenere a un “noi” senza sovrastrutture e codificazioni. Per Dek, alieno ferito da un padre padrone, significa maturare una prima forma di intelligenza emotiva: capire che “alfa” non è chi uccide di più, ma chi sa proteggere meglio il branco. Per Thia, invece, è l’immaginarsi al di là delle funzioni per cui è stata creata; il desiderio di esplorare relazioni più complesse.

            La recensione di Predator: Badlands, il nuovo film di Dan Trachtenberg ambientato nell'universo di Predator a marca Disney.

            È, di fatto, una completa umanizzazione di mostro e macchina: un ribaltamento esplicito di Prey, alla stregua di un gesto deltoriano che punta a farci empatizzare col Predator (che parla e, non a caso, trascorre gran parte del tempo senza l’iconico elmo). In questo, qualcuno potrebbe leggere i segnali di una sorta di disneyficazione del franchise (di cui Badlands è il primo capitolo PG-13). E non avrebbe nemmeno tutti i torti, anche se è più un fatto di disegno dell’avventura. Sono infatti chiarissime, da un lato, le ispirazioni a The Mandalorian (più sci-fi western di così!), come lo è, dall’altro, la tenue e graduale inclinazione all’umorismo scanzonato, guascone, weird (seppur meno equivoco) dei Guardiani della Galassia di James Gunn, con tanto di idee visive trapiantate pari pari.

            Ma è il sacrificio necessario, l’inevitabile compromesso a cui deve piegarsi Trachtenberg, la cui opera assume quasi fisiologicamente i contorni di un cartoon milionario, di un fumettone anni ‘70 votato ad un puro e sano intrattenimento. Uno in cui ogni elemento concorre — con precisione e qualità visiva talvolta ammirevoli — ad un processo di world-building che dissimula la propria derivazione, riuscendo comunque a restituirsi come qualcosa di sorprendentemente fresco.

            Difatti, non c’è mai l’impressione di un’opera pigra, né di un collage senz’anima. Piuttosto, un compendio appassionato e giocoso di tutto ciò che la fantascienza è ed è stata: dagli archetipi pulp di John Carter e dalle iconografie statuarie di Frank Frazetta, alle visioni di George Lucas e Ridley Scott (rispetto cui Predator è sempre stato il fratello irruento e muscolare, e il cui immaginario viene qui trasmigrato ancora una volta), passando per l’estetica distopica di George Miller, le geometrie sensoriali e metafisiche di Denis Villeneuve, la levigatezza cristallina e smussata di Joseph Kosinski, fino a lambire nuovamente le soglie del videogioco - che è, del resto, la dimensione in cui, negli ultimi tempi, l’avventura ha trovato paradossalmente la sua forma migliore.

            Non solo, alla space opera di peregrinazione solitaria si affiancano presto dinamiche da buddy movie, che irrompono a spezzare la solennità del racconto e innervarlo di un’energia più ironica e terrena. La coppia Dek–Thia funziona proprio in virtù di questo scarto: l’alieno adolescenziale, impulsivo, ferito; la macchina monca, razionale eppure bisognosa di relazione (quest’ultima interpretata da una Elle Fanning sdoppiata, per l’occasione, tra Super8 e The Neon Demon, e cioè tra lo spirito spielberghiano - guarda caso - mutuato da Abrams e un’alterità e algidità sinistra). Il loro legame, con le sue punte di comicità e micro-dramma, diventa il baricentro emotivo di un film corretto, piacevole, ben confezionato, pressoché impeccabile nelle sue finalità di evasione. Un congegno narrativo che presume di conoscere il proprio pubblico e si offre a lui senza resistenze.

            La recensione di Predator: Badlands, il nuovo film di Dan Trachtenberg ambientato nell'universo di Predator a marca Disney.

            Pur tuttavia, è proprio in questa impeccabilità che affiora il suo limite. Badlands diverte, funziona, gioca con generi e sottogeneri, flirta persino coi codici della tragedia shakespeariana – figlicidi, ricerche identitarie febbrili, parricidi, abbandoni del nido familiare – ma si arresta in procinto di una possibile vertigine. Sembra mancare l’azzardo ultimo, la torsione emotiva o concettuale capace di elevarlo oltre la sua confezione brillante.

            E sì, indubbiamente Trachtenberg ha restituito linfa ad una saga creduta esausta: gli ha ridato forma, direzione, vigore. Ma per riscrivere davvero l’immaginario di Predator, per dargli (di) nuovo senso, forse occorre(va) un salto nel buio più deciso. Uno che Badlands sfiora, contempla, di cui avverte la promessa. Ma resta sull’orlo dell’abisso che potrebbe trasformarlo. Preferisce guardarlo piuttosto che precipitarvi. Decide altresì di farselo scappare, assieme ad un finale un minimo dignitoso.

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