
FREUD - L'ULTIMA ANALISI, un cinema di manie e complessi inevitabili
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Freud's Last Session
USCITA ITALIA: 28 novembre 2024
USCITA USA: 22 dicembre 2023
REGIA: Matt Brown
SCENEGGIATURA: Mark St. Germain
CON: Anthony Hopkins, Matthew Goode, Liv Lisa Fries
GENERE: drammatico, biografico, guerra
DURATA: 108 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Anthony Hopkins è l'ultimo grande interprete del padre della psicanalisi Sigmund Freud nell'adattamento che Matt Brown trae dall'omonimo dramma di Mark St.Germain. Freud - L'ultima analisi è la drammatizzazione della ricerca di un senso da parte di due folli utopisti, privati e svestiti di ogni loro passata o futura gloria. Ma è anche un bulimico doppio biopic che affida le proprie carenze ad un’idea di cinema dalle ineludibili manie e dagli evidenti complessi.
Sigmund Freud. Negli anni, a rianimarlo su grande e piccolo schermo sono stati Montgomery Clift, Rod Loomis, Wolf Roth, Viggo Mortensen, fino al più giovane Robert Finster. A questi, oggi si aggiunge un nome illustrissimo: è quello del due volte premio Oscar Anthony Hopkins, il quale presta il volto al padre della psicanalisi nell’adattamento cinematografico che il regista Matt Brown trae dall’omonimo dramma di Mark St. Germain, a sua volta ispirato al saggio The Question of God di Armand Nicholi. Un'interpretazione, va da sé, senile e terminale del neurologo e filosofo austriaco, già sfuggito all’avanzata ideologica e ai primi rastrellamenti nazisti post-Anschluss, trasferitosi a Londra con la figlia Anna (fondatrice della psicanalisi infantile) e affetto dal cancro orale che, di lì a poco, lo indurrà al noto suicidio.
Tuttavia, quello su cui si concentrano tanto la pièce originale, quanto questa sua riduzione firmata (in sceneggiatura) dallo stesso autore, è un colloquio realisticamente incerto, eppure avvolto nel mistero e nella leggenda, che sarebbe avvenuto due giorni dopo l'invasione tedesca della Polonia. Oltre al nostro: rifugiato dalle atrocità del mondo, immerso nelle lugubri ombre della sua casa, protetto dalla sua collezione di libri, ninnoli, statuette, imitazioni di grandi opere d’arte; in esso sarebbe coinvolto un giovane C.S. Lewis, al tempo noto per la sua posizione apologetica nei confronti della religione e della fede cristiana, ma passato davvero alla storia per aver inventato - assieme all’amico e compagno inkling J.R.R. Tolkien - la narrativa (high-)fantasy per come la conosciamo tutt’ora, grazie al ciclo di romanzi de Le cronache di Narnia.
Ha così inizio un incontro e scontro di intelletti e intelligenze, un profluvio di pensieri ed esperienze, racconti e divagazioni, aforismi e sentenze su vita, morte e tutto quello che si trova in mezzo. Un duetto teologico, metafisico sui massimi sistemi, sulla fede, sull’esistenza di (un) Dio, destinato forse solo al dubbio e all’irresolutezza.
Cosa o chi è Dio? Solo un altro padre a cui siamo legati per affetto, mancanza, ossessione, delusione (com'è lo stesso Freud per la fedele e morbosa figlia Anna)? Una contraddizione vivente? O magari un sogno, una credenza ridicola, una presenza in incognito che bisogna provare a scorgere? Ma soprattutto, può esistere Dio in un mondo del genere?

Al contempo, parliamo anche dello strenuo e alfine invano tentativo da parte di due uomini di reagire all’incombere di una guerra, l’ennesima, che intuiscono fin da subito lascerà traboccare tutta la brutalità e l’atrocità dell’essere umano. Che sarà uno spartiacque, un punto di non ritorno per la storia di tutti e del Novecento.
Freud - L’ultima analisi è allora la drammatizzazione della ricerca di un senso, di limiti e confini definiti e definibili con la ragione (o, magari, col suo esatto contrario) o, semplicemente, di una parentesi. Di un intermezzo di puro diletto intellettuale di due folli utopisti, privati e svestiti di ogni loro passata o futura gloria. Folli perché esponenti di un mondo in cui “tutti si nascondono dietro la loro ignoranza”, disilluso, nichilista, autodistruttivo, insano perché mal disposto al cambiamento. L'uno, giunto ad una grotta di bunyaniana memoria, dove poter sognare il sogno di una vita. L’altro, passeggero irrequieto di un treno (del tempo) sospinto verso l’oscurità.
Ciò detto, malgrado la presenza di Hopkins - di maniera e padrone della scena, sulle orme degli sfasamenti e del racconto di sofferenza impulsiva à la The Father - garantisca al film una certa allure e una suggestione purtroppo irreperibili nel Lewis del collega Matthew Goode, essa non basta a fare di Freud - L’ultima analisi un buon esito, né tantomeno un film vero e proprio. Brown sembra infatti lasciarsi stordire dai riferimenti colti, dalla densità della scrittura di St. Germain, al punto tale da convincersi che il suo lavoro si limiti giusto all’intercessione con gli attori, ad affidare loro questo compilativo elenco di elucubrazioni cosicché possano veicolarle allo spettatore.
Il solo risultato è però quello di un Kammerspiel quasi del tutto inscindibile da un perfetto esemplare di teatro filmato al quale mancano giusto le quinte e il sipario per dirsi completo, e che sacrifica ogni possibile suggestione sull’altare di una verbosità e di un didascalismo intrinsecamente avversi al mezzo. Gli unici guizzi sono custoditi dunque nelle varie analessi che, unitamente alle interruzioni radiofoniche con le ultime dal fronte, spezzano la narrazione e aprono squarci su altri possibili arrangiamenti della stessa o, meglio, delle stesse storie alla base della pellicola. Prospettive forse migliori di questo doppio biopic bulimico e poco stimolante che affida le proprie carenze, filmiche e inventive, ad un’idea di cinema dalle ineludibili manie e dagli evidenti complessi (d’inferiorità).
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