
VENEZIA 81
VERMIGLIO di Maura Delpero - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Vermiglio
REGIA: Maura Delpero
SCENEGGIATURA: Maura Delpero
CON: Tommaso Ragno, Giuseppe De Domenico, Roberta Rovelli, Martina Scrinzi, Orietta Notari, Carlotta Gamba, Santiago Fondevila Sancet, Rachele Potrich, Anna Thaler, Patrick Gardner, Enrico Panizza, Luis Thaler, Simone Bendetti, e con Sara Serraiocco
GENERE: drammatico
DURATA: 119 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7
RECENSIONE:
Al suo secondo lungometraggio di finzione, Maura Delpero torna a parlare di maternità e femminile con Vermiglio, che ricalcando L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi e il cinema materico e arroccato di Alice Rohrwacher ci porta nella vita, nei segreti, nei piccoli, grandi problemi di una famiglia trentina. Un film che si svincola dalla cartolina indulgente per abbracciare un racconto semplice e sincero, in raro equilibrio tra giovialità e dramma.
Vermiglio. Quell’intensità (di colore e di sentimento) cantata da tanti grandi poeti. Dante: “balenò una luce vermiglia La qual mi vinse ciascun sentimento”. Boccaccio: “la giovane, che di vergogna tutta era nel viso divenuta vermiglia”. Pascoli: “Quando brillava il vespero vermiglio”. Ma anche un piccolo paesino montano del Trentino, al confine esatto con Lombardia, in cui una nuova poetessa delle immagini del nostro cinema, Maura Delpero (suo è Maternal, presentato al Locarno Film Festival del 2019), sceglie di ambientare il suo secondo lungometraggio - dal titolo omonimo.
Protagoniste sono le vicende di una famiglia umile e numerosa, più precisamente di tre sorelle, Lucia, Ada e Flavia, lungo un intero ciclo di stagioni. Siamo agli sgoccioli della seconda guerra mondiale (tenuta, come in Campo di battaglia, discretamente fuori campo dalla regista) e, un giorno, il padre, maestro elementare (e di vita) rispettato in paese, decide di accogliere in casa un soldato sottrattosi alle armi e rifugiatosi proprio tra quei monti.
È di poche parole, si può intuire che dentro di sé custodisce qualcosa di misterioso, che viene però attribuito al trauma del fronte. Ciò nondimeno, Lucia, la maggiore, arriva ad innamorarsene e poco dopo a chiedergli di sposarla. Purtroppo per lei, non tutto andrà come sperato. D’altra parte, Ada soffre il confronto con la più piccola Flavia - la migliore della classe e colei a cui il padre ha concesso di proseguire gli studi dopo il diploma -, venendo a conoscenza di un piccolo, oscuro segreto che muterà l’immagine che aveva del genitore.
Ponendosi sulle frequenze e sulle vibrazioni de L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi e del cinema materico, arroccato, verace, femminile di Alice Rohrwacher, Delpero torna a parlare di tempo e di maternità (e debutta in concorso all’81° festival di Venezia) con un’opera sottile, in punta di piedi, fatta di faccende quotidiane, preghiere, momenti intimi, confessioni, interrogativi fanciulleschi, piccole cose quotidiane. Il ritratto di una comunità isolata dal resto del mondo (che conosce sui libri di geografia); di un contesto arretrato e arcaico (malgrado una prima scolarizzazione), che vede e concepisce la donna come veicolo (del patrimonio, del nome, degli sbagli, e pertanto le sottopone a disonore ed onte sociali) e l’uomo come colui “che tira il carro”.
E ancora, l’affresco “sognato” di un mondo soggetto alla superstizione, a vecchi principi, a stagioni trapassate che è Vermiglio, definito dalla stessa autrice come “una storia di bambini e di adulti, tra morti e parti, delusioni e rinascite, del loro tenersi stretti nelle curve della vita, e da collettività farsi individui. Di odore di legna e latte caldo nelle mattine gelide". La cronaca sentitissima, inoltre, di un gruppo di persone che perde il proprio equilibrio, una serenità e una pace apparentemente idilliaca, nell’esatto momento in cui il mondo intero ritrova i propri.
Come sopra, nulla di particolarmente inedito se lo si racconta a parole, che tuttavia la regista bolzanina svolge in una maniera insieme sua e non. Il motivo principale grazie a cui la pellicola riesce ad offrire qualcosa di fresco allo spettatore è rappresentato infatti dal meraviglioso cast di attori scelti (perlopiù non-professionisti), al pari di co-autori del segno filmico. Quelli che Delpero si limita ad inquadrare, sempre dalla distanza migliore; ad osservare con l’occhio di una macchina da presa in sottrazione, lasciandogli e lasciando ai personaggi che interpretano il compito di parlare, significare, essere in maniera molto libera e spontanea.
Non ci stupirebbe in tal senso scoprire che moltissimo di quel che vediamo possa essere frutto di improvvisazione, tanta è la naturalezza di cui il film si connota. In caso contrario, sarebbe comunque merito di una sceneggiatura in stato di grazia (scritta dalla stessa regista), di una capacità istintiva di raccontare il mondo femminile senza apparire affettati, ma anche di una direzione perfettamente coerente e in comunione coi luoghi e i suoi abitanti.
Non è la cartolina sbiadita, ingiallita, né imbruttita di tempo e spazi andati, Vermiglio, quanto piuttosto una sinfonia dai lontani echi alcottiani, che segue l’andamento naturale, imperituro, quasi da realismo magico, delle stagioni, i battiti e le armonie della vita, mantenendo un raro e prezioso equilibrio tra una vitalità anche ilare (in particolare, negli scambi tra giovani e giovanissimi) e drammatiche avversità da comprendere e, possibilmente, domare. Per farsi donne.
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