
THE ANIMAL KINGDOM E LA METAMORFOSI DEL CINEMA FRANCESE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Le Règne animal
USCITA ITALIA: 13 giugno 2024
USCITA FRA: 4 ottobre 2023
REGIA: Thomas Cailley
SCENEGGIATURA: Thomas Cailley, Pauline Munier
CON: Romain Duris, Paul Kircher, Adèle Exarchopoulos
GENERE: avventura, fantascienza, fantastico, drammatico, azione
DURATA: 128 min
In concorso per il premio Un Certain Regard al Festival di Cannes 2023; vincitore di 5 premi César
VOTO: 8
RECENSIONE:
In un futuro prossimo l'umanità è assediata da misteriose mutazioni che trasformano le persone in ibridi animali. È da questa intrigante premessa che parte il viaggio di The Animal Kingdom di Thomas Cailley, che, elevato da ottime interpretazioni, regala un'esperienza immersiva, rivelandosi un abile e astuto esempio di cinema capace di coniugare le forme più spettacolari e popolari, e le peculiarità più europee e (pseudo-)autoriali.
Qualsiasi cosa gli si possa dire, ascrivere o riprovare, il cinema francese gode da sempre - e al di là di tutte le piccole, grandi metamorfosi del medium e del mercato - di una freschezza e di un carattere inesauribili, inestimabili, inimitabili. Riesce, in altre parole, a fare quello che una volta era dei film italiani, non soltanto connotando in maniera precisa e riconoscibile anche i generi di maggior sfruttamento e più universali, ma addirittura andando a cercare un confronto con le grandi produzioni hollywoodiane, con l’idea e i modi del blockbuster più spettacolare, senza uscirne con la schiena spezzata o subire complessi di inferiorità.
Se fino ad ora si poteva parlare soprattutto di kolossal storici, oppure di grandi trasposizioni del patrimonio letterario, romanzesco e fumettistico nazionale (come nel caso dei vari Asterix & Obelix o dell’ambizioso dittico de I tre moschettieri diretto da Martin Bourboulon), è lo sceneggiatore e regista Thomas Cailley, col suo secondo lungometraggio (a quasi dieci anni dall’esordio), ad alzare notevolmente l’asticella del confronto, raccogliendo il testimone di Luc Besson e portando il cinema francese nei territori sconosciuti e perigliosi del fantastico, della fantascienza, per certi versi di un pre- o post-apocalittico a ingranaggio lento.
The Animal Kingdom - questo il titolo del film - immerge infatti lo spettatore in un futuro prossimo in cui il genere umano è assediato da misteriose mutazioni che trasformano le persone in ibridi animali, anche se si preferisce definirli “bestie” o tutt’al più “creature”. In e di questo mondo, seguiamo le vicende di François e del sedicenne Émile, rispettivamente padre e figlio, la cui vita cambia radicalmente dopo che la moglie di uno e la madre dell’altro viene colpita da questa inspiegabile e inquietante condizione e trasferita, di conseguenza, in un centro di analisi e contenimento vicino ad un borgo storico nel sud della Francia. François ed Émile scelgono di trasferirsi lì vicino, ma, poco dopo il loro arrivo, un incidente provoca la fuga di decine di creature, tra cui vi è pure la loro cara. Mentre il ragazzo fa di tutto per dissimulare la realtà dei fatti, nel desiderio di una vita normale - tra giornate a scuola, serate con gli amici e primi amori -, il genitore non si dà per vinto e le prova tutte per ritrovarla. Il loro rapporto verrà però messo ulteriormente alla prova quando anche il ragazzo inizia a sviluppare i primi sintomi della trasmutazione…

C’è di che rivedere e ricordare nel soggetto e nella sceneggiatura scritta da Cailley insieme a Pauline Munier. Tanto cinema di diversi e freaks, da Browning fino a Del Toro. Ma anche ingredienti e atmosfere da zombie-movies: trasformazioni fisiche e non solo, morbi visibili e invisibili. Tutte storie e film, questi, accomunati da un ribaltamento ideale e ideologico della prospettiva umana, dal concetto secondo cui i veri mostri siamo noi e la vera mostruosità è la natura maligna, infida, ipocrita, intollerante a cui di frequente ci pieghiamo, la discriminazione di ciò che ci fa paura, l’annichilimento e il rigetto di quel che non afferriamo fin da subito, l’incapacità di comprendere davvero il cambiamento.
Nel contesto di questo fondato rilancio mitologico, dell’ennesima riproposizione di una parabola secolare, il duo di sceneggiatori innesta - come già fatto da altri - un coming-of-age in cui le trasformazioni (prettamente adolescenziali) del corpo vengono convertite in segno fantastico, in manifestazione scenografica di una crescita individuale, di una consapevolezza interiore, dell’accettazione del nuovo sé. Il tutto si intreccia poi con un dramma familiare molto coinvolgente, elevato e distinto dalla chimica e dalle interpretazioni incisive di due attori credibili, naturali e indovinatissimi a livello fisionomico.
Parliamo quindi di Romain Duris, attore dal temperamento e stampo moderni, qui davvero in stato di grazia. Capace di tenere insieme le due anime del progetto, egli incorpora nella sua prova la tensione dello straordinario e il melodramma più intimo e personale; la smorfia, la durezza e la severità del tipico eroe d’azione, e la dolcezza, l’intensità, le fragilità naturali dell’uomo e del padre. Al suo fianco, vi è il giovane Paul Kircher, già fattosi notare in Winter Boy - Le Lycéen di Christophe Honoré, che qui regala una performance di grande impegno espressivo e fisico, vitale per tenere in piedi la finzione e l’afflato della pellicola, e favorire così l’immedesimazione di chi guarda nel mondo diegetico e nella cifra emotiva della storia. Basterebbe già soltanto la loro presenza e il loro duetto di parole, sguardi, gesti - nel quale fa capolino saltuariamente una Adèle Exarchopoulos che non esce dal suo habitat recitativo - per qualificare, definire e sciogliere The Animal Kingdom dalle insidie e dai rischi della derivazione, della proverbialità e dall’evidenza dei suoi discorsi.

Ciò significherebbe tuttavia soprassedere sull’inattaccabile coerenza interna del pastiche, sulla tenuta e organicità - rare, oggi più che mai - dell’universo dipinto dal regista. Ma soprattutto vorrebbe dire negare al progetto la sua poliedricità, il suo essere un abile e astuto esempio di cinema che sa coniugare le forme più spettacolari, larghe e popolari - sorretto da una regia solida e da contributi di grandissimo pregio quali l’incantevole fotografia di David Cailley, gli ottimi tappeti musicali e motivi del polistrumentista italiano Andrea Laszlo De Simone, e gli effetti speciali (pratici, non visivi!) di Cyrille Bonjean e Bruno Sommier, in grado di far impallidire anche le migliori produzioni d’oltreoceano - e le peculiarità del film europeo, dai connotati pseudo-autoriali e dalla narrazione spesso anti-climatica. Quello che lavora sui dettagli di messa in scena, sulla scrittura visiva dei personaggi (basti pensare alla sequenza d’apertura e al contrasto rivelatore tra ciò che François dice e fa), sulla sofisticatezza dei dialoghi e sull’ambiguità di certe battute. Quello che piace ai festival [è stato presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes], aggiudicandosi pure premi importanti [ben cinque César]. Quello che, insospettabilmente, finisce per riflettere su sé stesso o, in questo caso specifico, sulla necessità del cinema (francese) di trasformarsi, di cambiare, al fine di (ri)scoprire la sua vera natura.
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