
I MISTERI DEL BAR ÉTOILE E IL GENERE D'AUTORE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: L'étoile filante
USCITA ITALIA: 11 aprile 2024
REGIA: Dominique Abel, Fiona Gordon
SCENEGGIATURA: Dominique Abel, Fiona Gordon
CON: Dominique Abel, Fiona Gordon, Kaori Ito, Bruno Romy, Philippe Martz
GENERE: commedia, giallo, drammatico, musicale
DURATA: 98 min
Presentato al Festival di Locarno
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Eccentrico duo registico sulle orme di Buster Keaton, Jacques Tati e (soprattutto) Aki Kaurismäki, Abel e Gordon tornano al cinema con I misteri del bar Étoile, un perfetto esempio di genere d'autore che - dalla storia strampalata alle interpretazioni, per non parlare di fotografia e ambientazioni - ricalca, di cuore, fedeltà e maniera lo stile di un determinato cineasta. Purtroppo emulare uno stereotipo non significa esserlo davvero.
Come l’horror, il musical, il giallo, anche il cinema d’autore è o, meglio, è diventato, a seguito della globalizzazione intensa del prodotto audiovisivo, un genere dalle caratteristiche, dalle regole e dalle intenzioni non solo emotive e drammaturgiche, ma anche editoriali precisissime. Senza contare i suoi numerosi sotto filoni, che, mentre per i più canonici e tradizionali corrispondono a declinazioni della stessa formula, nel caso del genere d’autore altro non è che un’aderenza filologica, precisa, mimetica allo stile di un determinato cineasta.
Ecco, se esistesse un filone kaurismakiano (ossia del cinema del finlandese Aki Kaurismäki, appena reduce dal suo ultimo Foglie al vento), allora I misteri del bar Étoile dell’eccentrico duo, nell’arte e nella vita, (formato dal belga Dominique) Abel e (dall’australiana Fiona) Gordon sarebbe la sua variazione più devota. A partire dal suo bizzarro spunto narrativo, che vede per protagonista un trio di insoliti criminali, capitanato da Boris, un uomo che vive all’ombra del suo inglorioso passato da terrorista, di cui si autocompiace in slanci di assoluta vanità e insieme ne è vittima onirica e reale. Difatti, l’impiego in incognito come barista all’Étoile Filante non serve ad impedirgli che una delle vittime dei suoi attentati - un autista della croce rossa senza un braccio, rimpiazzato con uno meccanico che vive di vita propria; una sorta di dolente e tristo automa - lo identifichi e voglia pertanto vendicarsi.
Per la gioia e la fortuna di Boris, fa la sua comparsa il solitario Dom, a lui spiccicato, che sembra offrirgli la perfetta via di fuga. Il fu terrorista e i suoi complici: il taciturno, massiccio autista e buttafuori Tim, già veterano di guerra, e la spietata e sensuale compagna Kayoko, femme fatale per eccellenza; decidono così di procedere ad uno scambio di identità in piena regola. Come sempre avviene però, qualcosa, magari qualcuno, si mette di mezzo, rischiando di guastare tutto il loro piano...

Non bastassero il soggetto, il tono comico e burlesco, i personaggi - nel dettaglio, la descrizione di un’umanità alienata, depressa, un po' come la disegnava Jacques Tati; artificiale ancor prima che artificiosa, sballottata in maniera meccanica dal caso (dal caos) e dal destino; corpi alla stregua di marionette impegnate in performance improbabili e clownesche (da cui emerge la passione indomabile e la formazione dei due registi nel mondo del mimo, della clownerie e della slapstick comedy prima maniera, ossia quella di giganti come Buster Keaton); contenitori svuotati di tutto ad eccezione delle proprie ossessioni e da uno squallore esistenziale -, I misteri del bar Étoile rincara la dose e sottolinea la propria, chiara parentela con la produzione del maestro finlandese.
Nella fattispecie, Abel e Gordon scelgono di ambientare il racconto in una Bruxelles non notturna come la Helsinki kaurismakiana, anzi quasi tutta attraversata e filmata alla luce del giorno, eppure ugualmente sospesa in un tempo indefinito, spaesante, straniante. In un eterno qui e ora, frutto di un remix, di un subdolo colonialismo culturale. Oppure ancora, giocano con i codici del crime e del noir, oltre che sul piano della narrazione e della scrittura di situazioni e gag, pure in termini visivi, fotografici, iconografici, complice il lavoro di Pascale Marin. E quindi, immaginano il mondo diegetico solo attraverso colori primari, vivaci e gioiosi, vistosi e sgargianti, pubblicitari, da fumetto, pop in tutto e per tutto, con echi à la Jeunet; e una luce che rende tutto nitidissimo, talora fin troppo, così svelando ulteriormente il già lampante artificio della composizione. Scelta, quest’ultima, il cui logico effetto è quello di amplificare a dismisura il contrasto, l’attrito con la caratterizzazione e il disperato esistenzialismo dei protagonisti, che a sua volta rimanda ad un contesto socio-politico, purtroppo approssimativamente trattato dalla pellicola.
Ciò nondimeno, se sul mero piano dell’allure, dell'impianto e impatto estetico, I misteri del bar Étoile si direbbe, a tutti gli effetti, un impeccabile falso d’autore (in tutti i sensi possibili e immaginabili); se si può insomma imitare lo stereotipo, emulare la grazia con cui Kaurismäki orchestra palcoscenico e comparse di quell’assurda pièce che è la vita, la sua misura tragicomica, il tocco, lo sguardo, la malinconia, il romanticismo (che la coppia di autori tenta in un finale di puro metatesto che solletica l’autofiction), è tutt’altro paio di maniche. Ma anche di cinema: uno che non cerca a tutti i costi il momento di foolness spregiudicata (come il balletto finale, che sostituisce la grande sparatoria risolutiva del noir) per aderire ad un modello ben preciso, ad un genere, appunto. O che non tenta di sembrare bislacco, singolare, post-umano, contemporaneo, ma lo è, semplice come a dirsi.
Come semplice, a volte, è vivere e sperare nel mondo là fuori, intrinsecamente assurdo, più folle e febbrile di quanto Abel e Gordon riescano, e di quanto il cinema forse mai più riuscirà a raccontare.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





