
PATERNAL LEAVE è figlio di due grandi interpretazioni
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Paternal Leave
USCITA ITALIA: 15 maggio 2025
REGIA: Alissa Jung
SCENEGGIATURA: Alissa Jung
CON: Juli Grabenhenrich, Luca Marinelli, Arturo Gabbriellini, Gaia Rinaldi, Joy Falletti Cardillo
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 113 min
Presentato al Festival di Berlino 2025 nella sezione Generation
VOTO: 6/7
RECENSIONE:
L'attrice tedesca Alissa Jung passa dall'altro lato della macchina da presa ingaggiando il marito Luca Marinelli in un incontro di sensibilità ed esperienze con la anch'ella esordiente Juli Grabenhenrich. Basta questo e un'ambientazione ben sfruttata per raccontare la tempesta interiore di un'adolescente e del padre che non ha mai conosciuto. Avvincente, Paternal Leave, malgrado le molte ingenuità.
Due attori e un mare in tempesta per raccontare una tempesta interiore, di vite e sentimenti. Questo è tutto ciò che serve all’attrice tedesca Alissa Jung per passare dall’altro lato dell’obiettivo e darci, creare, fare del (buon) cinema con Paternal Leave, il suo debutto - per l’appunto - alla regia di un lungometraggio dopo un paio di corti. Per narrare altresì la storia di una figlia e di un padre che le onde del destino, gli strascichi delle proprie scelte, o ancora le maree di un sentire e sentirsi, hanno diviso.
È sulle orme di questa frattura che la quindicenne Leo parte all’improvviso dalla Germania, in direzione Italia, Emilia-Romagna, Marina Romea, dove spera di (ri)trovare Paolo, quel surfista sprovveduto e scapestrato che anni prima ha deciso di rifiutarla, di non riconoscerla, di abbandonarla totalmente alle cure della madre. Senso di inadeguatezza, paura, vergogna, tensione: questi possono essere e sono in parte le sensazioni che entrambi provano nel vedersi, davvero, per la prima volta, chi aprendo, chi riaprendo una pagina di sofferenza. Una storia il cui prosieguo è solo nelle loro mani. Alla stregua di riflessi delle reciproche sorti, è nella conoscenza dell’altro che entrambi impareranno a conoscersi, finanche a scoprire sé stessi, malgrado tutto e a fronte dei tantissimi ostacoli - non ultimo, quello linguistico.
Del resto, è proprio questo il senso e il fulcro di una pellicola che fa dei consueti non detti, degli sguardi e dei silenzi la chiave con cui i personaggi raggiungono e sondano le proprie e altrui profondità, poi espresse, esposte, restituite allo spettatore.

Torniamo pertanto all’importanza dei due interpreti protagonisti (e, ancor prima, del loro casting), come pure alla generosità che concedono a questi personaggi, e alla sincera, autentica e credibile alchimia che sono riusciti ad ottenere (sul set e non), ingaggiati in una sana e funzionale gara di bravura e sorretti da un occhio registico che conosce bene com'è stare dall'altra parte della macchina da presa.
Con audacia, Jung sceglie il marito Luca Marinelli per incarnare, dare letteralmente un volto, un corpo, un’identità (anche divistica), una filigrana, una luce chiaroscurale alla complessa figura di Paolo: un ragazzino nel corpo di un uomo. Una figura maschile (e paterna) inetta, assente, in crisi, in balia delle proprie decisioni, di errori verso cui prova malessere, disagio, pentimento, di situazioni a cui sta cercando di porre rimedio, per quanto sia e si dimostri incapace di prendersi le proprie responsabilità. Un personaggio contrito a cui il nostro sa dare, anzi garantisce uno spessore, un senso di vuoto abissale, un’umanità da comprendere senza necessariamente demonizzare, descritta e resa attraverso piccole soluzioni, gesti, frasi, coi suoi lati gentili e i suoi coni d’ombra, le fratture e il fascino, la violenza egoistica e un po’ meschina di alcune uscite e l’indiscutibile sensibilità e delicatezza d’altre.
