
VENEZIA 81
MARIA di Pablo Larraín - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Maria
REGIA: Pablo Larraín
SCENEGGIATURA: Steven Knight
CON: Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Haluk Bilginer, Kodi Smit-McPhee, Stephen Ashfield, Valeria Golino
GENERE: drammatico, biografico
DURATA: 124 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8
RECENSIONE:
Con Maria, Pablo Larraín chiude(?) il trittico di ritratti femminili completato da Jackie e Spencer, raccontando gli ultimi giorni di vita della soprano che ha incantato il mondo per circa due decenni. Prevedibilmente però, quel che interessa al regista cileno è cercare di (ri)comporre un’immagine quanto più vivida e vibrante di una donna, prima che di un’artista, aiutato da una Angelina Jolie in stato di grazia.
Il palcoscenico, per Maria Callas, non è un luogo fisico, tangibile. Non è quello del Teatro Alla Scala, né quello dell’Opera Garnier di Parigi, figurarsi quello del Metropolitan di New York. No, il palcoscenico della celebre soprano così come raccontata da Pablo Larraín (e dal sodale sceneggiatore Steven Knight) in Maria, è la sua mente. E non poteva essere altrimenti: la dimensione che il regista cileno sceglie per coglierne e analizzarne la figura sono infatti i suoi ultimi giorni di vita.
Spettrale, mortifera, privata della sua voce, segnata da una fine che incede velocissima e a cui il cineasta ci mette di fronte fin dalla primissima sequenza, vittima inoltre di “un teatro che ha in testa”, di (flashback travestiti da) visioni (à la Hammamet) alle quali nemmeno lei sa dare significato… Ma chi è davvero questa donna? Cosa desidera? A cosa pensa, mentre vaga per gli sfarzosi corridoi e i saloni barocchi della sua casa, o tra le vie e i viali, i giardini di una Parigi autunnale? Chi è, insomma, Maria al di là di quello per cui è passata alle cronache? Oltre la Grande Diva, La Callas, la voce sublime che, per due decenni circa, ha incantato il mondo intero.
È allora quanto di più significativo e logico il titolo della pellicola con cui Larraín chiude(?) il discorso cominciato con Jackie e proseguito poi con Spencer; atto conclusivo di un trittico ideale di ritratti femminili di cui è un tassello coerentissimo, ma anche e soprattutto una sintesi eccellente che eleva all’ennesima potenza le idee di base di operazioni, queste, che trattengono in sé due lati distinti, mai così emblematici e dicotomici come qui.
Il primo risponde alle esigenze di un impianto indubbiamente spettacoloso e spettacolare, magniloquente, elegante, finanche glamour, e al contempo programmatico e chiarissimo nella sua funzione di “veicolo” utile a riservare - ma non ad assicurare, come ben sappiamo - un posto nella stagione dei premi alle proprie star: corpi divistici da (ri)definire nel segno di un passato che si fa (precursore del) contemporaneo.

Maria si rivela pertanto come l’inserto più ambizioso, grandioso, per certi versi kolossale, di questa trilogia tematica. Complici in questo l’allure di una ricca e pregiatissima co-produzione internazionale (che vede impegnati Italia, Germania e Stati Uniti), e l’avvolgente e sontuosa atmosfera “acconciata” dai magnifici costumi di Massimo Cantini Parrini, dalle scenografie di Guy Hendrix Dyas e, in particolare, dalla fotografia raffinatissima di Edward Lachman. Come già Larraín e Knight, questi punta a ricreare la frammentarietà esistenziale di un’icona del Novecento. Nella fattispecie, il suo lavoro è votato a far emergere i meccanismi psicologici della soprano nella filologia di immagini, estetiche, temporalità visualizzate, filmati di repertorio ricreati ad hoc. Ma anche nel vorticoso e armonico muoversi di una macchina da presa dal passo incessante che interroga continuamente, al semplice fine di potenziare ed esaltare al massimo una Angelina Jolie che si appropria del proverbiale “ruolo della vita”, dotandolo e caricandolo di un’aura e di un carisma inimitabili, facendosi insieme irraggiungibile e fragilissima. Qualità che le permettono peraltro di superare per distacco la camaleontica affettazione sia di Natalie Portman, che di Kristen Stewart. Come prevedibile, è lei l’unica e sola chiave, il fattore necessario e fondamentale, la condizione senza cui Maria non sarebbe il film che è.
Un film che - rispetto alla sua seconda “natura” - ritrova poi volontà più prettamente autoriali e, da summa qual è, mette bene in chiaro la consonanza, il nesso, il flusso comune alla trilogia, alle sue protagoniste e ai film che la compongono - che omaggia, cita, innesta secondo vie impreviste ed espedienti tipici del cinema più mainstream. Piegando e distorcendo nuovamente le convenzioni del biopic, Larraín persegue quindi il solito obiettivo. Ossia quello di acquisire, riportare, (ri)comporre un’immagine, sì, sfuggente, inafferrabile, sempre e comunque mediata dallo sguardo di un regista, ma viva, vibrante, intensa di una donna che vive la sua vita “guardando indietro”, spersa in un fluviale e allucinatorio flusso di coscienza, al punto da spezzare il proprio legame con la realtà.
Con l’unica differenza che la sua Maria Callas si avvale di questa condizione (clinica e cinematografica) per diventare ella stessa la regista d(i un film n)el film. Sono sempre stati gli altri infatti a decidere per lei: prima la madre, che la disprezzava per il suo aspetto fisico, poi l’amore (mai rinnegato né dimenticato) Aristotele Onassis, che pensava di farne ciò che voleva. Ora però, quando la vita le (e ci) scorre di fronte agli occhi, quando ciò che riteneva un miracolo, che l’ha resa “la Prima Donna Assoluta”, si è trasformato in una dolorosa maledizione, è finalmente venuto il momento che sia lei a decidere “come va a finire”.
A cercare quella “voce umana” che “ha perso da tempo”, scrivendoci un’autobiografia insieme autentica e inattendibile. A far emergere Maria, uccidendo Callas, anche se questo significa limitarsi ad un’ascesa tormentata, struggente. Il tutto, a costo di abbandonarsi a spinte autodistruttive e di sfidare la ragione. Perché ”la sua vita è l’opera e l’opera (non solo) non possiede ragione”, ma può essere ascoltata, compresa, sentita da pochi intimi. Più precisamente, dalle due figure totali e totalizzanti che “affollano” la sua caduca e scheletrica realtà. Sono i due domestici che staranno al suo fianco fino agli ultimi istanti: il maggiordomo Ferruccio e la cuoca Bruna, interpretati rispettivamente da un Pierfrancesco Favino e una Alba Rohrwacher misurati, a dir poco incantevoli.
Ecco, l’inquadratura finale che Larraín o, meglio, Maria dedica loro è la nota agrodolce e tenerissima di un’aria che ha sicuramente i suoi manierismi, le sue stonature e le sue imperfezioni (“come ogni brano dev’essere”, direbbe la soprano), ma che sa coinvolgere e conquistare come poche altre.
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