
L'ABBAGLIO riflette sulla Stranezza di essere italiani
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: L'abbaglio
USCITA ITALIA: 16 gennaio 2025
REGIA: Roberto Andò
SCENEGGIATURA: Roberto Andò, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso
CON: Toni Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Tommaso Ragno, Giulia Andò, Leonardo Maltese
GENERE: commedia, drammatico, storico, guerra
DURATA: 133 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
La stranezza è stato tutto un abbaglio? E l'Italia che Garibaldi immagina? È da questo doppio interrogativo che prende il via la nuova impresa registica e produttiva di Roberto Andò (e Rai Cinema e Medusa, di nuovo assieme) dopo il fenomeno più unico che raro con protagonista l'altrettanto strano ménage à trois che vede coinvolti Toni Servillo, Ficarra e Picone. Ne deriva una riflessione e trasfigurazione dell’anima rediviva, tormentata di un’Italia isolana (geograficamente ed esistenzialmente), scissa in piccole, ombrose, singolarità sull’impervia strada di una vacillante collettività. Una ghost story ancora più fosca e amara.
La stranezza è stato tutto un abbaglio? Può quel “bellissimo viaggio nel miracoloso tormento dell’arte” avere un seguito, se non narrativo, quantomeno spirituale, produttivo, industriale? È da questi - insieme ad altrettanti - interrogativi che Roberto Andò prende il là nell'approcciarsi ad una nuova impresa dietro la macchina da presa. Avventura che, non a caso, porta il proteiforme (e polisemantico) titolo de L’abbaglio.
Quello grazie a cui Giuseppe Garibaldi, a capo della proverbiale spedizione dei Mille, riuscì a depistare le truppe borboniche del generale Jean Luc Von Mechel e ad entrare così a Palermo nel maggio del 1860, segnando un primo importante passo nel lungo processo di riunificazione militare della penisola. Ma anche quello finale, a cose fatte, che si annida nella supposta certezza, nella convinzione di un’Italia - da sempre divisa, frastagliata, asimmetrica - capace e realmente decisa a trovare una propria armonia e rispolverare la propria identità patriottica. E, come sopra, quello che Andò spera di scongiurare nel riunire di fronte e dietro la macchina da presa le menti, i volti e le maestranze che hanno tracciato la strada dell’inaspettato successo della succitata - e finora irripetuta - stranezza, davvero degna di una pièce di Pirandello.

Rai Cinema e Medusa ristringono quindi le mani, come pure fanno lo stesso Andò, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso al tavolo della sceneggiatura. Tornano poi Maurizio Calvesi alla fotografia, il montaggio di Esmeralda Calabria, Emanuele Bossi e Michele Braga alle musiche, le scenografie di Giada Calabria, oltre ai costumi di Maria Rita Barbera. Soprattutto, però, vengono rinsaldati i voti di quel bizzarro matrimonio artistico che vede coinvolti Toni Servillo e Ficarra e Picone, di nuovo protagonisti di una storia nella Storia - dopo la genesi di una pietra angolare della drammaturgia italiana e mondiale.
Il primo interpreta un ufficiale garibaldino: il ferreo e disilluso tenente colonnello siciliano Vincenzo Orsini, pronto a scontrarsi col passato, nelle parole e nei fatti, dacché in un'altra vita era un ex comandante del Regno delle Due Sicilie, ma allo stesso tempo costretto, suo malgrado, a spartire il proprio cammino con due farabutti siculi, “due miserabili pezzenti” (per citarlo): tal Domenico Tricò, un contadino con problemi di zoppia ed esperto pirotecnico, da dieci anni lontano da casa e dalla moglie che spera di rivedere, e Rosario Spitale, un baro e menzognero di presunte origini aristocratiche, eppure forse più gretto e meschino del compare. Entrambi difatti tagliano la corda non appena gli si presenta l'occasione - cioè nel bel mezzo dello sbarco a Marsala, dunque al loro primo approccio col caos della guerra. Disertano i due guaglioni di monicelliana memoria, cercando rifugio nell’entroterra siciliano, disposti a tutto pur di soddisfare i propri, vari appetiti egoistici, siano essi esistenziali o meramente fisiologici.
Ecco allora che L’abbaglio riprende il paradigma de La stranezza, spartendo in maniera equa toni e motivi dell'intreccio. La narrazione procede parallela, riallacciandosi soltanto in prossimità del finale: raccolto e pensoso è Orsini, il quale non fa altro che interrogarsi e a praticare la propria astuta arte della guerra (che è, di fatto, un’arte divinatoria) a capo del manipolo di prodi e valorosi che verrà poi servito in pasto al nemico con funzione di di esca strategica. Tra il serio e il faceto, invece, Tricò e Spitale, che vivono una serie di peripezie picaresche e girovaghe, fra raggiri, piccoli furtarelli, caotiche incursioni in conventi, e tristi verità.

