
DÌ, MARCELLO MIO, PERCHÉ RIDI?
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Marcello mio
USCITA ITALIA: 23 maggio 2024
USCITA FRA: 21 maggio 2024
REGIA: Christophe Honoré
SCENEGGIATURA: Christophe Honoré
CON: Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Fabrice Luchini, Nicole Garcia, Melvil Poupaud, Stefania Sandrelli
GENERE: commedia, drammatico, biografico
DURATA: 121 min
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Dopo l'ennesimo riferimento nostalgico allo stile e all'eredità del padre, Chiara Mastroianni decide di farsi possedere dal fantasma di quest'ultimo, con lo sconcerto di cari e amici. È l'incipit di Marcello mio di Christophe Honoré, un ondivago canto, una sincera canzone che gode di un cast stellare, dell'incredibile somiglianza della sua protagonista col genitore, e di un'anima felice da situation comedy, ma che ad un certo punto vorrebbe ambire a qualcosa di più, mancando tuttavia della statura e della sensibilità giuste per permetterselo.
“Dovresti essere più Mastroianni e meno Deneuve, più Marcello e meno Catherine” dice l’attrice e regista Nicole Garcia a Chiara Mastroianni in una delle prime sequenze di Marcello mio di Christophe Honoré. Al che, per tutta risposta, quest’ultima decide non tanto di travestirsi, quanto piuttosto di farsi possedere dal fantasma del padre, di diventare lei stessa il fantasma di quel “Marcello!” che Anita Ekberg chiamava a gran voce ed invitava ad immergersi nella Fontana di Trevi, in uno dei pezzi di cinema più leggendari di tutti i tempi.
Il suo però non è e nemmeno dev’essere inteso (solo ed esclusivamente) come uno scherzo spiritoso, un gesto ironico, una sconcertante provocazione. Per lei, trasformarsi in Marcello Mastroianni significa, da un lato, muovere un vero e proprio scacco edipico nei confronti di un uomo (prima che di un padre), di una figura iper virilizzata, notoriamente codificata secondo i canoni del tombeur de femmes, del latin lover (basti pensare a quella con la già citata Deneuve, da cui proprio Chiara è venuta al mondo). Una riscossa, in altre parole, verso il maschile e il maschilismo che fu, ben precedente alla crisi decostruttiva nella quale si inserisce pure quest'ultimo film di Honoré.
D’altra parte, oltrepassare, riconoscersi allo specchio quale inevitabile e “nuova manifestazione” dello spirito di Marcello aiuta Chiara a superare una “vertigine” da cui non riesce a distogliere la propria attenzione. A fare i conti, a sfidare chi non riesce a riconoscerla altrimenti, coloro che la percepiscono soltanto come “figlia di”. E ancora, a sfiorare con mano e cercare di ammettere i traumi che più l’hanno segnata.

Tra questi, ovviamente, la scomparsa prematura e imperdonabile di questo uomo che talora le sembra di ricordare solo tramite i suoi ruoli iconici, la sua enigmatica e camaleontica immagine divistica, il suo essere (cinema) più che il suo esserci (stato). Allo stesso tempo, si fa menzione anche del desiderio irrealizzato della nostra di veder sposati i propri genitori. Di vivere una vita normale, noiosa, come una famiglia di fatto.
A confessarlo, però, è insospettabilmente mamma Catherine, che guida - con la solita classe e il magnetismo che sempre la precedono, per non parlare di quella sincerità e quell’autoironia che già avevamo apprezzato ne Le verità - uno stellare cast di comprimari in un’opera imprendibile al pari di colui, ergo colei, che racconta. Oltre alla summenzionata Nicole Garcia, contiamo un affettuosissimo e splendido Fabrice Luchini, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud e Stefania Sandrelli - che, per la prova affettata e svogliata a cui si “dedica”, avremmo quasi preferito non comparisse.
Sospeso - come avrete già intuito - tra realtà e finzione, documentario e (auto)fiction, situation comedy e melodramma familiare, performance teorica e gossip patinato, omaggio passionale e appassionato e ricordo frammentario, contorto, spesso sbiadito: <em>Marcello mio è essenzialmente un character study dai contorni freudiani che vuole tenere insieme il pittoresco e il naturale, lo spontaneo, della vita. Il tentativo - travestito in segreto anche da musical e con una rappresentazione grottesca e impietosa dell’Italia meloniana e dei suoi impomatati salotti televisivi - di ragionare, e quindi umanizzare, sia il mestiere(!) dell’attore sia una figura astratta, ideale, eterea, pervasiva, (im)mortale come quella di Mastroianni. Una da cui forse è impossibile fuggire, liberarsi, volare via, se non attraverso il realismo della finzione.

Nel sostenere questo gioc(hett)o cinematografico - che va inconsapevolmente a fondere il tema e l’approccio di Vera di Rainer Frimmel e Tizza Covi, insieme al mimetismo psicanalitico di Mi fanno male i capelli di Roberta Torre -, Honoré fa tutti i passi giusti, ma quasi mai quelli più interessanti e stimolanti. Difatti, le situazioni in cui (dal tavolo della sceneggiatura) decide di porre e in cui, con leggerezza e sinuosità, segue, inquadra, interroga Chiara/Marcello raramente hanno senso ulteriore al di là della bravura, del cuore e della dedizione dei suoi attori e protagonisti.
Allora, ciò che il film guadagna in tenerezza, gentilezza, soavità, semplicità, lo perde in soluzioni discutibili, linee di dialogo forzate, divagazioni evitabili, simbolismi didascalici e immagini abbastanza inconsistenti. O, più precisamente, nella fiducia e illusione, da parte del regista, di trarre un qualcosa di più alto, complesso, ambizioso da quel che, di fatto, è un ondivago canto e una sincera canzone, con annessa dose di riferimenti e fan service (anche se definirli tali potrebbe offendere qualcuno). Per sua sfortuna, Honoré non riesce mai a trovare il ritmo e il centro effettivo di Marcello mio, né tantomeno dispone della statura e sensibilità necessarie per permetterselo. Per ragionare davvero su chi sta dietro l’apparenza e la figura(zione), e non solo per bearsi di una somiglianza incredibile, al limite del perturbante. O per cercare di capire fino in fondo, senza accontentarsi giusto di qualche vaga domanda. “Dì Chiara, perché ridi?”
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