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            24 Ottobre 2025
            La recensione di 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri su Willy Monteiro Duarte con Francesco Gheghi.
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            40 SECONDI è un buon film prigioniero della sua confezione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: 40 secondi
            USCITA ITALIA: 19 novembre 2025
            REGIA: Vincenzo Alfieri
            SCENEGGIATURA: Vincenzo Alfieri, Giuseppe Stasi
            CON: Francesco Gheghi, Francesco Di Leva, Enrico Borello, Beatrice Puccilli, Giordano Giansanti, Justin De Vivo, Luca Petrini, Sergio Rubini, Maurizio Lombardi
            GENERE: drammatico, thriller
            DURATA: 121 min
            In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            A quattro anni dalla notte che sconvolse l’Italia intera, 40 secondi di Vincenzo Alfieri riporta sullo schermo la storia di Willy Monteiro Duarte, trasformando un fatto di cronaca in una riflessione sul fallimento collettivo di una società incapace di proteggere la sua giovinezza. Con sensibilità e misura, il film tenta di restituire dignità e luce a una vita spezzata, evitando il sensazionalismo per indagare piuttosto il lato oscuro — e profondamente umano — della rabbia contemporanea.

            Domenica 6 settembre 2020, un’Italia ancora scossa e traumatizzata dal lockdown - da un virus, il Covid-19, capace di mettere in discussione ogni certezza, anche la più elementare; un tempo in cui vivere appariva improvvisamente difficile, mentre morire sembrava diventato fin troppo facile, questione di un contatto di qualche secondo - si sveglia con la tragica notizia della morte, nella notte, di un giovane di Colleferro, un comune di poco più di 20.000 anime.

            Il suo nome è Willy Monteiro Duarte, aveva 21 anni e sognava un futuro stellare nel mondo della ristorazione e dell’alta cucina. Stava tornando da una serata con gli amici. Una di quelle serate estive leggere, spensierate. Willy era cresciuto lì, tra quelle strade tranquille. Tutti lo conoscevano per il sorriso luminoso e la gentilezza. Nessuno avrebbe mai immaginato quel che sarebbe accaduto di lì a poco. Una lite, una tensione che, inspiegabilmente, futilmente, monta. E Willy, che non c'entra nulla, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Arriva un SUV dal quale scendono due figure che gli si scagliano contro con una violenza bestiale, feroce, a dir poco incomprensibile. Non c'è tempo o spazio per il dialogo, né tantomeno per la pietà. Un colpo, poi un altro. Infine, quello mortale. Willy cade a terra, inerme, mentre gli amici — attoniti — cercano di aiutarlo. Ma è troppo tardi. In pochi istanti, il silenzio della notte si riempie di urla, dolore, incredulità. La vita di un ragazzo si è spenta per niente, vittima di una rabbia cieca e insensata. I suoi aggressori — Gabriele e Marco Bianchi, che tutti tra Artena e Colleferro chiamano semplicemente “i gemelli”, atleti di MMA, già conosciuti per simili episodi di crudeltà e implicati in un cospicuo giro di spaccio — vengono identificati e arrestati fin da subito con l’accusa di omicidio volontario, e condannati rispettivamente all'ergastolo e a 28 anni di carcere.

            La recensione di 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri su Willy Monteiro Duarte con Francesco Gheghi.

            Quello del giovane però non è “soltanto” un delitto, né tantomeno un’aggressione o una proverbiale “rissa finita male”. No, si è tramutato immediatamente nello specchio di una ferita più profonda, quella di una società dove la rabbia ha spesso la meglio sulla ragione, e il rispetto per la vita sembra affievolirsi.

            Si tratta, ad ogni modo, di uno dei casi di cronaca più efferati degli ultimi tempi, che la giornalista Federica Angeli ha ricostruito nel libro 40 secondi. Willy Monteiro Duarte. La luce del coraggio e il buio della violenza. Pagine che, come lei stessa le ha definite, rappresentano un viaggio attraverso la banalità del male della provincia italiana. Un'indagine sulla natura umana, sulla responsabilità e la colpa, sulla volontà di sopraffazione e la generosità più istintiva e pura.

            È il libro da cui prende il via il (quasi) omonimo 40 secondi, quinta volta alla regia di un lungometraggio per il già attore Vincenzo Alfieri, che collabora con l’amico e sodale Giuseppe Stasi (del duo Stasi-Fontana di Metti la nonna in freezer, Bentornato Presidente e The Bad Guy) per mettere in scena da quattro punti di vista le 24 ore che precedono il tragico evento. Momenti nei quali si intrecciano incontri casuali, rivalità e tensioni latenti, e in cui emerge il volto più turpe, spregevole, repellente, velenoso, eppure (ahinoi) riconoscibilmente umano di un paese e di una delle sue parti.

