
LA SINDROME DEGLI AMORI PASSATI è troppo frenato
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Le Syndrome des amours passées
USCITA ITALIA: 5 settembre 2024
REGIA: Raphaël Balboni, Ann Sirot
SCENEGGIATURA: Raphaël Balboni, Ann Sirot
CON: Lucie Debay, Lazare Gousseau, Florence Loiret Caille, Ninon Borsei, Florence Janas
GENERE: drammatico, commedia
DURATA: 89 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
La coppia di autori belgi Ann Sirot e Raphaël Balboni torna a riflettere sulle relazioni affettive, questa volta dal punto di vista sessuale, ne La sindrome degli amori passati. Malgrado una cifra comica scorretta ma sempre delicatissima, un paio di interpretazioni giustissime e una rielaborazione visiva dell'effettivo atto sessuale, la pellicola non va tanto oltre le sue premesse.
Potrebbe facilmente essere il soggetto perfetto (per qualsiasi commedia romantica che si rispetti), quello da cui prende il via La sindrome degli amori passati, il nuovo film con cui la coppia di registi e sceneggiatori belgi Ann Sirot e Raphaël Balboni torna a ragionare sulle relazioni affettive e su cosa significhi oggi stare insieme ad un’altra persona. Questa volta, però, il cardine del discorso non è tanto il doversi confrontare con la malattia, come nel caso del precedente e imprevedibilissimo La folle vita, quanto piuttosto la ben più comune, definente e definitiva sfera sessuale e tutto ciò che le gravita attorno e ne regola peraltro i meccanismi più misteriosi, indefinibili, singolari e magici.
Protagonisti sono Sandra, Rémy e, soprattutto, le loro difficoltà ad avere il figlio che tanto desiderano. Ma anche della notizia che, un giorno, gli rivela il medico che ne sta seguendo il “travaglio”, il quale dice di aver scoperto, durante un meeting, che molto probabilmente a frenare il loro sogno è una condizione relativamente nuova. Una sindrome, sostiene, meglio conosciuta come “sindrome degli amori passati”. Fortunatamente(?), esiste un rimedio, un metodo che, seppur non proprio deontologicamente accertato, potrebbe dargli un barlume di speranza.
In pratica, Sandra e Rémy dovranno ripercorrere integralmente il loro percorso sessuale, ritrovando e “riscoprendo” (in ogni senso possibile) tutti i propri ex-partner di letto. Una soluzione che i due accettano inizialmente con titubanza, ma che ben presto li porterà a mettersi a nudo non solo con tutti quelli a cui si rivolgeranno in cerca di aiuto, ma anche tra di loro, nella propria intimità individuale, disseppellendo segreti, finzioni, bugie, (ri)accendendo gelosie, invidia, competizioni, fino a raggiungere una dimensione più ampia, larga, collettiva. Quella del gioco di impressioni, apparenze, convenzioni che sussistono tutt’oggi nel rapporto tra i sessi, e con il quale affrontiamo, ci districhiamo e teniamo in equilibrio nell’agone sociale.
La stessa estensione a cui ambisce e che, per certi versi, lambisce la sceneggiatura di Sirot e Balboni dopo un succedersi di circostanze e situazioni nelle quali profondono il massimo della loro comicità, alla stregua di un’intiepidita grafia kaurismakiana, capace di essere scorretta e fare cenno ad argomenti spinosi - come la mancanza di consenso o l’incesto - senza perdere un briciolo del proprio garbo e di una finezza distintiva.
È tutta una questione di savoir-faire, la loro, e merito di un armamentario, di un registro e di uno stile ironici, pungente, sottile e molto arguti che - seppur impiegati, eseguiti, portati con piacere da un montaggio a ritmo di jump cut, dalle interpretazioni giustissime di Lucie Debay e Lazare Gousseau e da una rielaborazione visiva dell’effettivo atto sessuale in quadri sospesi tra un astrattismo siderale e l’arte performativa - non evitano a La sindrome degli amori passati di cadere nella ridondanza della propria scansione narrativa. Complice in questo anche un adagiarsi e accontentarsi, da parte della coppia di autori, dell’eccentricità e della stravaganza del mondo dipinto che, pertanto, non viene mai problematizzato o, viceversa, normalizzato.
A differenza del quasi coevo Love del norvegese Dag Johan Haugerud, la pellicola di Sirot e Balboni sosta infatti nei lidi e nei limiti di un'allegoria su, potenzialmente, tutto (e quindi, come spesso accade, niente di) quel che può essere la complessità dell’amore oggi, al tempo delle app di incontri e degli “animal party”: un tempo di liberazione, fluidità, accettazione come mai prima, il cui effetto sarebbe tuttavia opposto, contraddittorio, di crescente pudore e biasimo. Difatti, La sindrome degli amori passati non sembra, sa, vuole spingersi al di là di una messa in contrapposizione tra due posture sociali - da un lato, lo stigma nei confronti del femminile (in gergo, lo slut-shaming), dall’altro il complesso performativo, l’agonismo predatorio che ci si aspetta, anzi si pretende all’uomo.
Quel che, con molta semplicità, potremmo definire un coito interrotto, promettente all’inizio ma mai consumato per davvero.
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