
ESORDI COME IO E IL SECCO FANNO BENE AL CINEMA ITALIANO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Io e il Secco
USCITA ITALIA: 23 maggio 2024
REGIA: Gianluca Santoni
SCENEGGIATURA: Gianluca Santoni, Michela Straniero
CON: Francesco Lombardo, Andrea Lattanzi, Barbara Ronchi, Andrea Sartoretti, Swamy Rotolo
GENERE: drammatico, commedia
DURATA: 100 min
In concorso alla Festa del Cinema di Roma 2023 nella sezione Alice nella Città
VOTO: 7
RECENSIONE:
Gianluca Santoni esordisce al lungometraggio con Io e il Secco, doppio romanzo di formazione che riconferma la (semplice) ricetta segreta alla base della riuscita e della freschezza di altri esordi più o meno coevi. Il soggetto è originale e curioso e la scrittura dei personaggi quanto di più autentico, eppure il fiore all'occhiello, l'ingrediente decisivo del film sono le interpretazioni e l'alchimia creatasi sul set tra il debuttante Francesco Lombardo e Andrea Lattanzi.
Non indugiamo: esordi come Io e il Secco sono di quelli che fanno un gran bene al cinema italiano, purtroppo ancora ingabbiato - nonostante in questi ultimi anni vi siano stati segni più o meno timidi di un risveglio - in forme, modalità, dicotomie, proposte, riferimenti e princìpi che definire vecchi è dire poco. Quello di Gianluca Santoni ricorda molto da vicino quelli di altrettante, nuove e promettenti voci del panorama nostrano, quali Cuori puri di Roberto De Paolis, Sole di Carlo Sironi e il più recente Settembre di Giulia Steigerwalt.
Non soltanto gli elementi di contatto sono numerosi, a partire da alcune presenze attoriali condivise (specie con gli ultimi due citati), ma a tornare regolarmente è più che altro una massima comune, una sorta di ricetta segreta della riuscita e della freschezza di tutti questi tentativi. Ossia l’idea, in parole povere, che la forza di un racconto non risieda solo ed esclusivamente nel soggetto o nelle tematiche chiamate in causa, quanto piuttosto - ed è quel che latita in larga parte delle produzioni italiane - l’approccio, la maniera, l’elaborazione discorsiva di tali premesse. Sembra superfluo ripeterlo, ma a quanto pare ce n’è sempre bisogno: non è così importante il cosa, quanto il come di una storia, qualsiasi e comunque essa sia.
Nella fattispecie, laddove Io e il Secco intende far fronte al tema della violenza domestica - che, in quanto sempreverde e sempre attuale, al cinema e in televisione si è da tempo esaurito, cadendo nell’abisso della retorica -, l’intreccio (e pure la storia) che trae Santoni, assistito dalla co-sceneggiatrice Michela Straniero, contribuiscono a sottrarlo da banalità certa. Ciò tuttavia non significa che si sia dovuto rinunciare alla semplicità. Anzi, come lineare e facile è quella regola di cui sopra, è proprio l’essenzialità, il riuscire a "fare tanto con poco", la più pregiata e riconoscibile delle qualità della pellicola.

Questo “poco” è, in primis, la scrittura di una ristretta cerchia di personaggi che, alla stregua di tutti gli altri film presi ad esempio, si comportano, parlano, reagiscono in maniera naturale e spontanea, lieve e tenerissima. Figure come il piccolo Denni (con la i) e il Secco - smilzo e goffo delinquentello da strapazzo addirittura più infantile, che si atteggia da criminale e “superkiller”, a cui il bambino chiede di far fuori il padre violento - danno l’impressione di vivere al di là e al di fuori dello schermo. Sono presenze che, pur nei loro drammi, errori e sfortune, mantengono sempre una dignità e un’umanità che agevolano l'immedesimazione nelle loro peripezie.
Per loro, Santoni e Straniero allestiscono un racconto che ha il merito di andare subito dritto al punto, senza girare troppo attorno alle cose, risollevato e aiutato ad uscire (quasi) indenne da quei segmenti e risvolti che altrimenti correrebbero il rischio di risultare proverbiali e programmatici, sia da questa loro felice caratterizzazione, sia dal fascino e dalla peculiarità di una Romagna invernale, quieta, sbiadita, naturalistica e anti-cartolina che fa da sfondo utile per l’irruzione in scena di eventi e sentimenti.
Ciò nondimeno, il cuore, il sentimento effettivo della pellicola risiede nei volti e corpi di “Io” e del “Secco”. Loro sono rispettivamente Francesco Lombardo, qui alla sua prima esperienza di fronte alla macchina da presa, e Andrea Lattanzi, uno dei nomi più convincenti della serie Netflix Summertime (che, in quanto a rappresentazione dei medesimi luoghi, è praticamente l’opposto). Solo grazie alla sintonia della strana coppia che formano, al legame reale, all’amicizia che si percepisce essere nata tra i due sul set, come anche alla profondità e all’insolita maturità espressiva del primo, e alla credibilità, alla recitazione istintiva e genuina, allo spirito e alla figura zerocalcariani del secondo, lo spettatore riesce ad entrare in contatto concretamente con la verità e l’affinità imprevista dei personaggi che interpretano. Denni e il Secco sono infatti segnati dai rispettivi padri o loro supplenti, e alla ricerca di una via di fuga dalle proprie, precarie situazioni, anche se soltanto con le proverbiali ali dell’immaginazione. Di qualcosa o qualcuno con cui colmare le proprie mancanze.
Solo in questo modo, l’avventura di cui sono titolari - e che condividono con interpreti del calibro di Barbara Ronchi e Andrea Sartoretti, con il solito rigore e l’invidiabile compostezza drammatica, o della giovane Swamy Rotolo di A Chiara, memorabile, capace di farsi momentaneamente protagonista, pure in un ruolo secondario e un’apparizione di una decina di minuti - può decidere del proprio destino. E quindi, non essere più solo un corretto (doppio) romanzo di formazione, ma un'opera più sconfinata, indefinibile, ironica, curiosa, dolce, sull’infanzia tradita, sugli strascichi del maschilismo tossico e del patriarcato, sul riconoscersi al di là dei ruoli e delle apparenze.
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