
MONKEY MAN È E NON È (SOLO) UN'IMITAZIONE DI JOHN WICK
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Monkey Man
USCITA ITALIA: 4 aprile 2024
USCITA USA: 5 aprile 2024
REGIA: Dev Patel
SCENEGGIATURA: Dev Patel, Paul Angunawela, John Collee
CON: Dev Patel, Sharlto Copley, Pitobash, Vipin Sharma
GENERE: azione, thriller, drammatico
DURATA: 113 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Esordio dietro la macchina da presa anche per Dev Patel, all'insegna di un action movie in salsa induista che ricalca e insieme gioca col prototipo, modello e spettro di John Wick. Un'impresa di stalloniana memoria, concettualmente ambiziosa, non propriamente riuscita, se non per la profonda e completa dedizione del divo, ma non per questo da dimenticare del tutto.
Quello di John Wick è uno spettro difficile da scacciare, in grado di aleggiare pure tra i bassifondi e i grattacieli signorili di Mumbai. Come d’altronde avviene per tutti coloro che tentano di calcare il saturo panorama contemporaneo dell’action, esso accompagna e guida occhio e corpo di Dev Patel nel suo esordio dietro la macchina da presa, dal titolo Monkey Man. Ma non solo: il film, il franchise, l’icona che ha ridefinito e dato nuova linfa vitale alla carriera di Keanu Reeves è anche un metro di paragone dichiarato, perfino citato, nel mondo che l’attore disegna per il suo racconto di vendetta.
Avviene nella prima mezz'ora, nella sequenza in cui Patel - nei panni del protagonista Kid, colui il cui destino è diventare il fantomatico uomo scimmia, l’Hanuman della leggenda - si reca da un contrabbandiere d’armi. Quest'ultimo, infatti, gli propone la medesima pistola utilizzata dal fu Neo nei film di Stahelski, solo non propriamente di marca; un’imitazione “fatta in Cina”. Al che il nostro risponde che “no, cercavo qualcosa di più piccolo ma efficace”. Esattamente lo stesso si potrebbe dire del film che il divo anglo-indiano co-scrive (assieme a Paul Angunawela e John Collee) e dirige col supporto decisivo della griffe scimmiesca - la Monkeypaw Productions - di Jordan Peele. Una pellicola che è possibile, oltre che molto facile, scambiare per una mera operazione di sfruttamento, di apocrifia o, se preferite, di scimmiottatura di un filone cinematografico di grande successo, rivitalizzato appunto dal killer total black di Reeves. Un prodotto decisamente più minuto, esiguo, disossato, modesto nei mezzi e nell’allure generale, ma non per questo meno rabbioso ed efficace quando ne ha realmente il desiderio.
Non nascondiamo invero che Monkey Man possieda qualità capaci di farne un originale approccio ad un corpus cinematografico ormai consumato. Merito del tocco personale, in parte autobiografico, d'autore se proprio volessimo esagerare, dello stesso Patel, che a distanza di 16 anni da The Millionaire torna idealmente al fortunato ruolo di Jamal Malik (che lo lanciò in tutto e per tutto); ad essere uno slumdog. Coadiuvato e sorretto dalla fotografia di Sharone Meir, il neoregista dimostra di conoscere bene ciò che racconta e mette in scena. Egli sa padroneggiare e riconoscere ogni minimo anfratto, il suo calderone di storia e umanità, il suo strabordante riempire e serpeggiare fuori dall’inquadratura, le sue precarie condizioni socio-economiche. Ma riesce anche e soprattutto a distillare e sintetizzare tutto questo in immagini e movimento, alla maniera di un film muto o di pura osservazione, restituendo l’energia, la frenesia, il carattere vorticoso, labirintico, disorientante che si proverebbe nell’addentrarvicisi, nel perdersi tra i suoi vicoli, nello scivolarne sempre più in profondità.