Saranno però loro, in fin dei conti, gli unici a cui L’abbaglio concederà un’azione eroica ed eclatante, seppur foriera e silente custode non tanto di giubilo o chissà quali esultanze, quanto di una profonda e fosca amarezza, dello stesso retrogusto dolceamaro che accarezza tutto il film. Durante cui Andò dà effettivamente vita al seguito - di corpo e anima - del suo precedente lavoro, perseguendo l’idea commerciale e produttiva e - cosa più interessante - il segno malinconico e l’inedita via estetica di un gotico italiano radicato negli anfratti della storia (culturale, politica e militare) nostrana.
Dunque, così come il suo prodromo, pure L'abbaglio rivela in fondo una natura da ghost story: ciò nondimeno, i fantasmi qui non sono certo due simpatici aspiranti attori contemplati di nascosto, bensì il più prominente bassorilievo spettrale di una nazione intera e del suo spirito (passato, presente o futuro, a seconda di dove e come lo si osserva), in didascalico rimando o traslucida sovrimpressione alle immagini della pellicola. Della quale colpisce, in particolare, il modo in cui trattiene le sue parti, lavorando sia su un piano più prettamente didattico, scolastico, documentario, di resoconto di alcuni importanti passaggi del Risorgimento italiano, sia nei più sofisticati termini di un’interrogazione, riflessione e trasfigurazione (al crocevia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia) dell’anima rediviva, tormentata di un’Italia isolana (a livello geografico ed esistenziale), scissa in piccole, ombrose, singolarità sull’impervia strada di una vacillante collettività, tramutatasi poi in un bipolarismo comodo, immobile, inesorabile. Lo stesso a cui ascriviamo innanzitutto la giustapposizione fra la gravitas di Orsini e la levità dei due disertori, e che tutt’oggi tiene in scacco ogni espressione dell’essere italiano, a partire dal cinema.

E quindi sì, L’abbaglio è la ratifica di un felice azzardo industriale, ancor prima che artistico. Merito, che tuttavia non ci esime dal ritenerlo un film meno affascinante e compiuto de La stranezza (in e per cui ha giocato molto il fattore sorpresa), se non addirittura grezzo, sommario, goffo nella messa in scena di alcuni momenti (come, ad esempio, le sequenze di combattimento) e nella scelta di contaminazioni e innesti.
Al contempo, è però altrettanto doveroso riconoscere l’audacia, la fermezza, il cinema con cui gli autori indovinano il finale di questa storia, immaginato come una lunga e misteriosa coda e alfine (ri)annodato in un triello a carte che dice tutto con pochissimo. E nemmeno ci sarebbe bisogno della frase ad effetto (detta proprio a scanso di equivoci): sarebbero sufficienti la precisione e l’intensità degli sguardi di un Servillo (al solito con Andò) in quieta osservazione, e di un Ficarra e Picone che si fanno veicoli di un’acre consapevolezza. Un bluff a carte scoperte, per dirla altrimenti. “Povera Italia, che abbaglio” credere che avremmo potuto "diventare uno", stare seduti allo stesso tavolo e giocare la stessa partita (sociale, politica, culturale, umana) senza fingere o imbrogliare.
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