
SPRINGSTEEN - LIBERAMI DAL NULLA trova autenticità in tutto questo rumore
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Springsteen: Deliver Me from Nowhere
USCITA ITALIA: 23 ottobre 2025
USCITA USA: 24 ottobre 2025
REGIA: Scott Cooper
SCENEGGIATURA: Scott Cooper
CON: Jeremy Allen White, Matthew Anthony Pellicano, Jeremy Strong, Paul Walter Hauser, Stephen Graham, Odessa Young
GENERE: biografico, drammatico, musicale
DURATA: 119 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Vent’anni dopo Crazy Heart, Scott Cooper torna a intrecciare musica, redenzione e solitudine. Con Springsteen – Liberami dal nulla, adatta il libro di Warren Zanes e mette in scena l’oscuro periodo in cui nacque l'album Nebraska: un viaggio interiore, crepuscolare, dove la voce del Boss si fa confessione e il mito americano si sgretola per lasciare spazio ad un uomo raccontato e rappresentato in tutta la sua nuda fragilità.
“Non si può fare un film su (Bruce) Springsteen senza parlare dell’anima e dello spirito americano”. È ciò in cui crede e ha creduto Scott Cooper - uno dei registi che più e meglio di tanti suoi contemporanei ha interrogato, sondato, scrutato le ferite morali, esistenziali dell’America del presente e del passato, prossimo o remoto, attraverso le storie di uomini e donne ai margini che, di pari passo e di riflesso, perdono la propria innocenza ma non la capacità di sognare - nell’accettare la proposta dell’amica e produttrice Ellen Goldsmith-Vein di scrivere e dirigere Springsteen - Liberami dal nulla, adattando liberamente per il grande schermo il libro (quasi) omonimo di Warren Zanes Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska.
Pochi, al di fuori dei fan duri e puri del Boss, sanno infatti che al grande successo di The River sarebbe dovuto seguire (quantomeno inizialmente) Born in the U.S.A, quello che poi sarebbe passato alla storia come il lavoro più celebrato e ricordato della sua decennale carriera; quello che lo avrebbe lanciato, una volta per tutte, verso la fama planetaria che conserva tutt'oggi.
Invece, nel 1982, Springsteen decise di rilasciare Nebraska, una raccolta di canzoni cupe, amare, che parevano emergere direttamente, spontaneamente dalle profondità abissali del suo cuore e della sua vita. Brani che la rockstar aveva registrato da solo (e innanzitutto per sé), nell’intimità e nella religiosa, ascetica e rumorosa quiete della camera da letto della sua casa di Colts Neck, sperduta fra i boschi e le distese selvagge, gelide del New Jersey a cui deve i suoi natali.

Oggi, a più di quarant’anni dalla sua pubblicazione, quel LP resta un'opera epifanica e rivelatrice: la chiave per leggere e interpretare non solo la parabola artistica di Springsteen e la visione del mondo che l’ha guidata, ma anche l’uomo dietro la leggenda.
Registrato su una semplice cassetta a quattro piste - proprio nel momento in cui il futuro digitale cominciava ad affermarsi -, l’album con tutte le sue imperfezioni e il suo suono crudo, sporco, asciutto, senza fronzoli, restituisce un senso di inquietudine radicata, specchio fedele di una macro- e micro-scopia. E cioè dello smarrimento collettivo di una nazione e delle fratture interiori del suo autore. Col senno di poi, Nebraska segna a tutti gli effetti l’inizio di una crisi personale, di un lungo periodo di depressione che il cantautore avrebbe riconosciuto e raccontato solo molti anni più tardi.
È precisamente in questa zona d’ombra, in questo chiaroscuro interiore, in questo iato tra voce, rumore, silenzio (esterni, interiori) che si colloca lo sguardo di Cooper, interessato a tutta la storia e i retroscena di un componimento pari ad una folgorazione. Ad una confessione intima che, in filigrana, racconta la perdita dell’innocenza americana. In un certo qual modo, ritrova in queste canzoni l’essenza stessa della sua poetica e del suo cinema umano, malinconico e sentitamente morale.
