
SATURDAY NIGHT è divertente, ma troppo immaturo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Saturday Night
USCITA ITALIA: 21 ottobre 2024
USCITA USA: 27 settembre 2024
REGIA: Jason Reitman
SCENEGGIATURA: Gil Kenan, Jason Reitman
CON: Gabriel LaBelle, Rachel Sennott, Cory Michael Smith, Ella Hunt, Dylan O'Brien, Emily Fairn, Matt Wood, Lamorne Morris, Kim Matula, Finn Wolfhard, Nicholas Braun, Cooper Hoffman, Andrew Barth Feldman, Kaia Gerber, Tommy Dewey, Willem Dafoe, Matthew Rhys, J. K. Simmons.
GENERE: drammatico, biografico, commedia
DURATA: 109 min
Presentato al Telluride Film Festival 2024
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Omaggiata l'eredità del padre col reboot di Ghostbusters(: Legacy), Jason Reitman non abbandona il periodo culturale e la generazione di cui ha fatto parte il suo "vecchio" e sceglie di raccontare l'infuocato e turbinoso dietro le quinte della primissima e, in quanto tale, rivoluzionaria puntata del Saturday Night (Live). La forma diventa sostanza, ma la pellicola non si dimostra mai interessata a raccontarci l'eco e gli effetti di questa trasmissione sul mondo, limitandosi a dirceli e spegnendo la miccia.
Come spesso succede, nella locandina di Saturday Night c'è già tutto quel che c’è da sapere sul film. Possiamo infatti vedere un giovane Lorne Michaels - mitico produttore e autore televisivo, interpretato dalla promessa di The Fabelmans Gabriel LaBelle - in precario equilibrio su un piedistallo mentre regge, trattiene sulla propria schiena il peso, ma anche la "forma", di una massa convulsa, febbricitante, informe di persone.
I loro nomi sono Chevy Chase, Gilda Radner, Dan Aykroyd, John Belushi, Laraine Newman, Garrett Morris, Jane Curtin, Andy Kaufman, Jim Henson, e, oltre che dalla loro imprescindibilità di icone e animatori della commedia e dello show-business (statunitensi e non) del secondo dopoguerra, sono tutti accomunati dall’aver partecipato alla primissima stagione di uno dei programmi televisivi più longevi di sempre: il Saturday Night Live. Più precisamente, ognuno di loro ha fatto parte del cast della primissima e - in quanto tale - rivoluzionaria puntata della trasmissione, andata in onda sulla NBC nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 1975.
Pochi sono però a conoscenza di quel che successe realmente quella notte in quegli studi, dietro le quinte, durante i 90 minuti precedenti alla diretta. È quello che prova a raccontare e a portare in scena Jason Reitman, accompagnato come sempre dall’amico e fido co-sceneggiatore e co-produttore Gil Kenan, nella pellicola subito successiva alla rianimazione del franchise di Ghostbusters(: Legacy), lettera d’amore inevitabilmente malinconica all’eredità del padre e al fervido e inesauribile periodo culturale di cui quest’ultimo ha fatto parte. Lo stesso di cui hanno fatto parte anche tutti quei nomi lì sopra.

Saturday Night è, in questo senso, un'evidente reincarnazione, solo “meno” larga e accessibile, dello spirito elegiaco alla base di quel rilancio. Il debutto infuocato, quando non “arrapato”, e insieme l’(im)possibile e agrodolce canto del cigno di una generazione intera di artisti, imbarcatisi - chi per visione, chi per passione o chi per puro caso - in un viaggio di cui i più garantivano e auspicavano il naufragante fallimento, e che invece sarebbe stato destinato a cambiare per sempre le regole del gioco, stravolgere il linguaggio del piccolo schermo, fino ad imporsi come vero e proprio fenomeno di costume. Servendosi del potente balsamo della risata per nobilitare la controcultura sessantottina, underground agli occhi della massa.
Ciò detto, ancor prima di questa carica dirompente, eversiva, fragorosa, quel che Reitman e Kenan intendono restituire e far percepire allo spettatore sono appunto la fatica, il ritmo, l’armonica disarmonia di questo movimento spontaneo, di uno spettacolo sospeso tra l’avanguardia e il post-modernismo, e l’avanspettacolo cabarettistico più volgare (nel senso di popolano e popolare). Di un piccolo circo di “reietti, fannulloni o tossicodipendenti”, randagi, bestie altre, talenti incompresi o troppo pionieristici, anime talora preda della propria luce (e di quella dei riflettori), predestinate ad una grandezza dolente e tragica.
