
FESTIVAL DI VENEZIA 82
FRANKENSTEIN, il mito che incatena Del Toro
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Frankenstein
USCITA ITALIA: novembre 2025
REGIA: Guillermo del Toro
SCENEGGIATURA: Guillermo del Toro
CON: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer, Charles Dance, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery
GENERE: horror, fantascienza, drammatico, fantastico, avventura
DURATA: 149 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Dopo Pinocchio, Frankenstein. Guillermo del Toro “rifà” il suo ultimo capolavoro, adattando uno dei suoi testi sacri. Sembrerebbe un altro progetto da sogno, un film perfetto sulla carta che purtroppo però quando prende vita sullo schermo soffre di una troppa reverenza, una mancata (e autentica) rilettura, e le imposizioni da piattaforma.
Con la sua rilettura in stop-motion del Pinocchio di Carlo Collodi, Guillermo del Toro - il cantore gentile della diversità, “il bambino che ama i mostri” - ci ha consegnato quello che, già a suo tempo, definimmo un autentico capolavoro. Un film quasi impeccabile nel suo equilibrio tra tecnica e poesia, rigore e passione. La summa di una poetica, certo, ma anche un’opera in grado di fondere la favola con un’estetica gotica ed espressionista potente e inconfondibile, la satira con l’emozione, la riflessione filosofica con lo slancio politico. Una produzione della durata di ben nove anni che, tra le altre cose, ha rinforzato una collaborazione già proficua (da Trollhunters a Cabinet of Curiosities) tra il regista messicano e il colosso dello streaming Netflix.
Un rapporto che scrive un nuovo capitolo col diretto successore di quella pellicola, e un’altra traduzione di un’opera letteraria, che è Frankenstein (o il moderno Prometeo) di Mary Shelley. Trattasi inveri di un altro dei suoi tanti dream project; una fantasia che albergava da chissà quanto tempo nei suoi sogni. O, per dirla con le sue parole, “una ricerca che per me è iniziata a sette anni, quando ho visto per la prima volta i film di James Whale”. Quello è il momento in cui - al pari dello stesso dottor Victor Frankenstein quando comprende di poter dare (o ridare) vita all’ossessione che l’ha accompagnato fin da quando era solo un bambino - ha avuto un’illuminazione, un tremito, “un sussulto di consapevolezza”.

Ma torniamo a Pinocchio, da cui bisogna partire obbligatoriamente. Perché come lì Del Toro affronta la materia originale alla ricerca dei tratti che ne hanno informato e assicurato il carattere mitico, leggendario, finanche l’eternità, ma soprattutto dei modi - pure misteriosi e imprevedibili - in cui queste tracce riescono a sposarsi con la sua sensibilità e coi motivi cardine, ricorrenti e definitivi di una filmografia ormai trentennale.
Quel che ne risulta è la scoperta di quanti punti di contatto esistessero già dal principio tra queste due opere (e pietre miliari) all’apparenza distanti (geograficamente e culturalmente) e agli antipodi. L’una fiaba moralistica, l’altra parabola seminale dell’immaginario orrorifico, eppure entrambe dialoganti tra loro quasi specularmente.
Sono storie di “figli” nati non dalla natura ma dall’intervento artificiale di un creatore. Da una parte Geppetto, che intaglia il legno spinto dal desiderio di un figlio; dall’altra Victor, che plasma la vita dalla materia inerte, salvo poi rinnegarla. Ad ogni modo, ciò che ne deriva è un essere “altro”, un diverso che la società respinge. Pinocchio e la Creatura condividono così la stessa ferita originaria: il bisogno di riconoscimento, di amore, di appartenenza. Se il primo sogna di diventare un bambino vero, il secondo implora di essere accettato come uomo; e il loro cammino diventa la parabola universale della ricerca di una propria identità. In qualche modo, favola e horror si toccano, si confondono, nell’immagine di un’infanzia fragile che si misura con un mondo adulto brutale e inospitale. Senza dimenticare poi l’elemento morale e politico, centrali sia in Collodi, che parla di educazione e disciplina borghese, sia in Shelley, che invece declina queste tematiche attraverso la lente del progresso e della responsabilità etica.
Da qui, l’idea del Pinocchio deltoriano come prodromo, testo seminale, forma ideale di discorsi che fluentemente e naturalmente vengono riproposti in questa nuova pellicola. Frankenstein è, in altre parole, una variazione della medesima partitura, un “rifacimento” con tutte le particolarità del caso: se non dark (di ombre, invero, ve n’erano in abbondanza nel precedente, e peraltro più inquietanti), sicuramente gotico, meno “latino” e più anglosassone, oltre che “dal vero”, per così dire.