            Alfieri indaga al contempo i motivi potenziali, le ragioni logiche, le influenze e i condizionamenti a monte, all’origine di un simile atto - che tuttavia sembra sfuggire al senso, al raziocinio, ad una qualche spiegazione. Ma punta anche l’obiettivo sulla realtà di una generazione che, quella notte, si è trovata a fare i conti con sé stessa. Una generazione sospesa, figlia di un’epoca in cui l’identità si misura in forza, apparenza e dominio, dove la violenza diventa linguaggio e la compassione debolezza. Il 6 settembre 2020, a Colleferro, non è morta soltanto la speranza di un ragazzo: è andato in frantumi un fragile equilibrio sociale, fatto di illusioni di controllo e onnipotenza, di rabbia repressa e assenza di empatia.

            Si viene dunque a costruire un mosaico umano, un racconto corale in cui la tragedia di Willy diventa il riflesso di una collettività disorientata. Che non cerca eroi né carnefici assoluti, ma tenta di capire, di scardinare il meccanismo oscuro che porta all’esplosione di tale furia distruttiva e massacrante. Di scavare, come la controparte letteraria, nelle radici culturali dell’omicidio, facendo quindi emergere un maschilismo tossico - checché se ne dica - ancora radicato in profondità, un razzismo e un’indifferenza che troveranno strada peraltro durante il successivo processo. E ancora, il culto della forza, la deriva narcisistica alimentata dai social, la mancanza di un’appropriata educazione emotiva, il fallimento delle istituzioni.

            È un grido, ma pure un tentativo di riflessione che non indulge mai nel sensazionalismo fine a sé stesso, che non spettacolarizza il dolore, ma lo osserva da vicino, con la stessa cautela con cui si tocca una ferita ancora aperta. Sono quaranta secondi che racchiudono un abisso possibile del nostro tempo e chiedono a chi guarda di interrogarsi: dove finisce la responsabilità individuale e dove comincia quella della collettività?

            La recensione di 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri su Willy Monteiro Duarte con Francesco Gheghi.

            Ciò detto, in un cinema italiano che ancora fatica a produrre storie che parlino (davvero) delle nuove generazioni e, soprattutto, come le nuove generazioni, Alfieri e Stasi hanno il merito di riuscire a scrivere personaggi che suonano e arrivano allo spettatore con una forza naturale e autentica.

            Complice, in tal senso, un cast di talenti emergenti (come Francesco Gheghi ed Enrico Borello, di nuovo assieme e molto sinergici dopo l’esperienza sul set di Familia, dal quale fa ritorno anche un sempre vigoroso e incrollabile Francesco Di Leva) e, addirittura, di scoperte nuove e folgoranti che, con la loro energia pura, informe, quasi elettrica, dominano e riempiono il grande schermo. Parliamo di Justin De Vivo, Giordano Giansanti e Luca Petrini, selezionati attraverso street casting, ai quali, non a caso, vengono affidati i tre ruoli principali della vicenda.

            Difatti, è la loro sorprendente statura drammatica, il carisma magnetico, la cinegenia in fin dei conti a trascinare e tenere salde le fila e gli esiti del racconto. E di una pellicola che, nondimeno, non riesce a sublimare fino in fondo le intenzioni e le maglie visibilissime della produzione targata Eagle Pictures e Roberto Proia, qui nel tentativo di rifacimento e replica della formula e del successo imprevisto de Il ragazzo dai pantaloni rosa, con cui 40 secondi condivide qualche punto di contatto: lo sguardo sull’intimità e sulle gerarchie invisibili del mondo giovanile, la presenza pervasiva dei social, e la figura dei ragazzi come vittime predestinate di modelli maschili tossici e di una cultura che ancora fatica a riconoscere la propria fragilità.

            Una parentela, quella col film di Margherita Ferri, che Alfieri non riesce mai ad evitare o rifuggire. Anzi, in più di un’occasione, ma anche nello stile e nel linguaggio impiegati, pare di trovarsi di fronte ad una sorta di sua maturazione. Ad un’(altra) operazione di primaria e chiara destinazione scolastica che vuole seguire di pari passo la crescita dei giovani spettatori che, meno di un anno fa, hanno riscoperto e si sono commossi di fronte alla storia di Andrea Spezzacatena e che (la casa di produzione spera) faranno lo stesso con quella di Willy. Non più quindi un teen drama scolastico, colorato, di chiara impronta netflixiana, ma una sorta di riduzione accessibile — volutamente “educativa”, didascalica, facile nelle sue allegorie visive — del cinema di periferia, borgata e piccola e grande criminalità dei vari Sollima, Caligari, D’Innocenzo e Carpignano.

            Un’operazione, questa, che resta comunque legittima e comprensibile, specie nell’ottica di un tentativo di traghettare un pubblico giovane verso una maggiore consapevolezza sociale. Tuttavia, proprio questa forte impronta produttiva, il suo carattere “costruito” e programmatico, la confezione finisce per comprimere, almeno in parte, la potenza drammatica ed espressiva a cui 40 secondi avrebbe potuto ambire.

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