
WOLF MAN, l'uomo perde il pelo ma non il vizio
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wolf Man
USCITA ITALIA: 16 gennaio 2025
USCITA USA: 17 gennaio 2025
REGIA: Leigh Whannell
SCENEGGIATURA: Leigh Whannell, Corbett Tuck
CON: Christopher Abbott, Julia Garner, Sam Jaeger
GENERE: drammatico, horror, thriller, fantastico
DURATA: 103 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
A cinque anni di distanza da L'uomo invisibile, Leigh Whannell torna a scandagliare e decostruire attraverso il bestiario horrorifico con Wolf Man, parlandoci questa volta della crisi emotiva e valoriale, dell’incomunicabilità, dei dislivelli, delle disarmonie coniugali e nel rapporto tra i sessi. Un film più interessante (in potenza) che bello (da vedere).
“I genitori (o meglio, i padri) hanno così paura che i figli soffrano, che diventano quello che li fa soffrire” si dice ad un certo punto in Wolf Man, il secondo(?), terzo(?), quarto(?) capitolo dell’intermittente Dark Universe, ma soprattutto il ritorno dietro la macchina da presa dell’attore e sceneggiatore Leigh Whannell. Colui che, ormai cinque anni fa, aveva riacceso le speranze nel progetto di revamp dei mostri di casa Universal, cogliendo alla sprovvista appassionati dell’horror e non, e ponendosi come nuova voce di riferimento per il genere, grazie ad un reboot, una rilettura, una ridefinizione o una nuova declinazione che dir si voglia, della meno popolare fra queste icone e pilastri della Hollywood classica.
Ne L'uomo invisibile, il misterioso Jack Griffin - interpretato da Claude Rains nel cult del 1933 di James Whale - veniva infatti reimmaginato e reimpiegato come simulacro del maschilismo oppressivo, misogino, finanche omicida, e segno dei tempi in un’opera capace di bilanciare al meglio tutte le proprie istanze e urgenze, benedetta peraltro dalla prova di un'intensa Elizabeth Moss; incisivo e memorabile anche per merito delle continue trasformazioni e stravolgimenti - di tono, genere, atmosfere, estetiche - che lo attraversavano di segmento in segmento.
Un film di cui Wolf Man costituisce, va da sé, il logico, naturale, oltre che intuibile proseguimento di temi e discorsi. Di nuovo allora si ripassa, ripensa e riguarda con la lente della contemporaneità un altro membro della monster-family a marca Universal - è la volta infatti dell’Uomo Lupo portato in scena nel 1941 da Lon Chaney Jr. nella seminale pellicola di George Waggner. E, ancora una volta, il fulcro di tutto risiede nel maschile e nei cambiamenti a cui è stato sottoposto di questi tempi. E quindi, nella sua odierna percezione all’interno della società occidentale, come testimonia l'esperienza di Blake Lovell, scrittore “in pausa” per fare il “mammo” a tempo pieno e così permettere alla moglie Charlotte - giornalista in carriera - di continuare a lavorare.
È un periodo di attriti e riflessioni profonde per la coppia, che si trova ciononostante a tornare, insieme alla figlia, negli sperduti luoghi d’infanzia di lui a seguito della scomparsa di suo padre(-padrone, dai modi ruvidi e militareschi, col quale ha sempre avuto un rapporto problematico, di forte soggezione). Non appena arrivati, però, i Lovell verranno a contatto con un essere metà uomo e metà lupo legato a doppio filo al passato, ai fantasmi e alle angosce esistenziali di Blake, che riemergono ed erompono, quasi si trattasse di un’infezione, quando quest'ultimo, nel tentativo di sottrarvisi, viene ferito al braccio...

Se è vero allora che "il lupo perde il pelo, ma non il vizio", nel soggetto di Whannell è piuttosto l’uomo a farlo. E, a dispetto delle proverbialità, non ha bisogno di soffiare su alcuna casa, perché è già fra le sue mura. Difatti, per quanto ci provi, Blake finirà per cedere all’influsso del padre nella sua vita e diventare, in tutti i sensi, come lui. Nel passato si annida il germe di questo morbo che è essere uomo (lupo) e che, alla stregua di Shining (inevitabile canovaccio), acuisce e fa precipitare falle e mancanze preesistenti e latenti nell’unità familiare, altro territorio di forte attrattiva per il regista e sceneggiatore. Il quale torna perciò a scandagliare e decostruire sempre attraverso il bestiario horrorifico, parlandoci questa volta della crisi emotiva e valoriale, dell’incomunicabilità, dei dislivelli, delle disarmonie coniugali e nel rapporto tra i sessi. Dinamiche, ancor prima che di genere, di coppia la cui trattazione e discussione viene completamente affidata al potere trasfigurativo del genere, con affondi nella serie B.
Ne deriva una metafisica delle mutazioni, rinforzata da un impiego convincente di trucco prostetico ed effetti pratici, cangiante e imprendibile a partire dalle molte forme di orrore e di horror che sussegue e amalgama sotto l’egida del proprio discorso: dall’home invasion all’horror più fantastico e soprannaturale, dal body (l’eccellente filone mutativo) allo zombie-horror, per non parlare delle derive teoriche che, specie nella seconda metà, portano Wolf Man vicinissimo a Men di Alex Garland.
Purtroppo però, superata la prima mezz'ora, tanto la precisione nel gioco coi cliché dell’horror (che rifugge evidenziando) e con le aspettative dello spettatore (che disinnesca), quanto l’effettivo vigore di questa intuizione di base si guastano a favore di un intreccio dal decorso e dalle rivelazioni fin troppo prevedibili, carente proprio di quel dinamismo - visivo e narrativo - che aveva fatto la fortuna de L’uomo invisibile. A questo, si sommano poi un tris di interpretazioni abbastanza sciape o, come nel caso della piccola Matilda Firth, prodotto di sviste di casting, e la mancanza di tensione dovuta proprio alla felice operazione di disinnesco dell'incipit.
Da cui, un film più interessante (in potenza) che bello (da vedere), fondamentalmente dimenticabile e privo di quel mordente che contraddistingue anche il più inconsistente dei prodotti Blumhouse - che ci "rimette" la firma. Uno di quelli che, sul finale, decidono di alzare bruscamente la musica e cercare l’immagine di chiusura per provocare - in extremis - quel brivido che, in questo caso, si era maldestramente cercato di evitare. Uno che avrebbe potuto facilmente porsi in maniera più radicale di come (non) è. Più che un passo falso, un'inezia. Un po’ come ululare alla luna piena.
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