
PER TE non è il solito film sulla malattia
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Per te
USCITA ITALIA: 17 ottobre 2025
REGIA: Alessandro Aronadio
SCENEGGIATURA: Alessandro Aronadio, Ivano Fachin, Renato Sannio
CON: Edoardo Leo, Teresa Saponangelo, Javier Francesco Leoni, Giorgio Montanini
GENERE: drammatico
DURATA: 115 min
In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Con Per te, Alessandro Aronadio firma un film capace di restare in equilibrio sul crinale sottile tra dolore e leggerezza senza mai cedere alla retorica o al sentimentalismo. Tratto dalla storia vera di Mattia Piccoli, il film trasforma il tema della malattia in un’eco che attraversa e non domina, preferendo al racconto della perdita quello, inatteso, della felicità che resiste. Una fiaba moderna sul tempo e sulla memoria con un Edoardo Leo mai così misurato e vulnerabile.
Chi lo guarderà con la speranza, magari anche un po’ colpevole, di commuoversi fino alle lacrime, può stare tranquillo: Per te non delude. Ma il miracolo è che non tradisce nemmeno chi, davanti alla premessa di un film “sulla malattia”, comincerà già a irrigidirsi temendo il peggio: il sentimentalismo, la pornografia del dolore, il melodramma programmato per strappare singhiozzi e applausi. Possiamo dire infatti che il quinto tentativo dietro la macchina da presa di Alessandro Aronadio riesce dove altri hanno fallito (e falliranno), raccontando un’incredibile storia vera (questa volta, non solo per pubblicità) più che con un tocco delicato o chissà quale scrittura sofisticata, con un’intuizione, un cambio di passo che gli svolta letteralmente tutto il film.
La vicenda (già messa nero su bianco da Serenella Antoniazzi nel libro Un tempo piccolo) è quella di Mattia Piccoli, il bambino di 11 anni nominato Alfiere della Repubblica da Sergio Mattarella nel 2021 per il suo amore e la dedizione nel prendersi cura del padre affetto da una rara forma di Alzheimer precoce. Anche solo leggendo queste righe, verrebbe naturale aspettarsi l’ennesimo film che descrive una parabola lenta e lineare verso un dolore crescente, l’appannarsi della mente, la sfocatura dei sensi. Aspetti che, va detto, Aronadio traduce talvolta in allegorie visive un po’ ingenue, forse retoriche e certo non indispensabili.
Nondimeno, il regista e sceneggiatore capitolino sceglie di non intendere, pensare, “scrivere” la malattia come tema, bensì come eco fantasmatica che puntualmente e fatalmente si manifesta. Centrale è piuttosto una forma possibile di felicità, domestica e fragile, che resiste allo spettro di una dissolvenza identitaria, oltre che mnemonica (del resto, siamo ciò che ricordiamo). Laddove quindi questa compagine folta, foltissima, di storie affini tende a ricoprire il malato e tutti coloro che gli gravitano attorno di una coltre di irriducibile tristezza, localizzando e circoscrivendo al di fuori e al di là di suddetta cerchia una gioia forse mai più raggiungibile, qui si decide al contrario di inquadrare il ristretto nucleo familiare dell’uomo, padre, marito quale isola di gioia che resiste in un mondo torvo e anemico, dove dominano l’indelicatezza e il giudizio.

È un ribaltamento e spostamento di sguardo che si accompagna ad una fantasia e un’immaginazione che si manifestano qua e là nell’approccio del cineasta al materiale narrativo ed emotivo: inserti grafici, frammenti di stop-motion, alternanze, parallelismi e citazioni cinefile punteggiano la narrazione, restituendole un tratto giocoso.
Il suo è uno sguardo adulto che non ha rinunciato alla leggerezza dell’infanzia, un po’ come quello del suo protagonista, Mattia: un bambino cresciuto forse troppo in fretta, ma che, proprio attraverso la malattia del padre, (re)impara la levità e la dolcezza. In tal senso, l’amarezza non è negata, ma attraversata; e la tenerezza non serve a mascherarla, bensì a renderla abitabile. Insomma, è un approccio agrodolce nel senso più autentico ed etimologico del termine, quello di Aronadio, che dopo il fenomeno netflixiano Era ora torna a riflettere sul tempo come perdita, sulla nostra percezione dell’attimo e dei momenti in un’epoca di inesauribile frenesia e distrazioni continue.
Per te si configura pertanto come un’altra fiaba moderna, capace di mescolare ironia e malinconia, di trasformare l’urgenza esistenziale in urgenza narrativa: raccontare per non dimenticare, raccontarsi per continuare a vivere. La fotografia – e, per estensione, il cinema stesso – come cristallizzazione e certificazione a posteriori di una vita vissuta diventano allora il gesto fondante dell’operazione, un attoo che tiene insieme memoria e presente, ricordo e dissolvenza.
Ciò detto, la pellicola e gli esiti di questo suo fluire naturale ed equilibrato verso un finale di inevitabile afflato drammatico vivono anche e soprattutto della credibilità e dell’alchimia dei propri interpreti. Teresa Saponangelo (che continua a “fare scherzi” come in È stata la mano di Dio) non subisce la marginalità del ruolo di mamma Michela, ergo la concentrazione del discorso sul rapporto padre-figlio, ma anzi riesce ad imporsi e ad imporre questo suo personaggio con un tanto paradossale quanto efficace misto di dolcezza e fermezza.
Accanto a lei, il giovanissimo Javier Leoni si rivela un corpo che parla, uno sguardo puro ma non ingenuo attraverso cui tutto viene filtrato. Per quanto il film sia contestabile per la scelta (congenita, va detto, a quasi tutta la produzione italiana recente) di privilegiare il punto di vista (più comodo) dell’adulto rispetto a quello del bambino, il suo Mattia resta comunque il baricentro del racconto, il punto d’incontro tra realtà e trasfigurazione fanciullesca e vitale.
E infine, un Edoardo Leo in odore di David, che consolida il proficuo sodalizio con Aronadio, consegnandoci una delle sue migliori prove, la più sentita e intensa da molti anni a questa parte. Egli abbandona i tic della commedia e si affida ad un registro asciutto, vulnerabile, costruendo un personaggio che, nel progressivo smarrimento di sé, trova una nuova forma di presenza.
In questa sua prova c’è un po’, in nuce, l’intero senso del film: la malinconia, la grazia, la consapevolezza che la memoria – come il cinema – non serva a trattenere il tempo, ma a dargli per un istante la parvenza di una forma.
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