È lo stesso sforzo che sprona il nostro Michaels (fin dalla locandina), chiamato a fare i conti con un concerto, un ventaglio, un can can di inconvenienti e ostacoli: da litigi, incomprensioni e ribellioni della troupe ai capricci degli artisti, le pressioni e le richieste che giungono dai piani alti, per non parlare di tutti gli incidenti potenzialmente mortali. Cosa che la coppia di autori fa coincidere con una scrittura e una messa in scena incessanti, sinergiche nel loro disegnare uno spazio brulicante, saturo, rintronante, vorticoso, continuamente portato ad attirare lo sguardo e l’attenzione dello spettatore (e di una macchina da presa quasi soggettivata) su una nuova variabile, una possibile diversione, uno scenario imprevisto, su “tutto quello che potrebbe succedere se venissi a New York”.
Le musiche sincopate (a firma del jazzista Jon Batiste, prestato anche ad un cameo), composte sulle orme delle partiture impressioniste di Ornette Coleman, John Coltrane o addirittura Albert Ayler, si amalgamano con piani-sequenza à la Birdman che non soltanto immergono all’istante chi guarda in questo vagabondare frenetico tra set, uffici, corridoi e control room, ma permettono a Reitman di sincronizzare il tempo della storia (i 90 minuti circa prima della messa in onda) col tempo del racconto (i poco più di 100 minuti di durata della pellicola), mantenendo quindi intatte le proverbiali unità aristoteliche, e così descrivendo, riportando, traducendo al meglio: in esperienza cinematografica e pseudo-sensoriale; la tensione lacerante, l’affanno e l’agitazione collettiva dei presenti, senza il minimo controllo degli eventi, né tantomeno la più pallida idea di quello che stanno per dare in pasto al mondo.

Allora, anche Saturday Night è uno di quei film in cui la forma diventa sostanza. E, con essa, il mimetismo di un parterre di nuove leve e giovani volti della scena hollywoodiana (al fianco del bravo LaBelle, troviamo Rachel Sennott, Cory Michael Smith, Ella Hunt, Dylan O'Brien, un impressionante Matt Wood, Lamorne Morris, Finn Wolfhard, Nicholas Braun, un sottoutilizzato Cooper Hoffman, Andrew Barth Feldman): pari ad una dichiarazione d’intenti - per noi e per loro - non proprio rincuorante. O ancora, la parvenza granulosa, sgraziata, stonata delle immagini, che diventano tessuto filologico di un tempo transitorio, precario, abbozzato o, come direbbero loro, sketched (quelli dello show infatti sono “sketch, non scenette”, si premura Michaels), ma infine sempre afferrabile, comprensibile, persino anticipabile.
Ecco che, nel suonare la prima e paradossalmente ultima nota di questo magmatico coro altmaniano (quello di Radio America), Saturday Night si ripiega su sé stesso. Si rifugia nel tepore accogliente e solo fintamente (ergo cinematograficamente) anarchico di un’istantanea ingiallita, di una foto mossa. Si accomoda sulla consapevolezza che un fervore, una fucina, un simile crogiuolo di estro e genio oggi mai potrebbe esistere (o sopravvivere) e rifugge ogni appiglio col presente. Reitman e Kenan non si dimostrano mai interessati a raccontarci l’eco che questa prima trasmissione e questo programma hanno avuto sul mondo e sui suoi spettatori. Si limitano a dircelo e farcelo presente, a ricordarcelo puntualmente, ad alludervi in maniera retroattiva, artificiosa e purtroppo incoerente con la natura di un’opera - la “nostra” e la loro - pura, semplice, sincera.
Cristallizzato quindi in quei 90 battiti d’orologio e salutato inoltre lo scampolo di soggetto che avrebbe potuto farne un qualcosa di collettivo e universale, Saturday Night si ferma all’incontro e scontro neanche tanto decisivo tra due generazioni (da cui escono vittoriosi, neanche a dirlo i “vecchi”, di ieri e di oggi, portati in scena da un infaticabile Willem Dafoe e da un J. K. Simmons davvero dissacrante) e si accontenta di un epilogo soddisfacente, perdendo tuttavia la possibilità di un effetto più incisivo, sismico, duraturo. Spegnendo la miccia di una bomba apparentemente destinata ad esplodere.
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