
CONFIDENZA È UN FILM MODESTO, COME L'UOMO CHE RACCONTA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Confidenza
USCITA ITALIA: 24 aprile 2024
REGIA: Daniele Luchetti
SCENEGGIATURA: Daniele Luchetti, Francesco Piccolo
CON: Elio Germano, Federica Rosellini, Vittoria Puccini, Pilar Fogliati, Isabella Ferrari
GENERE: drammatico, thriller
DURATA: 131 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Il terzo incontro di Daniele Luchetti con un romanzo di Domenico Starnone è all'insegna dei segreti inconfessabili e di un maschile tossico e intossicato, colto in una crisi paranoide viscerale. Purtroppo però, Confidenza è un film che fraintende il coraggio di custodire e mai rivelare questa confidenza, con la vanità della propria forma. Un mero esercizio di stile fatto di innumerevoli scelte sbagliate. Un'opera modesta, esattamente come il suo protagonista.
Dimmi il tuo segreto più inconfessabile e ti dirò chi non sei. Nel caso del professor Pietro Vella, un uomo perbene, morigerato e onesto, un intellettuale brillante, sfuggente e profondo, una figura paterna, confortante, di comodo. Vale a dire quell’immagine di sé che si sforza così tanto di dare a vedere, e che vorrebbe far trasparire attraverso i suoi modi dimessi e pacati. La parvenza di una persona che non sembra avere alcuna preoccupazione al mondo, ma soltanto un grande amore per i suoi cari e il suo lavoro. Eppure, in questa immagine limpida, tersa, cristallina si nasconde una piccola crepa al cui interno c’è solo oscurità. E amore. E paura.
D’altronde, i due termini, come insegna lui stesso a lezione, vanno costantemente a braccetto; sono inseparabili e complementari. Ha paura, Pietro, tantissima paura. Paura dell’amore che ha provato nei confronti di Teresa Quadraro, una sua ex-allieva; quella che sui banchi di scuola, a riguardo dell’amore, scrisse che non è altro che sopraffazione. Quella con cui il nostro ha vissuto qualcosa di più di un mero rapporto disciplinare. Hanno condiviso tutto, Pietro e Teresa. Le gioie, le ansie, le frustrazioni, i desideri, i rimpianti. E la paura, quella pura e viscerale, innescata una sera da un gioco che però, per la ragazza, assume un significato importante. Teresa sfida il professore a confessarle il suo segreto più tremendo e indicibile. Mai, tuttavia, si sarebbe aspettata che quando quest’ultimo le avrebbe rivelato sarebbe stato così ripugnante. Lo è a tal punto che ella decide di interrompere il rapporto e sparire dalla sua vita, salvo poi ricomparire qualche anno più tardi e avvertire un Pietro in procinto di sposarsi con la dotata ma insicura Nadia, che, qualora la sua confidenza venisse allo scoperto, la sua vita, la sua reputazione, la sua immagine sarebbero compromesse, se non proprio distrutte.

Quel che di più contemporaneo ha da offrire il terzo incontro di Daniele Luchetti (dopo La scuola e Lacci, nel quale scavava già all'interno di una crepa) con un romanzo di Domenico Starnone, dal titolo - succinto ed emblematico - di Confidenza, è proprio questa sua riflessione riguardo al concetto di immagine, oggi corrente come non mai, ampliato e amplificato dall’esperienza di internet e dai social network. Quella continua autopromozione e autopropaganda di sé, costruita a partire da una riproposizione ostinata, da una ridondanza della solita manciata di aspetti naif ed elementi superficiali (come un po’ ingenui e vacui sono gli scritti che portano il nostro Pietro all’attenzione del Ministero), sommata al senso di inadeguatezza, allo scollamento tra la percezione che abbiamo di noi stessi e quella che si fanno gli altri. Come cambia e com’è cambiata, dunque, la nostra natura nell’epoca dell’apparire costante, persistente, pervasivo? Ma che poi, davvero è successo? Davvero ci siamo trasformati o siamo rimasti sempre gli stessi dalla notte dei tempi?
