
THE SHROUDS e la psicologia della guarigione di David Cronenberg
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Shrouds
USCITA ITALIA: 3 aprile 2025
USCITA FRA: 30 aprile 2025
REGIA: David Cronenberg
SCENEGGIATURA: David Cronenberg
CON: Vincent Cassel, Diane Kruger, Guy Pearce, Sandrine Holt
GENERE: thriller, horror, fantascienza
DURATA: 119 min
VOTO: 8+
RECENSIONE:
A soli due anni da Crimes of the Future, David Cronenberg torna al cinema col suo film "più personale", affrontando di petto la scomparsa dell'amata moglie Carolyn, che trasfigura nel lucido e coerente prosieguo di quel che è stato il nuovo millennio per il suo cinema. In The Shrouds, la (nuova) carne non è più un saldo approdo organico, svanisce il corpo, lasciando spazio ad una sorta di carne 2.0 solo soft(ware) che diventa oggetto di una venerazione gelosa e possessiva poiché residuo dell’unico mondo in cui si è nati e stati davvero, per cui si è provato un piacere lancinante.
Con i corpi “ci hai fatto una carriera”, dice Terry al cognato Karsh in una delle sequenze di The Shrouds, il ventitreesimo lungometraggio di David Cronenberg.
Ed è ironico non solo perché è vero, ma anche perché rende essenzialmente lo spessore, il valore autoriflessivo, quando non autobiografico di una pellicola giunta di fronte agli occhi del mondo (all’edizione 2024 del Festival di Cannes, dopo una breve e infruttuosa contrattazione con Netflix per farne una miniserie) a due dall’ultima fatica del maestro del body horror, Crimes of the Future. Il quale si proponeva come un mélange concettualmente perspicace ed interessante del canone cronenberghiano, un “greatest hits” per così dire, che, a dispetto del titolo, parlava dell’allora, come di questa contemporaneità, dei crimini che commettiamo nei confronti delle nuove generazioni, nel tentativo di controllare, regolare, comprendere, sfruttare, significare un mondo e, dunque, un corpo in continua e veloce evoluzione, trasformazione, reinvenzione. Al centro, un’umanità alla ricerca solo di “un’altra epifania” per eludere l'inevitabile. La morte.
Ebbene, con The Shrouds, Cronenberg non soltanto rende questa ipertestualità parte del discorso filmico, finanche - per l’appunto - esplicitata a parole, ma compie uno scarto ulteriore. Butta forse non il cuore, ma lo sguardo oltre il proverbiale ostacolo. Oltre il limite del finito, di quel finale irreversibile.

Il motivo, la spinta e l’impulso ai quali reagisce questa sua ultima creazione non è difficile da supporre, ed è anzi lo stesso Cronenberg ad invocarla in maniera franca e diretta, sviscerandola senza vergogna. L’idea del film trova infatti le proprie radici nel lutto intimo e privato dello stesso cineasta per la recente perdita dell’amata moglie Carolyn. Indi per cui non esita a definirlo quest’ultimo come il suo lavoro più “personale” e, come già sopra, vagamente autobiografico.
Ad esso, si somma la voluta somiglianza fisica ed estetica, e la conseguente sovrapposizione teorica, col protagonista, Karsch, anch’egli vedovo di moglie, ma ancor prima (profeticamente, o solo praticamente) inventore - attraverso la sua società, la Grave Tech - di una tecnologia all’avanguardia. Ossia gli Shrouds, sudari speciali che avvolgono i defunti e permettono di catturarne il processo di decomposizione in diretta grazie a microcamere ad altissima risoluzione. Queste immagini vengono poi trasmesse e sono rese visibili ai congiunti col semplice utilizzo di un’applicazione, oltre che degli schermi posti sulle lapidi in cimiteri multimediali costruiti in svariati posti nel globo. In uno di questi, c’è anche la sua dolce metà, (Re)Becca, verso il cui corpo Karsh è stato ossessionato in vita, come lo è ora nel suo lento disfacimento.
Qualcuno, saggiamente, potrebbe trovare ragione in un qualche tipo di legame religioso con la fede ebraica, contraria (come il nostro imprenditore) alla pratica della cremazione, a riprova dell’importanza di non negare la realtà della morte. Chi è in lutto è invitato a spargere per primo la terra sopra la bara o sopra il corpo del defunto quando viene deposto nella tomba, quasi per rafforzare la consapevolezza della perdita. Non solo: secondo la dottrina rabbinica, quando l’ultimo respiro abbandona l’uomo, l’anima lascia il suo corpo, ma per i primi dodici mesi mantiene con esso un legame, fino a quando il corpo non si decompone. Questo tempo rappresenta un periodo di transizione per l’anima. Ma non è questo il nostro caso, giacché i sudari, le sindoni, gli ipertecnologici lenzuoli funebri (tra Mimic e il più recente L’uomo invisibile) sono solo il mezzo di conforto di un "ateo non-praticante", come si definisce il nostro, che può così osservare Becca in ogni momento, anche da morta.
Tutto cambia però quando egli scopre una misteriosa anomalia nelle ossa dell’ex(?) consorte, le quali sembra stiano mutando sottoterra. E, purtroppo per Karsch, non è l'unica stranezza: una notte, infatti, il cimitero GraveTech dov'è sepolta quest'ultima diviene vittima di un atto di vandalismo e hacking informatico, alquanto mirato e “ordinato”, apparentemente riconducibile a un gruppo di ecoterroristi islandesi…