Da tutt’altra parte, invece, punta il cammino di Kid. Dirige lo sguardo in alto, verso gli opulenti e barocchi saloni del potere, fatti di droga, sesso, vanità e corruzione, palcoscenico disinibito del patto sempre e solo merceologico, nel segno di oppressione, disparità, sfruttamento, che lega politica e religione. O, più nello specifico, il candidato del partito sovranista e un santone la cui faccia è presente sugli schermi di tutto il paese. Lassù è dove il nostro intende consumare la propria rivincita, che cova dentro di sé fin da bambino, quando vide la madre violentata e uccisa dal capo della polizia nel vivo di una rappresaglia.
La stessa che trova testimonianza nelle bruciature sulle sue mani, e sfogo nei pugni che riesce ad assestare durante combattimenti (organizzati e sua sola fonte di profitto) nei quali veste i panni del mitico uomo scimmia della mitologia induista, protagonista della parabola che la madre gli raccontava da piccolo. Una storia che è una sorta di incrocio tra quelle di Icaro e Prometeo nell’antica cultura greca: un essere metà uomo e metà primate che tenta di afferrare qualcosa di splendido e unico (il Sole), salvo poi venire punito dagli dei, alti e intoccabili, e privato di ogni suo potere. La traduzione di questa figura e di questo mito nella Mumbai e India di oggi è presto fatta e incarnata in un giovane qualsiasi che parte da niente e pian piano - ripetendo il medesimo viaggio per ben due volte, secondo un andamento ciclico e diversi gradi di consapevolezza - diventa il leader di un movimento degli ultimi e diseredati, in grado forse di accendere la miccia necessaria ad una rabbiosa distruzione, seguita in un secondo momento da una crescita e da un cambiamento. Tra questi randagi, anche una comunità transgender, cultrice di vecchi saperi e tradizioni: un altro tocco di novità e freschezza di cui la pellicola può fregiarsi.
Dal canto suo, Patel approccia con nerbo e stile questo suo sforzo dal riecheggio stalloniano, infaticabile, totale, proteiforme (fisico e atletico, così come artistico, creativo e produttivo). In questa impresa di cui è e deve essere appunto l’epicentro, la ragione e il motivo principali, egli sincronizza, accorda il lavoro registico col passo, il gesto, il segno (febbrile e incompleto) del suo eroe popolare. Senza dubbio imperfetto, magari passibile di vanità, Monkey Man riesce, in tal senso, a dar vita, sottoporre un’ipotizzabile, nuovo campione al vaglio della (come sopra) già gremita arena. Un personaggio, quello di Kid, più umano e concreto, dolente e dolorante, ferito e frammentato, malgrado il suo percorso finisca per aderire a molti codici del cinefumetto.
Pur tuttavia, se migliora progressivamente nell’effettivo design e nell’esercizio coreografico delle sequenze d’azione (sempre comunque misurate - dalla messa in scena al montaggio - sulla base dell’inesperienza di Patel come artista marziale e lottatore), al contrario, per quel che riguarda la visione concettuale ed estetica del revenge movie che avanza, la pellicola non soltanto banalizza la localizzazione indiana e induista, ma diventa sempre più generica e grossolana una volta superata la prima ora.

Adagiandosi su soluzioni (anche lisergiche e oniriche) comodissime e simbolismi didascalici, abbandonandosi ad una natura da B-movie apparentemente contraria all’ambizione e alla poca ironia che accompagnano l’incedere del terzo atto, e menando le mani verso un finale anonimo, con - per contorno - un consunto Sharlto Copley a gradire, il debutto di Dev Patel prova allora di avere poco altro da offrire al di là dell’indiscutibile dedizione del suo autore.
Su tutto, a latitare, sono infatti la concentrazione - l’ingrediente fondamentale di ogni action star dietro e davanti la macchina da presa, sintomo inoltre di una gestazione non particolarmente propizia - e, allo stesso tempo, una vera e piena contezza di ciò che intende essere e di ciò che si vuole fare, trasmettere e comunicare con la propria opera - un difetto in genere intrinseco agli esordi. Eppure, come in questo caso, il rischio è di essere insieme devozione e (auto)distruzione. Tutto e niente. O, semplicemente, qualcosa di incompiuto e irrisolto (ma non per questo da dimenticare).
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





