
ANSELM, IN EQUILIBRIO SULL'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Anselm
USCITA ITALIA: 30 aprile 2024
USCITA DEU: 12 ottobre 2023
REGIA: Wim Wenders
CON: Anselm Kiefer, Daniel Kiefer, Anton Wenders
GENERE: documentario
DURATA: 93 min
In concorso per L'Œil d'or al Festival di Cannes 2023
VOTO: 8
RECENSIONE:
Reduce dal trionfo di Perfect Days, Wim Wenders torna sui grandi schermi italiani con Anselm, il suo nuovo documentario sulla vita e l'opera dell'imprendibile e (post-)contemporaneo artista, suo coetaneo, Anselm Kiefer. Ne deriva un'opera doppelgänger che aderisce allo stile e alla produzione del soggetto pur mantenendo un tratto autoriale ben preciso. La storia di un altro angelo caduto, bandito, che cammina in equilibrio sul sottile filo che separa i mondi dell'uomo e della sua natura, interrogandosi sull’insostenibile leggerezza dell’essere.
Guardando Anselm, il nuovo documentario di Wim Wenders, si ha costantemente l'impressione che il regista tedesco (reduce dal trionfo del coevo Perfect Days) e l’artista (anche se è riduttivo incasellarlo in una simile definizione) Anselm Kiefer siano due parti dello stesso universo, e le loro opere affini, quasi complementari, consanguinee, sovrapponibili. Due figli della stessa Storia, quella dell’immediato secondo dopoguerra, che per molti anni hanno intrapreso parallelamente i loro cammini artistici, senza mai incontrarsi (se non nel regno delle idee). Fino a oggi. Come due gemelli separati alla nascita, svezzati dalla stessa madre, ossia l’Arte dell’immagine che diventa pensiero, filosofia, immaginario. O ancora, due eterni esiliati, sempre in cammino, in uno sconfinato ed eterno viaggio alla ricerca di miti capaci di spiegare, di dirci chi siamo e dove andiamo.
Il cielo (sopra Anselm Kiefer) e la terra sono le guide di questa spedizione, ma anche i soli due orizzonti possibili della vita, dell’uomo, e delle immagini filmate, catturate da Wenders. Essi sono il limite, il confine rettangolare (quello dello schermo) che delimita il caos calmo e invisibile che è la nostra esistenza: quella cosa minuscola e fallimentare che solo l’arte riesce a cogliere, dandole una sostanza, una forma concreta, un peso specifico.

Eppure, non vi è alcun nichilismo nel Künstler e nella sua produzione, fatta di dipinti, sculture, architetture o, per meglio dire, installazioni in larga scala, vivide, pulsanti, che dietro una fattura essenziale, nuda, severa, e uno stile intuitivo, di scuola impressionista e vangoghiana, nascondono una complessità e un mondo riassumibili e riassunti in una dissolvenza incrociata. Paradossali, insieme leggerissime e pesantissime, incantevoli e inquietanti: le sue sono opere di un realismo magico e fantasmatico, lucente e oscuro, al cui pathos è difficile non soccombere. No, alla base di tutto, vi è semmai uno sguardo ancora puro, ma non per forza disincantato. Lo sguardo di un fanciullo nato nel 1945 e cresciuto giocando sulle macerie "di Lilith", di una nazione lacerata dai bombardamenti punitivi delle forze alleate, come ben racconta Rossellini in Europa anno zero.
Anselm è perciò un bambino che ha visto tutto, che ha vissuto, assistito, solcato più di settant’anni di storia, senza tuttavia mai uscire dalla sua infantile Wunderkammer. Una stanza all’inizio del mondo e, al contempo, sull’orlo della fine, della quale ha organizzato e ricreato numerosi surrogati sempre più importanti e monumentali, sparsi fra la Germania occidentale e la Francia del sud, fino a trovare la sua forma eccellente nell’odierna Fondazione Eschaton. Quest'ultima è una parola che viene dal greco e significa “l’ultimo”. Nella teologia cristiana, è il tempo “ultimo” prima della fine dei tempi, ma talmente ultimo da coincidere di fatto con questa fine, mentre, nella filosofia occidentale, corrisponde all’irrefutabile necessità di sognare la propria fine, di immaginare un punto ultimo.
