
BERLINGUER - LA GRANDE AMBIZIONE si dimentica il cinema
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Berlinguer - La grande ambizione
USCITA ITALIA: 31 ottobre 2024
REGIA: Andrea Segre
SCENEGGIATURA: Marco Pettenello, Andrea Segre
CON: Elio Germano, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Elena Radonicich, Paolo Calabresi
GENERE: drammatico, biografico, storico
DURATA: 122 min
Miglior attore alla Festa del Cinema di Roma 2024
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Concentrandosi su cinque, intensissimi anni della vita politica e umana di Enrico Berlinguer, il regista Andrea Segre e il sodale co-sceneggiatore Marco Pettenello intendono realizzare un resoconto diaristico, un flusso di immagini riconducibile alla più larga storia del Novecento. Impegnati come sono a consegnare il compit(in)o nella maniera più corretta e filologica possibile, i due finiscono però per dimenticarsi quel che invece più dovrebbe contare: il cinema, conservato solo nelle musiche e nelle interpretazioni.
Sta tutto nelle evocative, suggestive, talora inquietanti musiche del cantautore sardo Jacopo Incani, meglio conosciuto col nome d’arte di Iosonouncane, il senso di Berlinguer - La grande ambizione, il nuovo film di Andrea Segre che ha aperto l’ultima edizione (quella del 2024, ndr) della Festa del Cinema di Roma.
Difatti, il più delle volte, quando le sue partiture entrano - o, meglio, si insinuano - in scena, si può sentire un suono regolare, martellante, un rintoccare cadenzato, che però viene immediatamente messo in contatto e contrapposizione con una melodia che invece dilaga, si spande in modo del tutto antitetico, informe, caotico, irregolare, furtivo. Ecco, basta questa semplice intuizione, per l’appunto, a rendere subito chiaro chi era e chi è l’Enrico Berlinguer che vediamo qui rappresentato; quale era ed è la sua postura nei confronti del mondo che lo circonda e del tempo a cui deve accordare il proprio pensiero e la propria azione politica.
È lui quel suono regolare, fisso, ostinato, e lo sono le sue idee, il disegno, la "grande ambizione" del titolo (da Gramsci) nei confronti di un orizzonte condiviso, fondato su una "via alternativa", democratica, pacifica, al socialismo, intrinsecamente avversa alla dottrina capitalista dell'impero americano, ma pericolosamente divergente anche dalle regole del socialismo inteso dalla vicina Unione Sovietica. Un tentativo di alleanza con i grandi partiti di massa popolare - fra cui l’indomita Democrazia Cristiana (prima) di Andreotti e (poi) di Aldo Moro - che passerà alle cronache col nome di compromesso storico.
Dall’altro lato, abbiamo viceversa un motivo musicale avvolgente e, al contempo, sfuggente: quello di una nazione, un’Europa, un mondo intero, visibile e invisibile, scoperto e sommerso, che il segretario del Partito Comunista italiano tenta di intercettare, comprendere, guidare, tradurre in riflessione, nelle parole che affollano i suoi diari, nei discorsi che proclama con una passione, una dizione e un eloquio che oggi ricordiamo e ascoltiamo con un misto di rimpianto e straniamento.

Fin dalle note di Iosonouncane appare quindi chiarissima l’intenzione principale, l’urgenza fondamentale dell’opera di Segre, co-scritta assieme al sodale Marco Pettenello. Che, concentrandosi sul racconto di cinque, intensissimi anni della vita - più pubblica e politica, che non intima e familiare - di Berlinguer: dal 1973 del fallimento e del conseguente rovesciamento del governo socialista di Salvador Allende in Cile per mano del generale Pinochet, al 1978 del rapimento di Aldo Moro; sembra voler realizzare, in poco meno di due ore, un resoconto diaristico, una sintesi cronachistica (che spesso diventa anche una collezione di memorie e di suggestioni), e ancora un flusso di immagini (vere e finte, nel senso di concepite, costruite, quando non reimmaginate attraverso le maglie della finzione) non soltanto riconducibile alla biografia del leader politico in senso stretto, ma alla più larga storia del Novecento.
Tutto molto interessante, se solo La grande ambizione e, va da sé, i suoi autori avessero intrapreso anch’essi una “via alternativa”. Certo, al period piece e al biopic. Difatti, per quanto indubbio risulti l’enorme lavoro di ricerca, recupero, studio dei fatti e delle fonti, come pure l’interpolazione e l’armonia dei materiali d’archivio all’interno dell’impianto drammaturgico, è altrettanto palese la piega didattica e didascalica in cui cade la pellicola, a partire dalle didascalie vere e proprie costantemente in sovrimpressione, ad indicazione di nomi, ruoli, luoghi, date, in qualità di veloci contestualizzazioni o annotazioni finali.

Pertanto, impegnata com’è a consegnare il compit(in)o nella maniera più corretta e filologica possibile, la pellicola si dimentica per gran parte quel che invece più dovrebbe contare. Parliamo, ovviamente, del cinema, conservato nondimeno nelle musiche di cui sopra e in un cast di incontestabili professionisti che donano un minimo di dinamismo emotivo e umano al racconto.
Fra questi, ricordiamo un Roberto Citran sobrissimo e in sottrazione che dà il meglio di sé nella parte di un Aldo Moro gentile - anche se non riesce ad eludere lo spettro del Fabrizio Gifuni di Esterno notte -; un infaticabile Paolo Pierobon nei panni di un Andreotti conturbante e mellifluo che emerge in tutta la sua ludica e lucida affettazione e nel suo lato più maniacale; e va da sé un Elio Germano mimetico nell’ennesima, splendida interpretazione, la cui grandezza sta nella spontaneità e apparente facilità con cui rianima Enrico Berlinguer.
Pur non riuscendo comunque a restituire per intero alla pellicola il suo calore perduto, il suo apporto contribuisce all’unico punto rimastole e centrato da Segre e Pettenello. Ossia quello di riportarci alla mente (e all’udito) le parole cariche di intuito e lungimiranza del leader comunista. Di un uomo che andava ovunque, fin nelle periferie della democrazia, toccava con mano il suo elettorato, ed era pronto a sacrificare qualsiasi cosa, finanche la propria stessa vita, sull’altare delle proprie convinzioni. Un uomo, appunto, di umili origini, esili sembianze e fare mite che tuttavia, non appena saliva sulla pedana, di fronte al microfono, si trasformava in qualcun altro, in qualcos’altro, nella voce di tantissime voci, di milioni di lavoratori. Nel segno, nell’incarnazione dei più, di un movimento davvero di massa, in una nazione di ultimi in cerca di riscatto.
Certo, il rischio, in molti casi, è di cedere il passo all’agiografia, ad una celebrazione che lascia purtroppo il tempo che trova. Specie se, a fare da coro, vi è un prodotto come il documentario Prima della fine di Samuele Rossi, che, col solo recupero e rielaborazione narrativa e descrittiva di materiali e registrazioni d’epoca, riesce - quello sì - a farsi documento inestimabile; requiem audiovisivo di un’intera classe e scena politica e, insieme, di un paese che, malgrado i numerosi lati d’ombra e le altrettante problematiche (che il film e i discorsi di Berlinguer ci ricordano sussistere tuttora), risultano oggi a dir poco irriconoscibili.
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