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            4 Settembre 2024
            Harvest Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            HARVEST di Athina Rachel Tsangari - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Harvest
            REGIA:  Athina Rachel Tsangari
            SCENEGGIATURA: Joslyn Barnes, Athina Rachel Tsangari
            CON: Caleb Landry Jones, Harry Melling, Rosy McEwen, Arinzé Kene, Thalissa Teixeira, Frank Dillane
            GENERE: storico, drammatico
            DURATA: 131 min
            In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Tanto sciocco quanto pedante, Harvest di Athina Rachel Tsangari adatta l’omonimo romanzo di Jim Crace e racconta il quieto vivere di una comunità campestre e isolata che viene rotto dall’incursione della modernità. Ma riesce solo a dimostrare che non tutto ciò che funziona sulla carta stampata può funzionare al cinema.

            Qualcuno diceva che “uno sciocco è noioso, un pedante è insopportabile”. Ebbene, Harvest, il nuovo film di Athina Rachel Tsangari (meglio conosciuta per essere la regista di Attenberg e Chevalier), è noioso e sciocco, tanto quanto è insopportabile e pedante. Per riprendere un’altra frase, questa del grande Gualtiero De Marinis, “è talmente pedante che se non capisci il messaggio viene a bussarti a casa per ripeterlo”. 

            Ma andiamo con ordine: la pellicola racconta la storia di un villaggio senza nome sperso fra la natura, in un’epoca e un luogo indefiniti, e le vicende dei suoi pochi abitanti. In particolare, di uno di loro, Walter Thirsk, un uomo di città trasferitosi lì insieme all’impacciato proprietario della terra e amico di infanzia, Charles Kent. Anche qui, come nel caso di Vermiglio, si descrive e indaga il quieto vivere di una comunità rurale, contadina, ancor più arroccata e lontana da tutto e da tutti, che viene spezzato e destabilizzato da un’incursione imprevista. 

            Nel film di Maura Delpero, a bussare alla porta della numerosa famiglia trentina, è un maschile che danneggia, “rovina”, costringe a crescere, mentre in Harvest - anche adattamento dell'omonimo romanzo di Jim Crace - il ciclo perpetuo di abitudini di questo villaggio (dei presto diseredati, oltre che dei dannati) è la modernità, con tutte le sue derive e i suoi traumi imprescindibili. Prima sotto le mentite spoglie di un cartografo, poi di tre migranti e infine di un’intera delegazione di uomini d’affari, pronti a rimodulare e ridefinire questa realtà, questo microcosmo (solo superficialmente) idilliaci secondo la propria filosofia e ideologia. 

            Capitalismo, individualismo, esistenzialismo, alienazione, manipolazione conveniente della realtà, diffidenza, impotenza: non manca davvero nulla al copione scritto da Joslyn Barnes insieme alla stessa Tsangari. Che si mostra ispirato, interessante, finanche arguto, nel nesso che traccia, individua e sostiene tra le mappe: ossia il vedere il mondo da una prospettiva innaturale, non più da un orizzonte unico e chiaro (di westeriana memoria, se volete); e quel caos che infine ci ha disorientato, ci ha fatto perdere di vista noi stessi, defraudandoci del cosiddetto coefficiente umano, delle radici, della verità, umana e culturale. 

            Per il resto, Harvest riesce giusto a ribadire che non tutto ciò che funziona sulla carta stampata funziona anche al cinema, mettendo una narrazione a dir poco prevedibile, indolente (in cui lo spettatore, come il suo protagonista del resto, è inteso solo come un osservatore inerme e neutrale) al servizio di un discorso e di una metafora che, nel tentativo di apparire urgenti e importanti, si riducono ad un inventario di hot topics da includere a qualsiasi costo e ad ogni modo. Anche gratuitamente. 

            Svuotato insomma della benché minima intenzione (incluso l’essere un “dagherrotipo, o il suo equivalente moderno, una Polaroid esposta lentamente al crepuscolo”), Harvest può contare sulla mera appariscenza di una confezione di per sé autocompiaciuta. Non bastano però l’utilizzo (del tutto vano) di pellicola in 16mm e un paio di interpretazioni limitatamente buone (fra cui quella di un Caleb Landry Jones sprecatissimo) a pareggiare il debito di pochezza di uno dei peggiori film in concorso alla 81ª Mostra del cinema di Venezia.

             

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