
FOGLIE AL VENTO È UNO SPLENDIDO "FALLIMENTO"
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kuolleet lehdet
USCITA ITALIA: 21 dicembre 2023
USCITA FIN: 15 settembre 2023
REGIA: Aki Kaurismäki
SCENEGGIATURA: Aki Kaurismäki
CON: Alma Pöysti, Jussi Vatanen, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Matti Onnismaa
GENERE: commedia, drammatico, sentimentale
DURATA: 81 min
Premio della Giuria al Festival di Cannes 2023
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Il maestro finlandese della black comedy Aki Kaurismäki torna al cinema con Foglie al vento, splendida “continuazione” ideale della trilogia composta da Ombre nel paradiso, Ariel e La fiammiferaia. Il mondo e i codici sono quelli inconfondibili che tutti abbiamo imparato a conoscere e amare, ma lo spirito alla base non è più cinico, ma inevitabile, mosso da un'urgenza tutta contingente.
Nella mente e secondo il sentire di molti, le commedie sentimentali, le storie d’amore, soprattutto se semplici, lineari, formulaiche nelle situazioni, sono diventate sempre più sinonimo di racconti e film al limite deliziosi ed amabili, suggerendo dunque implicitamente che il grande cinema o, se preferite, l’arte stia da tutt’altra parte. Un giudizio - la cui principale ed indubbia causa è senz’altro la sovrapproduzione hollywoodiana in materia che ha dominato per intero gli anni ‘90 - che non ci pentiamo di definire quanto più erroneo ed irragionevole. E che dimostra la cecità di chi lo proferisce anche solo nei confronti della grande e lunga tradizione classica, la quale, del melodramma e della commedia amorosa, ha fatto una cifra, un vanto, oltre che esempio eccellente di cinema. Sembra assurdo doverlo puntualizzare, ma quello della commedia è tutt’oggi uno dei campi su cui meglio si riesce a misurare la capacità e la personalità di un autore e cineasta. Di più, fare rom-com dicendo qualcosa di vero, evitando la trappola del ready-made, dello stucchevole, del ridondante, senza cadere negli stereotipi, è uno dei compiti più ardui a cui ci si possa votare.
A ricordarcelo, da decenni, sono il maestro finlandese Aki Kaurismäki e la sua filmografia, nata proprio nel solco di una commedia tanto iperrealista da diventare surreale, più specificatamente di commedie sentimentali, e al contempo da un’esigenza di personale denuncia dello smarrimento, della perdita d’identità della sua terra, svendutasi, plagiata e rimodellata dal mito capitalista occidentale, dall’immaginario statunitense-hollywoodiano. Quello stesso Kaurismäki che oggi, a quasi 40 anni di distanza dal meraviglioso Ombre nel paradiso, torna in sala con Foglie al vento. Che è l’essenza dell’essenza, il distillato del distillato di quel film, e che ironicamente potremmo quasi spingerci a chiamare remake, non fosse la “continuazione” ideale (per stessa ammissione del regista) della trilogia composta proprio da Ombre nel paradiso, da Ariel (1988) e da La fiammiferaia (1990).
Il mondo e i codici sono quelli inconfondibili del cinema kaurismäkiano; quelli che abbiamo imparato a conoscere e ad amare, che parevano averci abbandonato (dalla porta) nel recente Miracolo a Le Havre, solo per rifar capolino (dalla finestra) nell’ultimo L’altro volto della speranza. Quelli che, questa volta, affollano invisibili, ma comunque palpabili una Helsinki perlopiù notturna, opaca, illuminata dai neon di bar, pub ed internet cafè o dai pochi watt concessi a lampade ed elettrodomestici. Una città spoglia, lacera come i poster alle pareti dei suoi locali, immobile al pari di coloro che la abitano e dei loro destini, come raccontati e commentati umoristicamente dalla canzone del duo post-rock Maustetytöt. E ancora, una città che si offre, specie nei suoi interni, come ennesimo palcoscenico di un teatro dell’assurdo con cui Kaurismäki intende di nuovo “prendere la temperatura”.

Ebbene, in questa Helsinki sospesa in un tempo indefinito, spaesante ed alienante (com’è la posizione dello spettatore all’interno di uno qualsiasi dei racconti del finalndese), in un eterno qui e ora che è anche il frutto di un remix, di un mélange culturale, di una derivazione testimoniata già soltanto dai nomi dei luoghi, che hanno disperso appunto un’identità nazionale di cui sono rimaste le tracce giusto nei brani pop-leggeri trasmessi alla radio o cantati al karaoke; si incontrano Ansa e Holappa, interpretati da Alma Pöysti e Jussi Vatanen, perfetti corpi kaurismäkiani. Lei è impiegata alla scaffalatura in un supermercato. Lui invece lavora in fabbrica e ha una fortissima dipendenza dalle sigarette e, soprattutto, dall’alcol.
Pur essendo di più le cose che li accomunano che quelle che li separano, ciò che potrebbe essere un amore facile, spontaneo, forse definitivo non sembra mai nascere davvero. Anzi, si raffredda non appena i due tornano alle loro vite, alla loro misera e precaria situazione lavorativa e, in generale, alle loro solitudini. Basterà rendersi conto di una condizione esistenziale che non è solo la loro, ma di tutti, disperati ed algidi, vestiti di disillusione, automi di un sistema capitalista e post-industriale. Scorgere di seguito il manto di morte ed (auto)distruzione che li avvolge, la realtà (del conflitto ucraino) che il cineasta lascia saggiamente esterna alla pellicola, che popola la cronaca radiofonica, che pare lontanissima, quando in verità è o dovrebbe essere materia quotidiana, dovrebbe riguardare chiunque indistintamente. E alfine (ri)scaldare quell’algidità, disfarsi di quell’insensibilità protettiva, amare e lasciarsi amare. Semplicemente vivere e sperare. Tentare, insomma, il più disperato dei balzi, la più ingenua e scontata delle rivoluzioni, ma anche la scelta oggi più coraggiosa, poiché inesorabilmente fallimentare.
“Anche se finora mi sono fatto una reputazione discutibile girando soprattutto film violenti e irrilevanti - ha raccontato Kaurismäki al Festival di Cannes 2023, dove si è aggiudicato il Premio della giuria - ho finalmente deciso, tormentato da tutte le guerre insensate, inutili e criminali, di scrivere una storia sui temi attraverso i quali l’umanità potrebbe avere un futuro”. Quindi, Foglie al vento non è tanto un “remake” di Ombre nel paradiso, quanto piuttosto un suo necessario ribaltamento secondo un’esigenza tutta contingente, ché l’autore finlandese porta avanti con la solita metrica asciutta e dritta e lo spiccato gusto da commedia nera non più cinica, ma inevitabile, porgendo i dovuti omaggi ai suoi numi tutelari (Bresson, Ozu, Sirk, Chaplin, il quale presta pure il nome ad un simpatico cagnolino), ma rimanendo pur sempre “l’unico responsabile” di questo splendido “fallimento”.
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