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            30 Ottobre 2025
            La recensione di Dracula. L'amore perduto, il nuovo film di Luc Besson con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu, Matilda De Angelis.
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            DRACULA, l'eresia dissanguata di Luc Besson

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Dracula: A Love Tale
            USCITA ITALIA: 29 ottobre 2025
            USCITA FRA: 30 luglio 2025
            REGIA: Luc Besson
            SCENEGGIATURA: Luc Besson
            CON: Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu, Matilda De Angelis
            GENERE: drammatico, storico, fantastico, sentimentale
            DURATA: 129 min

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Luc Besson riscrive Dracula come un melodramma digitale e de-fanged, privato cioè dei suoi denti, del suo sangue e del suo orrore. Insegue l’ombra di Coppola e la trascina in un territorio artificiale, tra estetismi, ambizioni autoriali disinnescate e un romanticismo di superficie. Ne nasce un film elegante ma inerte, un carillon che gira a vuoto: troppo serio per essere ironico, troppo esitante per essere tragico, troppo pulito per essere davvero osceno. Un atto di definitiva eresia verso Stoker, il cinema gotico e, forse, lo stesso Besson.

            Più di ogni altra, è il cinema l’arte vampiresca per eccellenza: un mezzo, una pratica, una forma espressiva che si nutre di tutto ciò che la precede, che si rigenera costantemente attraverso la rilettura, la citazione, la mimesi.

            Lo aveva intuito con lucidità Francis Ford Coppola quando, agli inizi degli anni ’90, con Dracula di Bram Stoker impugnava e faceva propria la firma — e l’autorialità — di un capolavoro della letteratura ottocentesca, uno dei romanzi gotici più celebri, venerati e maneggiati della storia. Un testo e, con esso, una mitologia, un’iconografia inesauribili, sempiterni, che il regista americano risucchiava e trasfigurava per parlare della creazione come di un atto di resa ad una passione che travolge, seduce e consuma. Ad un'ossessione febbrile, luminosa e oscura al tempo stesso, sacra e maledetta, esaltante e pericolosa. Una forza capace di salvezza attraverso la bellezza e di distruzione attraverso l'eccesso. La seduzione suprema, la più inebriante e romantica. E ancora, un richiamo ancestrale e irresistibile, di fronte a cui nemmeno il capolavoro letterario di Stoker poteva rimanere incolume, venendo appunto consumato dall'estasi oscura del medium che lo reimmaginava, rimetteva in scena, riportava alla luce come qualcosa di più primitivo, sensuale, finanche pericoloso.

            Quella lezione di Coppola, se la ricorda molto bene Luc Besson, che oggi - a due anni dalla favola noir di DogMan (la parabola di un vigilante canaro, reietto e pseudo-Joker) - torna dietro la macchina da presa per Dracula. L’amore perduto - o, in originale, A Love Tale, Una Storia d’Amore -, una pellicola che sembra riprendere, in maniera precipua e precisa, le fila dei discorsi su cui ruotava l’ultima vera, grande opera del cineasta de Il padrino e Apocalypse Now. E quindi, il carattere metatestuale e autoriflessivo insito nel parallelismo tra vampiro e cinema, entrambi condannati a sopravvivere nutrendosi l'uno di vite altrui, l'altro di immagini passate, di storie da assimilare per continuare a esistere. Ma, ancor prima, torna l’idea (e uno dei look) del Vlad romantico, struggente, tragicamente umano: creatura lacerata, impegnata in una lotta senza tregua contro sé stessa, contro la propria natura, la propria maledizione e contro il dolore che solo il vero amore — e il tempo, cioè la più terribile delle condanne - può infliggere.

            La recensione di Dracula. L'amore perduto, il nuovo film di Luc Besson con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu, Matilda De Angelis.

            Come già nel prodromo (e come, del resto, è proprio della sua filmografia), l’autore parigino si spinge alle origini del Male. Più precisamente, nella Transilvania del 1480, sotto scacco dell'Impero Ottomano. Ogni speranza di difesa — politica, morale, religiosa — grava sulle spalle del giovane Conte Dracula, il quale, più che imbracciare la spada, preferirebbe trascorrere le giornate chiuso nella propria stanza, abbandonato ai piaceri semplici e sensuali della vita, accanto all’amata Elisabetta. Un edonista ingenuo, quasi fanciullesco, più incline all’estasi del sentimento che alla brutalità della guerra.

            Pur tuttavia, vince la battaglia — e con essa la guerra — ma perde quella del cuore: malgrado le promesse del Capo della Chiesa, la sua diletta cade vittima di una rappresaglia nemica. Accecato dall’ira e sopraffatto dalla disillusione, il nostro rinnega Dio, e questi per punizione lo priva della morte, il bene che da adesso riterrà il più prezioso e inestimabile, giacché l'immortalità diventerà ben presto la sua maledizione: la negazione stessa di ciò che, insieme all’amore, dà senso alla vita. Et voici le vampire, condannato all’eternità e alla ricerca della reincarnazione dell’amata, fino a riconoscerne i tratti, secoli dopo, in Mina, la promessa sposa di un giovane avvocato francese, Jonathan Harker. 