Tutto comincia, si consuma e conclude allora nel rapporto tra un padre e un figlio, tra un creatore – sempre umano – e una creatura (che è sempre il risultato di scelte, azioni e privazioni). Tale rapporto è regolato, caratterizzato dal tema della morte - qui privata e ricercata invano -, tramutandosi in un’occasione di riflessione sul senso stesso dell’esistenza, con la creatura, segnata dalla diversità, che si fa specchio di un’umanità rivelata nelle proprie contraddizioni più profonde.
A questo si intreccia poi un tema altrettanto centrale, che è quello della disobbedienza. Pinocchio cresce infrangendo regole e dogmi, mentre l’altro si ribella al proprio destino di abiezione; in ambo i casi, la trasgressione diventa via di emancipazione e presa di coscienza.
Allo stesso tempo, il contesto che li circonda è un mondo in cui regna soltanto “morte, morte e ancora morte”, irretito da guerre costanti (a tal punto che se n’è perso il conto!), e rispondente ad un ordine patriarcale e intollerante che schiaccia tutto ciò che non comprende o rientra nella forma. E se nel film d’animazione (come nella sua fonte primaria) la riflessione converge sull’accettazione della mortalità e dell’imperfezione come tratti costitutivi dell’umano, in Frankenstein (e nel romanzo di Shelley) l’immortalità è la condanna dell’esperimento di un outsider che ha osato sfidare i confini della natura e della morale, dando vita a un essere che non è altro che proiezione della propria emarginazione e che egli stesso condanna a vittima, finché quest’ultimo non trova la forza di spezzare quella catena.
Ciò detto, al centro rimane comunque il conflitto irrisolto tra desiderio di amore, riconoscimento e condanna (paterne e sociali), che rendono l’essere umano fragile, vulnerabile e tragico; unico giocatore di una partita a scacchi in solitaria. Di ritorno altresì è l’idea della creazione come un atto intrinsecamente egoistico: un gesto a metà tra hybris e ossessione che soddisfa chi lo compie ma che si traduce in intrusione e appropriazione, in vincolo reciproco e in prigionia condivisa.
Il parallelismo - puramente metatestuale e autoriflessivo - tra l’impresa di Victor e l’impresa del cinema vien da sé: l’uno e l’altro “prometei“ di mondi e tempi diversi, sospesi tra scienza e magia, nati dall’assemblaggio di frammenti eterogenei che prendono vita davanti agli occhi dello spettatore. È una creatura che porta impressa la traccia del proprio creatore ma che, una volta generata, si emancipa, rivendica autonomia, talora ribellandosi.

Il che è esattamente quello che, nonostante tutto, accade a quest’ultima opera di Del Toro, il cui peccato originale è insito nella riverenza che questi nutre nei confronti di Shelley e del suo mito. Se Pinocchio non apparteneva e appartiene pienamente alla sua “genetica culturale”, Frankenstein, al contrario, rappresenta la matrice primaria, quasi l’origine di una passione coltivata sin dall’infanzia, come lui stesso riconosce quando definisce l'horror gotico una “religione” e “Boris Karloff il mio Messia”. Proprio questa fedeltà assoluta ne irrigidisce la trasposizione, impedendole di respirare o deviare dai binari dell’adorazione per trovare una reinvenzione nuova e veramente radicale.
A questo, si sommano l’intervento e l’evidente influenza e interferenza di Netflix nel processo produttivo. Una negoziazione tra artista e mecenate - che il testo finisce inconsciamente per includere e trasfigurare al proprio interno - e che appiattisce e soffoca ulteriormente la visione, spingendola verso lo stereotipo. O, ancor peggio, verso un manierismo sintetico, insieme riduzione, ricombinazione, vero e proprio taglia-e-cuci di suggestioni, sue (Crimson Peak, La forma dell’acqua, il succitato Pinocchio) e di altri (parliamo di Ridley Scott, di Tim Burton, dell’amico Hideo Kojima).
Neppure il cast riesce a riequilibrare le cose. Pur valido, Jacob Elordi si rivela inadatto nei panni della Creatura, il cui design, sospeso tra rimandi a Hellboy e curiosi echi di Rocky Horror Picture Show e Prometheus, è comprensibile ma altrettanto fuori fuoco. Oscar Isaac invece offre un’interpretazione fin troppo affettata di un Victor Frankenstein oscuro, ossessivo, che dovrebbe apparire malvagio ma non lo è mai davvero. Il tutto, è infine rivestito da un involucro sontuoso e milionario, talvolta persino ridondante, quando sarebbe bastata una misura più sobria, leggera, intimista. Intrappolata nell’artificio dei sound stages, la pellicola si fa enfatica, verbosa, atrofizzata; tesa tra hybris autoriale (con piccoli omaggi quali l’epigrafe finale di Lord Byron, evocazione della notte e della sfida letteraria sul lago di Ginevra che diede vita al mito) e compromesso industriale.
Se sulla carta, per ambizione, avrebbe potuto essere “da sogno”, di Frankenstein sopravvive in fondo solo l’incubo. Quello di una standardizzazione autoriale da piattaforma.
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