Le storie di assassini, vagabondi, reduci e disoccupati che popolano i testi di quello Springsteen sembrano uscire direttamente dall'universo cinematografico dell'autore. I protagonisti di Nebraska – alla stregua di quelli de Il fuoco della vendetta e Hostiles – sono figure consumate dal peso della responsabilità e della sopravvivenza, laconici testimoni di un’America che ha smarrito la strada ma non la capacità di raccontarsi. È come se, nelle loro voci spezzate, Cooper riconoscesse l’eco dei volti che sono anni che filma.
Costante, tanto nell’originaria controparte letteraria e nel suo cinema, è peraltro il dialogo tra la cultura statunitense e la sua rappresentazione più oscura. Zanes intreccia le interviste con Springsteen e i suoi collaboratori a riflessioni sui riferimenti culturali che hanno influenzato la nascita di questa "deviazione". Nella fattispecie, l’incubo infantile de La morte corre sul fiume di Charles Laughton, il controcanto di Jack Kerouac e Robert Frank ne Gli americani, La rabbia giovane di Terrence Malick col suo lirismo tragico, e la spiritualità spezzata dei racconti di Flannery O’Connor, la quale scriveva: “Da dove venite non esiste più, dove pensavate di andare non è mai esistito, e dove siete non va bene, a meno che non riusciate ad andarvene. Dov’è un posto in cui potete essere? Nessun posto… Nulla, fuori di voi, può darvi un posto… Dentro di voi, adesso, è l’unico posto che avete”.

È terrorizzato dall’affrontare una parte di sé stesso, della propria infanzia, il Bruce che il cineasta raffigura e tratteggia in Springsteen - Liberami dal nulla. Tutti sanno chi è, lui no. Del resto, spesso “le persone (in primis, noi stessi) non sono chi vogliamo che siano”. Al punto che desidererebbe scappare altrove, rifugiarsi nella musica e nel lavoro. Tuttavia, si rende conto che non vi è alcun viaggio da compiere se non quello dentro di sé, né tantomeno la promessa di una liberazione, quanto le possibilità di un mezzo - l’unico a propria disposizione - con cui esprimere, elaborare, fare i conti, riconsiderare, (ri)definire, spiegarsi “senza dover spiegare niente a nessuno”, e magari cominciare a contemplare e comprendere davvero questa colpa, tutto questo nulla, questo vuoto (affettivo, vitale) in cui è precipitato.
Ovviamente la scelta (urgente, come cantano curiosamente i Foreigner in colonna sonora) di non cavalcare l’onda o l’exploit di The River e del suo tour “tutto esaurito” appare “una mossa poco ortodossa”, un’illusione, una sbandata per gli esponenti di un sistema discografico famelico: inarrestabile e infaticabile catena di montaggio che dev’essere “alimentata”, bisognosa di nuove hit, “non di un crollo emotivo”. A cui non interessano gli album, quanto il “percorso”, il “quadro generale”. Eppure, in questo periodo, in questo frangente (del suo tempo), “le cose sbagliate mi sembrano giuste”, inclusa un’eco (breve come quella che tenta di riproporre negli arrangiamenti rigorosi e spogli) che non riesce a capire bene, proveniente da un passato che pensa di aver tradito.
Com’è possibile dunque raccontare tutto questo, se non con un film girato “come Bruce ha affrontato e assecondato la scia creativa”; con uno che ne è di fatto la manifestazione, reiterazione, e prolungamento filmico? Una pellicola, Springsteen - Liberami dal nulla, a dir poco spiazzante fin dalla scelta di portare per la prima volta al cinema la figura e la storia del Boss nella forma e nelle fattezze più inconsuete, inattese, ergo meno comode e accomodanti, finanche anti-climatiche e -commerciali. L’unica via, nondimeno, per dar vita ad una pellicola nel puro e vero senso del termine, in cui riecheggia inevitabilmente la decostruzione mangoldiana di Bob Dylan e della sua proteiforme moltitudine (al crocevia del cosiddetta "svolta elettrica") in A Complete Unknown. Con l’unica differenza che, in questo caso, Bruce scopre (e noi con lui) esattamente chi è, arrivando a sfiorare la sua temperatura e atmosfera umana, il suo principio vivendi e creandi.
