
IL CASO BELLE STEINER, separare il giallo dall'autore
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Belle
USCITA ITALIA: 13 marzo 2025
REGIA: Benoît Jacquot
SCENEGGIATURA: Benoît Jacquot, Julien Boivent
CON: Guillaume Canet, Charlotte Gainsbourg, Patrick Descamps, Jérémie Covillault
GENERE: drammatico, thriller, giallo
DURATA: 100 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Ancora immischiato nelle molte denunce e accuse di violenza, il veterano del cinema francese Benoît Jacquot rimaneggia uno dei "romanzi neri" di Georges Simenon dando vita ad un'opera più densa e ricca di quel che si potrebbe pensare. Guillaume Canet e Charlotte Gainsbourg sono perfetti protagonisti di un testo che dissemina sospetti e raccoglie grande cinema.
“La teoria della probabilità non è in fondo che buon senso ridotto a calcolo; essa permette di valutare con esattezza ciò che le menti illuminate sentono per una specie di istinto senza rendersene conto... E' notevole come tale scienza, che è cominciata con gli studi dei giochi d'azzardo, si sia elevata ai più importanti oggetti delle conoscenze umane".
Così diceva, circa due secoli fa, Blaise Pascal, matematico, fisico, filosofo e religioso francese, a proposito della probabilità, uno degli argomenti preferiti di Pierre Constant, che, la matematica, non solo la insegna nel piccolo liceo di una cittadina francese di provincia, una di quelle in cui tutti conoscono tutti; ma la studia e la pratica essenzialmente come gioco. Del resto, come recita un vecchio detto popolare, “tutto ciò che non è lavoro è gioco”. Fin da piccolissimi, tutti noi giochiamo a calcolare, a prevedere un qualche risultato, modellando il caos che ci circonda. E continuiamo a farlo anche da adulti, in ogni singola sfaccettatura del nostro vivere quotidiano, individuando un punto fermo per trovare l’equilibrio. Un equilibrio che il nostro Pierre sembrerebbe aver trovato, spesso a suo discapito, chiudendosi a tutto e a tutti, persino a sua moglie Cléa, e rifugiandosi nel torpido esercizio di formule, rebus, rompicapi, equazioni algebriche...
Qualcuno potrebbe definirlo apatico, altri depresso. Eppure, tali aggettivi non renderebbero a dovere il laconico ermetismo, l’inanimata e imperscrutabile vuotezza che sembrano aleggiare attorno alla sua figura. Quella di un uomo che, da buon matematico, sembrerebbe essersi spinto troppo oltre, aver esplorato l’ignoto e non essere mai tornato indietro. Tutte queste parole e questi riferimenti non sono casuali: sono altresì le poche cose che riesce a dire quando un investigatore si presenta a casa sua per porgli qualche domanda. Dimenticavamo infatti (o forse no) che, negli ultimi tempi, l’esistenza del professore, della sua consorte e, con le loro, anche quelle di un’intera comunità sono state scosse dal violento omicidio di una giovane ragazza di nome Belle Steiner.
Uccisa per strangolamento e, in seguito, denudata dalla testa ai piedi, quest’ultima è la figlia della migliore amica di Cléa, trasferitasi in questa piccola e apparentemente tranquilla cittadina per studiare allo stesso liceo in cui lavora il nostro professore. Tuttavia, il dettaglio più inquietante di tutta la faccenda non è tanto cosa è avvenuto, ma dove. Il corpo esime della giovane è stato infatti rinvenuto dalla stessa signora Constant in casa loro, nella stanza degli ospiti che i due coniugi le avevano concesso per l’occasione. E peggiora ancora: l’ultima persona ad aver visto Belle viva è proprio Pierre, il quale, al momento del delitto, si trovava da solo a casa - chiuso nel suo seminterrato, intento a correggere qualche verifica, provare un paio di teorie, forse spiare la vicina dalla finestra -, dunque a qualche metro dal luogo esatto in cui sarebbe poi avvenuto il fattaccio.
Ecco spiegato allora il motivo di quel poliziotto in casa e di tutte quelle domande: essendo l'unica persona presente sul luogo e al momento del delitto, il nostro diventa il principale sospettato di questo brutale e misterioso omicidio. O, meglio, il perfetto colpevole.

Scoperte le premesse da cui prende il via Il caso Belle Steiner, addentriamoci dunque nell'ultima fatica del veterano del cinema francese Benoît Jacquot, già trasposizione libera e attualizzata de La morte di Belle di Georges Simenon, racconto datato 1951 portato in precedenza sul grande schermo da Édouard Molinaro.