Non sapremmo, del resto, come altro descrivere queste sue città atelier, opere d’arte che sopravvivranno a noi e, quindi, anche al suo costruttore. Arche di conoscenza, cataloghi della “pelle della Terra”, che aderiscono a quella indefinibile contraddittorietà di cui sopra, in quanto profluvio di materiali post-industriali che, ciò nondimeno, si direbbero il lavoro di esseri antichissimi. E ancora, “mondi per sé”, in cui il nostro - un morto che cammina, uno dei tanti, per citare Ingeborg Bachmann - vaga, si aggira (sulla sella di una bicicletta), lavora, crea, contempla, rispolvera, riflette, abita, quasi fosse divenuto lui stesso uno dei personaggi leggendari, straordinari di quelle fiabe e leggende che lui stesso ritiene utile rimedio all’inefficacia e all’incapacità della ragione di leggere la storia e rispondere alle domande che suscitano le sue raccapriccianti e disumane assurdità.
Se, come dice, “il più grande mito è l’uomo stesso”, Anselm Kiefer ne è allora la prova più contemporanea, anzi già post-contemporanea. Un artista unico, inimitabile, un “elemento assoluto del nulla” che è ormai l’essere. E - va da sé - una figura provocatoria, perché, come insegnano le leggende, smuove qualcosa di insito e profondo, ci pone di fronte alla nostra natura più diretta, al nostro esistere più primigenio e fondamentale. Nello specifico, questi rigira il proverbiale coltello nella parimenti proverbiale piaga, parlando, ragionando, ricordando, richiamando alla memoria collettiva il passato prossimo della sua Germania, per cui ragionevolmente il popolo tedesco prova immensa vergogna. Un velo buio, quello del nazismo, di cui ci si recrimina, e la cui adesione e favoreggiamento da parte della collettività angosciano e portano un giovane Anselm a farsi domande scomode (“chissà cosa sarei potuto essere?”), a sentire un impellente bisogno di esorcizzare a costo di correre il rischio del fraintendimento, dell’offesa al pudore, dell’illegalità.

A metà tra un moderno Vulcano, un alchimista e uno stregone che apre le porte del proprio antro; figura dal segno lineare e facilmente iconografico, il Künstler è (nuovo) mito perché è una bussola che indica una possibile via possibile da percorrere, mentre tutto ciò che lo circonda, tutti gli altri (intellettuali tedeschi) rimangono immobili o ciechi di fronte al facile conforto dell’oblio. In tal senso, egli si trasfigura e diventa, a tutti gli effetti, un personaggio wendersiano che completa e arricchisce il discorso inaugurato dal già citato Perfect Days (che, in origine, non a caso doveva essere un documentario). Anche lui, come il semplice e gentile Hirayama, è appunto una sorta di tutore, di cavaliere, di paladino umano, concreto, prosaico ed insieme curioso, favoloso, finanche mitico. Uno sembra custodire un qualche arcano e recondito segreto. Uno che forse viaggia sulle ali del vento, sospinto da un'eco lontana. Dal suono del tempo.
È poi un altro film di bilanci senili, Anselm, di sintesi, somme, coerenza, in cui il regista tedesco si pone al servizio di ciò che racconta, filmando, montando, musicando addirittura, secondo un principio di mimesi e devozione totali. Un’immersione incondizionata, affascinata, ipnotica, fluviale, ostica e fuori dagli schemi. Un’opera doppelgänger e, di conseguenza, un originale e insieme un falso d’autore. Detto altresì, la storia - tra finzione e realtà - di un altro angelo caduto, bandito da chissà dove, che cammina in equilibrio sul sottile filo che separa i mondi (del tempo e della mente), interrogandosi sull’insostenibile leggerezza dell’essere.
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