L’icona abbandona il quadro per lasciar spazio al corpo fragile, dolente, irrequieto di un uomo che si scopre improvvisamente vulnerabile, smarrito di fronte a ciò o, meglio, alle idee prima di uomo (inteso anche come maschio) e di artista/rockstar che altri gli hanno proiettato addosso. Cooper rifugge e rifiuta pertanto lo Springsteen più patinato, pop, smaccato, l’inesauribile, magnetico, incontenibile animale da palcoscenico, l’officiante di concerti fiume, biblici dalla liturgia musicale e spettacolare ben codificata... Insomma, quello riconoscibile, rassicurante. E quando gli viene da mostrarlo, lo fa solo per esasperare il contrasto, per far vibrare ancora di più la distanza tra l’immagine pubblica e la verità interiore — come in un ideale bianco e nero, prima concettuale che fotografico.
Ciò che interessa al regista è altresì la storia di un contatto-legame tra padre e figlio che il nostro ricercherà poi nell’oceanica folla di fan che affolleranno arene, stadi e teatri di mezzo mondo, e che si fa istintiva metafora della frattura, dello strappo, e insieme del tardivo, probabilmente vano, tentativo di ricongiungimento e riconciliazione tra un passato umano e un destino leggendario. Tra lo spettro di quel che è stato e di quello che potrebbe essere di lì a un passo. Tra l’uomo comune e il simbolo (che solo per caso è diventato), tra un individuo e quell’anima, quello spirito di cui si parlava al principio.

Oltre che per Bruce, Liberami dal nulla costituisce allora una sorta di revival per lo stesso Cooper, che ormai vent’anni fa esordiva con lo stupefacente Crazy Heart. Stupefacente per il passo da regista consumato con cui questi dispiegava la storia di un idolo tramontato del country alcolizzato e in declino, che vedeva stravolta la propria disgraziata quotidianità dall'incontro con una giovane giornalista e madre single capace di restituirgli la speranza e una possibilità di redenzione.
Lì, la morte di una stella e la rinascita di un uomo; qui, la (ri)nascita di un uomo pronto a diventare Re o, addirittura, la sinonimica ed eccellente manifestazione dell’immaginario, del retaggio, dei significati di un paese intero. Nondimeno, alla stregua del suo predecessore, anche Springsteen - Liberami dal nulla trova delicatezza, dolcezza e commozione non tanto nei traumi evidenti o nelle ferite più dolorose, quanto nelle piccole crepe, in gesti, in un'economia minimalista di momenti apparentemente insignificanti che acquistano senso e gravità solo quando ricomposti e osservati nel loro insieme.
È un cinema neoclassico che persegue la via di una semplicità elegante e precisa, fieramente intimista, dal ritmo compassato e ostinato come il cantato afflitto e tormentato di Springsteen, interpretato e rievocato con straordinaria credibilità — non solo fisica e fisiognomica — da un Jeremy Allen White in perfetto equilibrio tra umiltà e spavalderia, prodigioso e convincente nel trasmettere, con uno sguardo o una postura, tutto il travaglio e le deflagrazioni interiori del cantautore.
A lui, come già nel caso di Jeff Bridges, Cooper regala il ruolo della vita, facendone centro di gravità permanente del proprio sguardo e della propria messa in scena, tallonandolo con una sommessa, silenziosa macchina a mano, e circondandolo di un cast di comprimari e caratteristi, su cui svettano un sempre intenso e generoso Jeremy Strong, un adorabile Paul Walter Hauser, un Stephen Graham struggente lungo la linea dell’inettitudine e inadeguatezza paterna di Adolescence, e una splendida Odessa Young che, a conti fatti, è la vera scoperta del film. Al pari di armoniosi, intonati strumenti d’accompagnamento, questi concorrono ad amplificare e riverberare la partitura emotiva, esistenziale e spirituale del frontman in una ballata che sembra respirare da sola: un oggetto fragile, imperfetto, ma vivo, pulsante di verità, quasi fosse una cassetta senza custodia. Una canzone sospesa, fantasmatica, che ne ricorda molte altre e insieme non somiglia a nulla. Non conclusa, se non nell’eco (e nel tremito) della voce reale di Bruce, ormai (solo) Springsteen.
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