Senza dubbio, non lo ha fatto il rapporto, l’imbarazzo e il pregiudizio che, da decenni, il cinema d’autore italiano dimostra nei confronti del genere, e Confidenza di Daniele Luchetti ne è la riconferma. Perché esiste forse un unico modo per approcciare e tradurre in immagini un testo così pesantemente devoto al potere forte e suggestivo della parola, ossia facendo un thriller psicologico ed impressionista. Una via che, quantomeno nelle prime sequenze o, se proprio vogliamo essere generosi, nel primo atto della pellicola, il regista sembrerebbe perseguire e assecondare, con un lavoro sulla geometria degli spazi e dei corpi in quegli stessi spazi, sulle dissonanze musicali (a firma di Thom Yorke) e fotografiche, con inserti (fantasmatici) al limite dell’horrorifico, e interpretazioni che diventano quasi la tappezzeria espressiva di una regia, di un’atmosfera e di una cifra perturbante e torbida mutuate direttamente dalla controparte cartacea.
Poi invece, dopo l’ennesima (sgraziata) dissolvenza a nero e consumatosi l’episodio scatenante del titolo, il film cambia rotta, non portando dunque sino in fondo l’idea di thriller dai riecheggi hitchockiani (con tanto di McGuffin da manuale, poiché facile pretesto per indagare gli estremi logoranti e le derive paranoidi della psiche e dell’indole umana), anzi decidendo di rifugiarsi nel melodramma familiare e borghese alla tipica maniera italiana, sul ritratto banale di un uomo del tutto ordinario e sull’analisi del suo rapporto con l’idolatria (specie nei riguardi del femminile). Il genere viene così relegato ad un mero esercizio di stile, votato, da un lato, ad immergerci nei deliri ansiosi e nevrotici del protagonista e, dall’altro, a persuaderci di qualcosa di cui si può avere contezza sin dalla lettura della sinossi, fornendoci una pletora di motivi che sostanzino tale ovvietà. Una performance in cui le scelte sbagliate sono innumerevoli, e che non risparmia nemmeno quei fattori tensivi funzionali e fruttuosi nei primi movimenti del racconto, fra cui gli attori.

Se Elio Germano è ottimo quando è chiamato ad interpretare il Pietro Vella prima della confidenza, questa sua perfezione, pulizia e naturalezza recitativa sacrifica ogni forma di possibile ambiguità successiva. Lo stesso si può dire di Federica Rosellini: presenza camaleontica, mimetica, essenziale per tessere la credibilità drammaturgica della pellicola nei segmenti iniziali - dov’è praticamente un mix letale di inquietudine e dolcezza indistinguibili con nettezza -, mentre nella restante porzione si riduce ad una variabile, ad uno svuotato dispositivo registico. Non parliamo poi di Vittoria Puccini e di Isabella Ferrari, le quali tentano invano di svincolarsi da un copione che fa di tutto per relegarle alla loro immagine divistica, al loro stereotipo di attrici. Ed è infine assolutamente nociva l’idea di scritturare un volto così distintivo e forte come Pilar Fogliati, che alla prima smorfia o faccetta sfuggita al controllo apre tutta l’impalcatura filmica al ridicolo, e non a quel grottesco più coerente col discorso, oltre che precipuamente ricercato dalla stessa istanza narrante.
Ciò detto, questa discontinuità di volti e interpretazioni - unita a verbosità, a retorici simbolismi e allegorie visive che potremmo perdonare ad un autore esordiente (non certo ad un maestro come Luchetti) e agli stessi, frastornanti e cacofonici tappeti sonori e musicali, che da congeniali diventano enfatiche didascalie - non è però che la logica conseguenza di un approccio deferente nei confronti della materia letteraria, di un’idea di adattamento vecchia. Una che, come già nel libro, fraintende il coraggio di custodire e mai rivelare questa confidenza (anzi invitando lo spettatore a riempire i vuoti con la propria immaginazione), con la vanità della propria forma. E quella di un film che potrebbe farsi ricordare proprio per il suo essere irrisolto, lacunoso, continuamente fuori centro e fuori fuoco (e il finale, tremendo, è l'annunciato colpo di grazia); ma che, suo malgrado, sembra fuggire da sé stesso, sa di così poco per evitare di soccombere, sbiadire e abbandonare all’istante (il tortuoso labirinto del)la mente dello spettatore.
Confidenza è, insomma, un’opera modesta, forse l’unica degna dell’ennesimo borghese piccolo piccolo, di un uomo parimenti mediocre come Pietro Vella.
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