
UNA NOTTE A NEW YORK, l'onesto e ruvido esordio di Christy Hall
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Daddio
USCITA ITALIA: 19 dicembre 2024
USCITA USA: 28 giugno 2024
REGIA: Christy Hall
SCENEGGIATURA: Christy Hall
CON: Dakota Johnson, Sean Penn
GENERE: drammatico
DURATA: 101 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Alla sceneggiatrice Christy Hall basta l'alchimia fra una splendida Dakota Johnson e l'amico (e vicino di casa) Sean Penn per fare il suo debutto alla regia. Una chiacchiera fortuita, spontanea si tramuta in un viaggio alla volta degli inconsci itinerari dell'anima, della vita, della contemporaneità in Una notte a New York, un film di tanta onestà nelle idee ma poco cinema nei fatti.
Una notte a New York. Girlie, una giovane ragazza originaria dell’Oklahoma ma newyorchese d'elezione, appena atterrata all’aeroporto JFK, sale sul taxi di Clark, vecchia volpe born and raised in Hell’s Kitchen. Solitamente ci si impiega poco meno di un’ora ad arrivare a Midtown Manhattan, ma un grave incidente sul percorso li fa rimanere imbottigliati nel traffico. Non ci fanno caso, perché non appena Girlie si accomoda nel sedile posteriore, l’autista - sorpreso dalla sua “umanità” - la incalza e provoca con domande di carattere personale, coinvolgendola in una conversazione che la nostra accetta di buon grado, non senza un pizzico di curiosità. Una chiacchiera che, tuttavia, andrà fin da subito oltre le banali generalità, alla volta degli angoli più reconditi; degli inconsci itinerari dell’anima, della vita, dell’esistenza, fino a trasformarsi in qualcosa di più: onesto, complesso, sentito, pungente, profondo. In qualcosa dalla quale entrambi usciranno, riaffioreranno veramente toccati.
Questo è, in sintesi, ciò di cui si compongono i circa 100 minuti dell’esordio dietro la macchina da presa della sceneggiatrice Christy Hall, meglio nota per aver firmato il copione del recente fenomeno pop - o meglio, del patinato vanity project di Blake Lively - It Ends With Us. Una notte a New York, in tal senso, potrebbe quasi esser visto come una versione "per adulti" di quel testo lì. Una pellicola leggermente più sofisticata e intellettualistica, alla ricerca di una presunta autorialità che, al momento, è possibile rintracciare solo ed esclusivamente nella fissazione per tematiche precise, quali i ruoli di genere, il rapporto tra sessi e, soprattutto, la complessità - in alcuni casi, tendente alla tossicità - dei legami affettivi.
Ciò detto, al di là delle confidenze e delle rispettive aperture riguardo ai più disparati lati dell’etica, dell’ontologia, della contemporaneità, della società umana (dalla famiglia al lavoro, fra digitalizzazione monetaria e esistenziale, zero e uno, dal sesso agli amori, presenti e passati), il parlare di Girlie e Clark assume diverse forme, altri connotati.
Quelli, sì, di una confessione di umanità, di mondi interiori, solitudini e fragilità (per cui il taxi diventa al pari di una dimensione metafisica, di un trasfigurato confessionale metropolitano), ma anche di uno scontro e incontro di generazioni (boomer lui, millennial lei) opposte e, allo stesso tempo, più simili del previsto. O ancora, di un equilibrato gioco di influenze tra un uomo maturo che, per sua parziale ammissione, non riesce a smettere gli atteggiamenti paternalistici, sentenziosi, seducenti e predatori di una vita, e di una “principessa” che non vuole, né ha bisogno di essere salvata, che sa perfettamente badare a sé stessa come le fa notare spesso il buon Clark, ma che, delle parole, delle osservazioni e dei pensieri, della semplice presenza di quel taxista, necessita magari più di quanto vorrebbe credere.
Parallelamente a questo discettare faccia a faccia, durante il film si sviscera, svolge e consuma anche un altro dialogo, solo virtuale, fatto di chat, messaggi, fotografie, tentate videochiamate, suggestioni e immaginazione. Quella della giovane passeggera e, insieme a lei, la nostra nell’inseguire l’idea e l’identità del facoltoso uomo di potere di cui ella prima è diventata l’amante e poi si è innamorata, senza rendersi conto dell’abisso oscuro di tristezza e tragicità in cui sarebbe sprofondata. E da cui, entro il termine della corsa, non riuscirà a risalire, ma forse a vedere con maggior disincanto.

È l’onestà di posizioni, discorsi e rispettivi risvolti uno dei più evidenti punti di forza del debutto e, innanzitutto, della sceneggiatura firmata da Christy Hall, che ci dice che il cambiamento può non essere immediato, o gentile e delicato. Anzi, questo Kammerspiel - che non nasconde affatto le proprie dichiarate radici e mancati esiti teatrali - mantiene e si erge sulle proprie, occasionali ruvidità per pareggiare la linearità di un viaggio - di parola e di parole - dalla meta abbastanza prevedibile, alla quale si giunge senza grandi sorprese e smottamenti (eccezion fatta per un finale ad effetto), con qualche svolta mancata e incidente di percorso, e purtroppo poco cinema nei fatti.
Difatti, anche se il ritmo e il montaggio di Lisa Zeno Churgin - combinati con la fotografia strettissima, quasi claustrofobica di (un poco ispirato) Phedon Papamichael - riescono a rendere molto scorrevole e ad assicurare la presa della sceneggiatura, bisogna riconoscere che, al di là di un dialogo visivo di campi, controcampi, sguardi allo specchietto retrovisore, primissimi piani, tutto ciò che fa Hall è lasciarsi guidare dall’alchimia, dalla naturalezza, dall’espressività e, in particolar modo, dall’ambiguità, dalla convivenza di opposti, dalle ossimoriche negoziazioni sottese nel volto e nella percezione divistica di un Sean Penn e una Dakota Johnson perfettamente intonati con le intenzioni e lo spirito del racconto. Lui, capace di esprimere pericolo e il suo esatto contrario con una semplice occhiata, un gesto, un movimento; lei, dotata di sensualità spontanea, istintiva, vibrante dietro cui si cela sempre una fragilità inafferrabile che le permette di inondare la scena di una luce a dir poco irresistibile. Una "purezza sporcata". La stessa, per osmosi, di una pellicola la cui vocazione ne mina irreversibilmente gli effetti a lungo termine.
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