Ciò detto, laddove la presenza di Marinelli si riveli ennesimo segno, nuova conferma di una dote netta e delle capacità cristalline di un attore mimetico e versatile nel suo portare, tradurre, accordare la propria cifra a qualsiasi tipologia, grandezza, latitudine estetica; è probabilmente ancor più interessante (e una scelta, per certi versi, vieppiù audace da parte di Jung) colei che condivide la scena con questo fuoriclasse della recitazione. Paternal Leave è infatti anche la prima volta per la sedicenne Juli Grabenhenrich, un talento puro, istintivo, fervido e vivace, e quindi diretto, naturale, veicolato da un corpo e da un volto davvero significativi, a partire dalla modernità del profilo e insieme dall’idea di un femminile nuovo, potente, maturo (seppur nella fanciullezza dei modi) di cui si fanno portatori.
Un po’ Leonie Benesch, un po’ Alba Rohrwacher, la giovanissima esordiente - che Jung inquadra sulla scorta del cinema di Lukas Dhont, Andrea Arnold e Felix Van Groeningen - non è soltanto una scommessa vinta, una piccola, grande rivelazione che speriamo possa ripresentarsi presto di fronte ai nostri occhi, ma è al contempo (e proprio per questo motivo) il perno attorno cui gravitano e su cui dipende l’esito della pellicola. Più volte, l’incontro fra lei e Marinelli fa scoccare qualcosa che rifugge, riesce ad eludere lo schematismo, la psicologia un po’ grossolana e la freddezza programmatica col quale la sceneggiatura, talora, sviluppa il viaggio e il travaglio emotivo di Leo e Paolo.
Complice in e di questo è, in primo luogo, la succitata questione linguistica, con un inglese stentato da entrambe le parti che diventa sì dimensione mediana, di incontro tra i due personaggi, ma toglie a sua volta incisività e mordente ai dialoghi. A questi - efficaci quando si muovono sul filo sottile di un’ironia caustica, agrodolce, eppure spesso preda di ridondanza e artificiosità: un'effettiva lama a doppio taglio - bisogna poi sommare un racconto tutt’altro che immune a qualche congenita ingenuità da esordio, tra scenari proverbiali, eccessi simbolici e metaforici, e una generale indecisione narratologica, causa di prolissità e di troppi finali (solo) possibili.

Ad ogni modo, l’essenza del soggetto ideato dalla stessa Jung, il nodo della questione è che tutti siamo figli di qualcuno su cui non abbiamo avuto diritto di scelta. Chi siamo è come dire da chi veniamo; da quale storia nasciamo. Come diceva il poeta, "non è difficile diventare padre. Essere un padre: questo è difficile".
Nondimeno, ognuno di noi può decidere dei suoi rapporti e delle sue emozioni. Scegliere che figli e - qualora la vita andasse in questo verso - che genitori essere, accettandone inverni ed estati, bonacce e mareggiate, conseguenze e implicazioni di diversa natura. Di una natura - questo è certo - non necessariamente docile, accogliente, accomodante, conciliante, bensì arida, fredda, inospitale, selvaggia.
Ecco dunque entrare in scena una Romagna d’inverno, allo stato brado, assonnata e desolata, non addomesticata dal turismo balneare, che quasi induce all’isolamento, al ritiro, alla sconfitta. Dune, folate di vento, spiagge divorate da un mare opaco, plumbeo, agitato, fabbriche e oasi in cui scorgere qualche fenicottero: lo sfondo diventa suggestiva, oltre che razionale e coerente, congiunzione, riverbero paesaggistico, colonna sonora (diegetica), funzionale effetto scenico a tutto quello che detiene e avviene in primo piano. E, al di là dei vincoli promozionali e degli obblighi evidenti che la pellicola intrattiene con la film commission emiliano-romagnola, la riproposizione di questi posti, di questa costiera, di questo mare indolenti, gelidi, permette di distinguere una traiettoria il cui primo approdo è proprio Paternal Leave.
Parliamo di una ratifica definitiva della tendenza, alquanto recente, di rappresentare, intendere, (dis)allestire quella riviera già immortalata e catturata mezzo secolo fa dalla macchina fotografica di Luigi Ghirri, quale micro-cosmo di decostruzione e ricostruzione di un'infanzia tradita, del maschile, di ruoli e apparenze (Io e il secco), o del rapporto (familiare) con qualcuno di cui forse si è rimandata la conoscenza (La vita da grandi). Orizzonte intimo ma cruciale nei confini geografici, ideologici e sociali di un paese dove, (neanche tanto) ironicamente, contano ancora l’appartenenza ad un genere ben preciso (e “quello che abbiamo in mezzo alle gambe”) e la religione.
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