Sono queste le premesse di quella che potremmo definire una logica e inesorabile conseguenza proprio di Crimes of the Future. Ergo: il futuro è di nuovo qui e ora, è (un) presente (dunque, ironicamente, senza domani), in questo risvolto ancor più abissale, vertiginoso; in questo passaggio inatteso del cinema di Cronenberg verso territori riconoscibilissimi (e decifrabili, o decriptabili, secondo codici tensivi e poetici anzitutto hitchcockiani), eppure alieni a molto, a tutto, anche a sé stesso.
Parliamo, nella fattispecie, di un prosieguo dotato di assoluta coerenza, lucidità stilistica e (iper)concettuale, e maggior compattezza, di quel che è stato il nuovo millennio per il regista canadese. Un allontanamento dal germinale e prospero body horror; dal corpo e dalla carne come soggetti, ma non come simulacri, prigioni, organizzazioni, idoli, rappresentazioni, rivelazioni di qualcosa che ha sempre a che vedere con la sacra, interscambiabile e sinonimica dualità sesso-violenza, camuffata a sua volta dietro l’apparenza di una diversa espressione estetica, di un diverso tessuto narrativo. Ed ematico. Anche quando è sopraggiunta l’ora definitiva, si è superata la fine, e ci si trova a dover fare i conti coi postumi.
La (nuova) carne: morta, smembrata, in lenta decomposizione, putrescente, o già dissolta per lasciar posto alle ossa; non è allora più un saldo approdo organico, né il luogo ideale per un’integrazione, una fusione, una mutazione, oppure per la creazione e il rimodellamento di nuovi limiti e significati.
Svanisce il corpo, lasciando spazio ad una sorta di carne 2.0 senza più alcuna traccia hard, ma solo soft(ware), che ciononostante resta irresistibile, seducente, pruriginosa, malgrado una tecnologia sempre più insidiosa - (ir)realtà che è insieme vocazione e maledizione - la riduca ad un’immagine digitale, impalpabile (aggiornamenti a parte) e facilmente manipolabile, falsificabile. Una proiezione eterea, palliativa, fantasmatica, di sostanza onirica (o tormentata), alla stregua di una rilettura ex-novo, terminale del gatto di Schrödinger. E ancora, imitazione di una vita, oggetto di una venerazione gelosa e possessiva poiché residuo di un mondo, l’unico in cui si è nati e stati davvero, per il quale si è provato un piacere lancinante. Minima e massima particella di uno spazio-tempo che era già privo di certezze, indefinito, sfuggente, frenetico, incomprensibile, anestetizzato nel 1996 di Crash - quando l'unica valvola di sfogo delle nostre pulsioni e dei nostri bisogni primordiali erano le morbosità, i feticismi, le fantasie più pericolose e letali. E che oggi è già andato oltre, ha raggiunto le sue estreme conseguenze in tutto e per tutto, precipitando in un voyeurismo necrofilo, in balia di un insaziabile desiderio scopico, disarmato di ogni senso apparente, preda di uno "straziante straniamento".
Il corpo-film scivola via e subentra pertanto un corpo-mondo, imperniato nuovamente su un tentativo di dire quello che il corpo prova, di fare (prolisso e pedante) Verbo di una Carne irreparabilmente marcia, corrotta, lido solo dei folli, dei paranoici o, tutt’al più, dei sofferenti. Di quest’ultima risma, fa parte anche lo stesso Cronenberg sotto le mentite spoglie del suo alter ego Karsch.

Operando una specie di psicologia della guarigione, The Shrouds è insomma l’unico modo che il cineasta conosce per comprendere, nella (vana) speranza di superare il proprio lutto, che però non ha risposte, interpretazioni. O, meglio, ne ha fin troppe possibili, destinate a vagare nella sua e nella nostra mente. Ad accompagnarci fino a che anche noi non diverremo cibo per i vermi.
Come il maestro canadese si sovrappone al suo personaggio, ecco che il sonno del magnate hi-tech si sovrappone alla sua veglia, ad una supposta (sorvegliata e controllabile) realtà. Lo stesso fanno, di conseguenza, la pellicola rispetto al mondo che essa dipinge con tensione costante (pure quando irragionevole) ed eccezionale atmosfera; ma anche il dolore al delirio paranoide verso cui pende l’intreccio e al quale cede, del resto, il nostro presente.
Difatti, anche la sola eventualità e presunzione di esistenza di un complotto, di una macchinazione, di “un classico enigma investigativo” ci illude che esista una ragione di qualche tipo dietro tutto quello che ci accade. Ma è appunto, anche questo, giusto un fantasma, un’allucinazione perversa che fa breccia nel reame della realtà, ormai senza più punti di riferimento, senza una bussola, senza una verità possibile, al di fuori delle proprie ossessioni. Le uniche “vere” sensazioni a cui restare aggrappati, insieme al sesso o a un mal di denti. Prima del cortocircuito terminale...
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