Parliamo di uno dei famosi romans durs, “romanzi neri” in cui non compare il leggendario commissario Maigret ma che contengono ad ogni modo tutti i caratteri tipici e inconfondibili della penna del giallista, oltre ai temi cardine della sua poetica. Storie i cui protagonisti sono uomini comuni, senza vere qualità, che vivono in contesti anonimi, ordinari e si ritrovano, per caso o per scelta, a precipitare nella spirale avviluppante di un Male impercettibile, ma sempre in agguato, che ne assedia e corrode l’esistenza sotto il peso del destino. Scritti, dunque, che parlano di come la nozione di rispettabilità si affianchi e diventi il più delle volte sinonimo di un’ipocrisia nei confronti di una realtà che, in modo complice, rifiutiamo di vedere. Al contempo, essi prendono in esame, da un punto di vista narrativo e talora psicologico, un maschile imperscrutabile, descritto attraverso figure, come in questo caso, di uomini arresisi ad un caos sovrano, alle incertezze della vita, al male minore della vacuità e dell’inerzia. Questi individui, va da sé, hanno tutte le carte in regola per apparire e sembrare assassini, serial killer, poiché nascondono dentro di loro, un universo segreto e inviolabile, un dolore inafferrabile e un rapporto irrisolto e disfunzionale col femminile celati dietro una coltre d’indifferenza.
Più che il caso e il fatto giallistico in sé e per sé (per cui anche lo spettatore si ritrova immediatamente a brancolare nel buio, così come gli investigatori), è quest'ultimo lato ciò che interessa e che, a conti fatti, riesce a Jacquot, il quale, dal canto suo, rimaneggia l’originale simenoniano per farne anzitutto un character study, da cui prescinde in seguito la chiave thriller, per non dire noir, il genere in senso stretto, unito al coefficiente di tensione, il perturbante puro e ad esso connaturato.
Il caso Belle Steiner diventa, in tal senso, l’indagine e il tentativo di noi spettatori di decifrare l’identità, la storia, la colpa e la responsabilità di Pierre, portato col giusto passo, in meticolosa sottrazione (anche divistica) da un sublime Guillaume Canet. Una presenza ambigua, singolare, fantasmatica, eppure umanissima, che riesce a convincere della sua innocenza nell’esatto frangente in cui mostra il massimo della consapevolezza.
Parallelamente, via via che l’intreccio si scioglie e dipana, emerge più o meno chiara l’impressione e poi la realtà di una coppia dai molti angoli d’ombra e di esilissimi equilibri, che riesce a rimanere unita e compatta (per necessità?) di fronte alla tragedia che, di riflesso, li investe e pone sotto i riflettori. Nella delineazione di questo doppio ritratto e del cuore di questa relazione, un importante ruolo lo riveste logicamente Cléa (non a caso, oculista di mestiere), interpretata da Charlotte Gainsbourg, quest’ultima scelta con oculatezza per il suo essere un corpo cinematografico che contempla, in qualche modo, una dimensione recondita, equivoca, di carnale mistero nel ricordo e nel segno delle collaborazioni e della plasmazione che ne ha fatto Lars Von Trier.

Non solo: seppur di dimensioni ridotte, intime, essenziali, Il caso Belle Steiner riesce ad accorpare una serie di discorsi e ragionamenti che ne fanno un’opera - oltre che abile e destra nel coinvolgere, catturare e rapire con pochi ma ispirati elementi (specie nell’uso glaciale, netto, quando non spiazzante del montaggio, suggestivo e accorto degli spazi, e funzionale delle musiche) - più densa di quanto si potrebbe immaginare. Una che, com’è già stato scritto e detto, sarebbe piaciuta addirittura allo stesso Simenon, tant'è costellata di possibili deviazioni, percorsi, dedali ermeneutici.
Tra questi motivi, si sommano l’impenetrabilità dell'essere umano (tra sdoppiamenti mediatici, proiezioni esistenziali, simulazioni forse inconsce, forse audaci, forse perverse) e all'applicazione della giustizia (anch’essa ridotta ad un gioco probabilistico di cui il nostro Pierre pare eleggersi campione, controllore), che ne fanno un testo familiare al quasi coevo Giurato Numero 2 e al più ambizioso e articolato Anatomia di una caduta, la pellicola conduce invero una riflessione sul potere seduttivo, insita nella scelta di cambiare il sesso del magistrato che dovrà giudicare il professor Constant.
Ciò nondimeno, il vero mistero - nascosto sotto tutti questi strati e questi possibili altri casi “nel e del caso” - è esterno alla finzione, dietro alla macchina da presa. E viene svelato solo alla fine, nel lasso di tempo tra l’ultima immagine e i titoli di coda, posto all’attenzione di chi guarda da un disclaimer che recita: “il team realizzativo del film condanna ogni forma di molestie e aggressione, affermando la propria solidarietà alle vittime e alle loro parole”. Pochi sapranno infatti delle denunce e accuse di molestie e violenza sessuale rivolte allo stesso regista da quattro importanti attrici (Judith Godreche, Julia Roy, Vahina Giocante, Isild Le Besco: due delle quali minorenni all’epoca dei fatti), le quali hanno spinto, in primo luogo, ad una dissociazione di tutti i coinvolti nella pellicola, e in seguito ad un lungo blocco distributivo della pellicola, in patria e non solo [strano ma vero: l’Italia è il primo paese in cui questa vede la luce del grande schermo, ndr].
Facendo insomma de Il caso Belle Steiner, piuttosto il (famigerato) caso Benoît Jacquot: un esemplare e un gesto cinematografico più unici che rari, che assumono quasi i contorni di un’involontaria e indefinita confessione(?). Rendendolo, ad ogni modo, ancor più attuale, misterioso, affascinante di quanto già non sia.
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