
FESTIVAL DI VENEZIA 82
LA VALLE DEI SORRISI è il primo horror italiano moderno
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La valle dei sorrisi
USCITA ITALIA: 17 settembre 2025
REGIA: Paolo Strippoli
SCENEGGIATURA: Paolo Strippoli, Jacopo del Giudice, Milo Tissone
CON: Michele Riondino, Giulio Feltri, Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano, Sergio Romano, Anna Bellato, Sandra Toffolatti, Gabriele Benedetti, Diego Nardini, Roberto Citran
GENERE: horror, thriller
DURATA: 122 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Nel nuovo film di Paolo Strippoli, un villaggio alpino felice fino all’inverosimile si rivela teatro di un incubo collettivo: La valle dei sorrisi intreccia coming of age e horror allegorico, tra trauma, paternità e bisogno di comunità, confermando il talento di un autore ormai maturo, pur zoppicando in alcune scelte e passaggi narrativi.
Remis è un paesino sperduto tra le montagne, isolato dal mondo e immerso in una serenità sospetta. I suoi abitanti sono tutti, inspiegabilmente, felici. Il che, per Sergio Rossetti, ex-campione di judo e nuovo insegnante di educazione fisica in fuga da un passato oscuro, potrebbe essere l’ideale per ricominciare. Ma grazie all’incontro con Michela, giovane locandiera, scopre che dietro questa armonia idilliaca, quasi plasticosa, si nasconde qualcosa di inquietante, legato ad un tremendo e sanguinario incidente ferroviario avvenuto qualche anno prima. E un giovane ragazzo, Matteo Corbin, che tutta la comunità ritiene un angelo piovuto dal cielo per salvarli dalle loro sofferenze. È sufficiente abbracciarlo che ogni traccia di dolore e pentimento viene assorbita. Scoperto questo (seppur a proprio, iniziale beneficio), Sergio decide di proteggerlo, scatenando così la furia di mezza Remis, terrorizzata all’idea di dover rinunciare al loro agnello sacrificale e ricominciare a fare i conti, una volta per tutte, con sé stessi, la propria interiorità e i propri sentimenti.
Terzo lungometraggio per l’enfant prodige dell’horror italiano Paolo Strippoli, La valle dei sorrisi parte da un’idea potente, ma tutt’altro che inedita per amanti e cultori dei racconti da brivido. E cioè quella di immaginare il genere in questione non solo come semplice macchina di paura e tensione, ma anche e soprattutto quale spazio simbolico - tra identità, senso di appartenenza (fondato sul dolore), crescita e paternità - in cui interrogare il mondo con cui si ritrovare a “dialogare” fuori dal grande schermo. Al contempo, reimpiega le convenzioni e i luoghi comuni di un coming of age, facendone mutazione dolorosa, coincidente con la perdita dell’innocenza. Il nostro Matteo incarna al tempo stesso la diversità, il trauma e la possibilità di redenzione, diventando specchio di un mondo che cerca la felicità a tutti i costi, anche a prezzo della libertà e del dolore. D’altra parte, la paternità viene invece concepita alla stregua di un campo minato tra protezione e controllo.
Dunque, la pellicola si muove espressamente nel solco dell’ultimo ritrovato dell’horror. Di quel cosiddetto elevated horror (in cui si riconoscono i vari Peele, Aster, Eggers e Perkins) accogliendone sia i pregi che i difetti. In tal senso, si rivolge e assimila tanti temi – maschilismo tossico, fanatismi religiosi, xenofobia, fluidità di genere, bisogno di comunità. Forse pure troppi, verrebbe da riconoscere, tanto da rendere Remis quasi un metafisico e ideale circo degli orrori contemporanei. Eppure, al netto di qualche inevitabile dispersione, il quadro resta suggestivo: una società che bandisce il dolore e predica la felicità come religione assoluta - in questo, evoca a più riprese (e nei momenti più affollati e coreografati) il primo Smile di Parker Finn.
A zoppicare naturalmente è la costruzione narrativa, appesantita da un ritmo irregolare e da una durata eccessiva per un progetto di questo tipo. La prima ora indugia troppo nell’accumulare atmosfere, col rischio di smarrire lo spettatore, mentre la seconda ingrana con decisione, accendendo la tensione e mostrando il volto più perturbante di Remis. Peccato che il finale, invece di chiudere al culmine naturale, si dilunghi fino ad annacquarsi, dissipando gran parte della forza conquistata.
Ciò non impedisce però a La valle dei sorrisi di funzionare su più piani. Sia come horror puro, con momenti al cardiopalma e jumpscare intelligenti, completati da un design e uso del sonoro da manuale, posto ad amplificazione di ogni movimento di macchina, di ogni zoom improvviso. Sia in quanto allegoria di un trauma collettivo. Nella fattispecie, cosa succede quando una comunità pretende di affidare il proprio dolore a un capro espiatorio, convinta che qualcuno debba farsene carico al posto loro. O, meglio, l’oppio dei popoli travestito da carezza consolatoria.
Senza allontanarci troppo dal carattere ludico, possiamo dire che quello di Strippoli è, tra le altre cose, anche un parco giochi di riferimenti: da Twin Peaks agli “animali” di Dario Argento, da Il villaggio dei dannati a Midsommar, senza dimenticare Carpenter e De Palma. Allo stesso tempo, malgrado le citazioni, la pellicola mantiene una propria cifra, filtrando un’iconografia visibilmente cristiana e cattolica attraverso il prisma del folclore e del perturbante. Come caratterizzato e caratteristico è il cast, ben assortito e complessivamente efficace, forte di una scelta azzeccata dei volti (specie quello del qui debuttante Giulio Feltri), pur con qualche eccesso nel registro di Michele Riondino. E se A Classic Horror Story (co-firmato col “perduto” Roberto De Feo) ne aveva mostrato il talento in maniera ancora acerba, qui il cineasta accede ad una prima, vera maturità, vicina per ambizione e intensità a Piove - nonostante questo nuovo gli sia di poco inferiore.
Non è certo un film perfetto, nondimeno La valle dei sorrisi è indispensabile nel suo essere, in un certo senso, il primo vero horror italiano moderno. Perché non chiede permesso al genere, non lo piega a pretesto, né si rifugia nell’omaggio. Ma - per quanto banale o assurdo possa apparire (ma non lo è affatto) - lo pratica. Dimostra finalmente, dopo decenni di esitazioni, che in Italia è possibile tornare a maneggiare l’orrore con serietà e gusto, professionalità e competitività. Un orrore e un genere che viene prima di ogni cosa. Che è di fatto condizione irrefutabile e incontrovertibile di una (solo dopo) parabola sul dolore che non va rimosso, sulla felicità che non può essere imposta, e sul coraggio di chi sceglie di abbracciare i propri traumi.
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