            Il resto, come si suol dire, è storia. Quella di Dracula, che nondimeno Besson cambia, oltre che nella progressione o in riferimenti ed elementi peculiari della controparte letteraria (come sostituire - banalmente - l’ambientazione della Londra vittoriana o togliere il viaggio del Demeter), nei toni e nel registro del racconto. Per sua stessa ammissione, il regista opta infatti per una linea quasi incondizionatamente melò, privando l’intreccio, ove possibile, di ogni traccia e impronta horrorifica, e reindirizzandolo piuttosto verso i territori di una detective story condotta da un prete ed esorcista simil-Van Helsing inviato dal Vaticano e specializzato nell’occulto. In un momento, si arriva persino a sfiorare i territori del musical, ma si tratta di un abbaglio stilistico che si ricompone subito entro i ranghi del racconto.

            Laddove chiarissima è l’intenzione — nella stessa misura, ma non certo con la medesima intensità, consapevolezza o visionarietà del modello coppoliano — di decostruire, se non addirittura di profanare un personaggio mitico, iconico, affrontandone la canonizzazione con piglio blasfemo e sacrilego, purtroppo Besson non riesce a trasfondere quella volontà, quel disegno (nel senso anche grafico, fumettistico) nel fatto filmico.

            Non bastano infatti l’approccio sfrontato, libero, sfrenato all’immagine (digitale), un montaggio nervoso e frenetico, corresponsabile del tono spesso ridanciano del racconto, così come lo sguardo istintivo e impulsivo impiegato dal film-maker — insieme al fido direttore della fotografia Colin Wandersman —, per impedire ad un’ideale operazione d’assedio o meglio, d’assalto, ruggente, iconoclasta, di risolversi paradossalmente in una strategia difensiva, fatta di scelte caute (a partire dal casting di un Caleb Landry Jones nel suo habitat attoriale), disinnescata, quasi intimorita di fronte alla grandezza del materiale che pretende di reinventare. 

            La recensione di Dracula. L'amore perduto, il nuovo film di Luc Besson con Caleb Landry Jones, Christoph Waltz, Zoë Bleu, Matilda De Angelis.

            Perché poi Dracula – L’amore perduto finisce per prendersi troppo sul serio. È troppo reverenziale verso il personaggio e la sua gravitas. Ed è troppo devoto al respiro epico — ed epicizzante — che ne accompagna la recherche proustiana e il suo travaglio emotivo, assecondato, sottolineato e amplificato dalla colonna sonora di un Danny Elfman che, reduce dagli eccessi gotico-pop di Mercoledì, sembra riciclarne alcuni motivi, ancora prigioniero, o convalescente da quella stessa teatralità manierista, barocca e ridondante che non trova reale necessità drammatica, ma si riduce a decorazione. 

            Se (come qualcuno potrebbe ipotizzare e qualchedun altro, in effetti, ha suggerito) non la si volesse prendere nei termini, alla meglio, di una pacchiana galleria autocelebrativa o, alla peggio, dell’autoassolutorio ritratto di un uomo pluriaccusato di molestie - quella di fronte a cui ci troviamo è un’opera priva di un’identità precisa, di una forma compiuta, di una voce riconoscibile. Tutto è apertamente blando, superficiale, triviale e trascurabile. Le scelte di messa in scena oscillano tra l’elementare (come il sedersi per raccontarsi ergo introdurre un flashback) e l’ornamentale; gli espedienti visivi somigliano a riflessi condizionati più che a decisioni stilistiche, spogliati di ogni urgenza e principio espressivo. La narrazione, a sua volta, procede in modo caotico, disarticolato, senza una necessità interna che ne giustifichi gli sbalzi di tono, gli innesti di genere, i repentini cambi di registro.

            Non c’è slancio, non c’è delirio, non c’è vera passione. Solo un film poco brillante e ispirato, privo di tensione e visione, un pasticcio senza capo né coda, un capriccio registico. Pare quasi che Luc Besson volesse girare una sorta di remake live-action de Il gobbo di Notre Dame disneyano — o una versione in salsa Minimei di Cattivissimo Me, con tanto di aberrazioni in CGI dal design poverissimo — e che invece, tra echi accessori a Intervista col vampiro, Profumo e La bella e la bestia, gli sia capitata tra le mani forse una delle reinterpretazioni di Dracula più insipide, derivative e irrisolte dai tempi di Untold o della follia 3D di Dario Argento.

            Un ibrido anomalo a metà tra Polanski, Paul W.S. Anderson e Christophe Gans, che urla “coproduzione europea” o "europudding" a ogni inquadratura e membro del cast. Un film che ostenta libertà ma soffoca nella propria velleità, vittima dei morsi e della morsa del tempo. Magari questa è davvero l’unica maniera possibile di affrontare Dracula oggi: spogliata d’aura, confinata nel simulacro del fantastico, lontanissima tanto dai manierismi “elevati” di Robert Eggers (del cui Nosferatu rappresenta il netto controcampo) quanto dalle vertiginose riflessioni del buon Coppola sul cinema come miracolo e maledizione, incanto e illusione, scienza e magia.

            Una giostra elegante ma dissanguata, che dura il tempo di un giro di carillon: un congegno inerte la cui unica, flebile ambizione pare quella di ricordarci l’incurabile avversione del suo autore per l’horror. Un atto - va da sé - di definitiva eresia per uno che, del genere, ha sempre fatto una crociata, dove a sopravvivere è giusto la fragranza di un cinema (che fu e) al quale oggi è facilissimo resistere.

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