
IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA ridona speranza al cinema italiano
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Il ragazzo dai pantaloni rosa
USCITA ITALIA: 7 novembre 2024
REGIA: Margherita Ferri
SCENEGGIATURA: Roberto Proia
CON: Samuele Carrino, Claudia Pandolfi, Sara Ciocca, Corrado Fortuna, Andrea Arru
GENERE: drammatico, biografico
DURATA: 121 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Al suo secondo lungometraggio, la regista Margherita Ferri parte dalle parole di una madre, Teresa Manes, per ricordare la storia (vera) del figlio, Andrea Spezzacatena, quindicenne suicida perché vittima di cyberbullismo. Ne deriva un film spesso minato da una sceneggiatura imperfetta, ma ammantato - pur nella tragedia - di una luce di speranza, tanto per i protagonisti (reali e finzionali) della vicenda, quanto per il futuro del cinema italiano, che, di sguardi come quello di Ferri, ha un disperato bisogno.
Iniziamo col dire che, secondo chi scrive, non c’è (quasi) niente di peggio, di più svilente e pigro, che definire il cinema un qualcosa di “necessario” o un film “utile”, ridurlo alla stregua di un oggetto pronto all’uso. Come in tutte le cose, però, esistono le eccezioni - che, tuttavia, confermano la regola.
Una di queste è Il ragazzo dai pantaloni rosa, opera seconda della regista bolognese Margherita Ferri, che trae ispirazione dalla reale vicenda di Andrea Spezzacatena - quindicenne vittima di bullismo e cyberbullismo di chiara matrice omofoba, morto suicida a pochi giorni dal suo compleanno - e dal libro (tra un memoir e il tentativo di metabolizzazione del lutto) scritto dalla madre Teresa Manes, dal titolo (emblematico) Andrea oltre il pantalone rosa.
Il tema, come si può ben intuire, si presta facilmente a simili appellativi che, sempre secondo il nostro parere, riducono, soffocano le potenzialità del cinema. Ciò non significa che la pellicola in questione rifugga anche tali lidi, anzi si dimostra molto (talora fin troppo) limpida, esclamativa, pedante nelle sue intenzioni eminentemente pedagogiche. Ad un certo punto, addirittura, verrà detto che la storia bisogna studiarla cosicché “non si possano più commettere gli stessi errori”.
Una frase, questa, che suona ed è la più esplicita dichiarazione d’intenti di un racconto che vuole - e per alcuni (fra cui lo scrivente) deve o dovrebbe - essere giustamente visto, studiato, capito, discusso, non tanto per presunzione di annullare il problema, per fare in modo che di Andrea non ce ne siano altri, quanto per invitare gli spettatori ad accorgersi di chi e di quello che li circonda. Cosa apparentemente semplice, scontata a parole. Meno nei fatti, come testimonia appunto l'esperienza di Teresa.

Magari qualcosa si può scorgere, intravedere, intuire, ma da qui al comprenderla in profondità, ce ne vuole. Altre volte, invece, ci si lascia autoconvincere da idee e giustificazioni perché, sul momento, nell’immediato, manca la forza di accettare che no, Andrea può non essere un bambino felice, ma uno che invece “vuole rendere felici gli altri”. È proprio questo breve scambio tra madre e nonna a custodire il cuore de(l discorso de) Il ragazzo dai pantaloni rosa: una vicenda, ancor prima che di bullismo e omofobia, di persone (e poi personaggi) che cedono al rumore assordante delle parole o del silenzio altrui (genitori, figli, compagni, amici), e finiscono vittima delle catene di un’autopersuasione opprimente, finanche dannosa.
Ebbene, malgrado questo suo essere didascalico ed educativo possa spesso impedirgli di apparire realmente sincero, o di colpire e arrivare come e fin dove potrebbe (appunto, “oltre i pantaloni rosa”); quello di Ferri e dello sceneggiatore, produttore e primo animatore Roberto Proia si rivela comunque un ottimo esempio di “cinema di sistema”, un intelligente gesto filmico, di vocazione socio-realista, che lavora sul segno e sulla forma per diffondere un messaggio civico, collettivo e inevitabilmente emotivo.
La regista torna e amplifica allora le tematiche verso cui ha già dimostrato vocazione e sensibilità nel suo primissimo lungometraggio, Zen sul ghiaccio sottile - nel quale si seguivano in scena le vicende di un gruppo di personaggi chiamati a fare i conti con quel periodo delicato e ipersensibile che è l’adolescenza, e quindi a crescere e affacciarsi, per la prima volta, sulle complessità del mondo adulto e della ricerca di una propria identità -, e dà l'impressione di catturare nel suo naturale farsi e darsi (e non mettere in scena) la storia di Andrea da tanto è delicato, attento, misurato il suo approccio e apporto.
A maggior ragione, dopo aver visto Il ragazzo dai pantaloni rosa, riteniamo fermamente che il suo sia uno sguardo di cui il cinema italiano ha estremamente bisogno, ora come ora.

D’altro canto, si dimostra parimenti accorta nell’afferrare e tradurre in immagine l’intenzione, prima di tutto produttiva e poi narrativa, dello stesso Proia, che a sua volta mette a frutto l’esperienza del silente ma efficace franchise di Sul più bello, cioè la padronanza dei toni, dei modi e dei “colori” del teen drama d’oltreoceano, per dar forma ad un’operazione di abile contrasto.
Suoi non sono due, ma ben tre (la scelta migliore del copione è proprio porre i riflettori anche sul jock/bullo Christian) character studies, messi in risalto da un casting preciso, dalle interpretazioni di (un’appassionata) Claudia Pandolfi, Samuele Carrino (una sorprendente rivelazione), Andrea Arru (degno di nota nel suo riuscire a farci intuire la complessità parimenti caotica del suo personaggio anche solo grazie al corpo) e (di una ancor più matura) Sara Ciocca, ma soprattutto per merito, appunto, di una costruzione e rappresentazione imprevedibilmente pop.
In questo senso, rientra per ultima Canta ancora, la (bella) canzone originale scritta, composta e cantata da Arisa, alla quale spetta l'onere di chiudere la vicenda, riannodare il racconto in prima persona di Andrea, e infine passare il testimone (sempre) alle parole di Teresa. Dar voce al bellissimo sforzo che è essere madre, e sentimento ad un fardello iniquo e straziante.
È proprio questo brano l'acuto di un film imperfetto, ma al contempo ricco di spiragli di luce e speranza per il futuro del cinema italiano.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





